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Il mito dei nomadi digitali13 min read

Il mito dei nomadi digitali

Spesso si associa il concetto di “nomadismo digitale” a una persona che lavora al computer su una spiaggia tropicale. Analisi di un fenomeno idealizzato.

di Lavinia Martini

“Scegli il mondo come ufficio”, “vivi viaggiando”, “lavora da una spiaggia” sono alcuni degli slogan con cui il nomadismo digitale è stato raccontato al nostro secolo. Il primo utilizzo dell’espressione “nomade digitale” non è confermato. Le fonti sono concordi nell’individuare negli anni ’90 il periodo in cui il concetto cominciò a diffondersi, insieme con il massiccio sviluppo di internet. A questa dimensione di mondo interconnesso si adattava bene l’idea di poter lavorare un po’ ovunque, eppure nessuno si spingeva a pensare che si trattasse di una condizione specifica. Non erano tanto le persone ad essere nomadi, ma il loro lavoro che cominciava a mettere il naso al di fuori dell’ufficio.

Internet è zeppo di letteratura sul tema: come diventare nomadi digitali, mete ideali per il nomadismo digitale, lavori per diventare nomadi digitali ma anche quanto guadagna un nomade digitale, sono solo alcune delle ricerche più frequenti degli utenti. Ma se non fosse una cosa bellissima, perché tante persone se ne occuperebbero?

Rispetto al suo significato originale, il nomadismo digitale del nomadismo ha molto poco, se non gli estremi concettuali più idealizzati. Nulla che abbia a che vedere con le estensioni di significato, spesso negative, a cui questa condizione è associata. Il nomadismo digitale è una dimensione volontaria e controllabile. E non è neppure soggetta ad obblighi geografici: non ci sono regole che impongano uno spostamento perenne, proprio perché non ci sono le dinamiche antropologiche o economiche che portano alcuni popoli a spostarsi cronicamente. In effetti non ci sono molte regole, il che non implica che non ci siano questioni da affrontare.

Per esempio il nomade digitale lavora ed utilizza internet per farlo. Che sia uno sviluppatore, un social media manager, un blogger, un formatore o un web designer, può lavorare come autonomo o come dipendente. In quest’ultimo caso dovrà per forza adattarsi alle dinamiche di fuso orario dei suoi clienti. Dovrà spostarsi in un paese in cui il suo stipendio sarà compatibile con il costo locale della vita. Dovrà assicurarsi un visto adeguato, non semplicemente turistico. Dovrà poter contare su una connessione internet stabile. E poi dovrà appartenere a quella fetta di mondo privilegiata a cui non è precluso quasi nulla: una survey del 2021 mostrava che la maggior parte (76%) dei nomadi digitali sono bianchi (di origine europea), seguiti latino/ispanici (10%), asiatici (8%) e afrodiscendenti (6%).

Per capire qualcosa in più dell’universo nomade, questa estate ho trascorso molto tempo ascoltando podcast a tema. Mentre non mi stupivo affatto di trovarne tanti, notavo invece che molti degli speaker erano in realtà dei travel blogger. Gli intervistati menzionavano frequentemente tra i valori positivi collegati alla loro esperienza di nomadismo la libertà, l’assenza di confini, l’autodeterminazione, il rifiuto di vincoli, la flessibilità. Si noterà che molti campi semantici coincidono con lo stesso linguaggio con cui si descrive la vacanza, anche se nel suo senso primario la vacanza esclude a priori il lavoro. Al capo opposto ci sono stress, obblighi, orari, magari anche traffico, routine e spese. “Il problema per me era che, una volta tornata a casa dalle vacanze, volevo solo viaggiare di più. Così ci ho pensato e ho capito che dovevo trovare un modo per farlo seriamente” ha spiegato in questo articolo Amy Truong che ha scelto il nomadismo come stile di vita.

Rispetto al suo significato originale, il nomadismo digitale del nomadismo ha molto poco, se non gli estremi concettuali più idealizzati

La selezione della destinazione verso cui spostarsi, o delle destinazioni nel caso siano più d’una, è determinante per la buona riuscita dell’esperienza. Ma non è neppure infinita. Come specificato, chi viaggia deve dirigersi verso una meta dove il costo della vita è coerente con le proprie entrate (questo sito ti aiuta a misurarlo in tutti i paesi del mondo). È qui che scatta un win-win: siccome i nomadi si trasferiscono in nazioni dove andranno a spendere il proprio budget, le nazioni stesse hanno cominciato a interessarsene, cercando di attrarli con diverse facilitazioni. Lo spiega bene questo podcast che parla di geopolitica e di Europa. Qui la meta numero 1 per i nomadi sembra essere il Portogallo che ha varato una legge sul lavoro che contrasta la discriminazione tra lavoro remoto e in presenza. Mentre una dozzina di paesi ha pensato a visti speciali, l’Estonia ha puntato ad attrarre i nomadi con il portafoglio più voluminoso: per ottenere un visto della durata di un anno si deve avere uno stipendio mensile lordo di almeno 3500 euro. Ci sono poi le mete extra europee: Indonesia, Mauritius, San Francisco, zone scelte per il clima, la sicurezza e l’accoglienza.

Rocco Pisilli lavora per una realtà no profit che gestisce uno spazio di co-working e co-living a Matera, Casa Netural, una dei primi co-living in Italia, dove vivono diversi nomadi digitali. “Spesso chi sceglie di passare del tempo in un coliving lo fa proprio per crearsi il prima possibile una comfort zone quando arriva in una nuova città” spiega Rocco “il vero valore aggiunto sta nell’avere una comunità che ti accoglie e può aiutarti a scoprire quella città o quel territorio (e a cui rivolgersi in caso di bisogno). In particolare per i nomadi digitali stranieri Matera ha tutte le caratteristiche della città d’arte italiana, con il vantaggio di essere al sud e quindi nel loro immaginario è un posto dal clima mite”. Non bisogna però generalizzare perché, stando a quanto dice Rocco, ogni nomade è diverso. “Nella mia esperienza la permanenza media è piuttosto breve, circa due settimane: chi viene non fa in tempo a lasciare un segno nella comunità locale. Poi ci sono le eccezioni, ho conosciuto persone che sono rimaste sei mesi e che sono entrate a far parte della comunità, chi si è trasferito in Basilicata definitivamente o anche chi si è trovato bene e ogni tanto torna a trovarci”.

Nonostante questa testimonianza, la situazione in Italia non è ancora fluida. Il nostro paese infatti è tra gli ultimi ad avere elaborato facilitazioni specifiche per i nomadi digitali. Il dibattito si è poi intrecciato con l’esigenza di ripopolare le aree interne disegnate spesso come l’El Dorado per i remote workers. Nulla di più ingenuo per un paese che ha ancora forti squilibri nell’accessibilità alla rete proprio nei piccoli o piccolissimi centri e che non offre in questi contesti comunità attive capaci di accogliere i nomadi.

“Il passo da nomade a influencer finora è stato molto corto” dice il podcast che abbiamo citato. Ed è proprio questo l’elefante nella stanza: mentre cresce nel 64% degli italiani l’idea che diventare un nomade digitale sia un sogno, si assottiglia la forbice di lavori che si possono svolgere per accedere a questa condizione. Torniamo dunque al punto: non è che i nomadi digitali sono solo travel influencer con un altro nome? Le cose non stanno proprio così. È accaduto però che negli anni le persone che si trovavano ad avere proprio nel viaggio e nella sua narrazione la loro principale fonte di reddito, abbiano dato un forte boost alla conoscenza del nomadismo digitale. Con la pandemia però, il processo di inclusione del remote working nelle aziende e nelle PA ha subito una rapida accelerazione, dunque anche altre tipologie di lavoratori hanno cominciato a considerare il nomadismo una condizione plausibile. In Italia a Settembre 2021, dopo la sbornia del primo lockdown, uno studio ha attestato che gli smart workers erano circa 4 milioni. Ma secondo un altro studio, il 60% di loro ha 3 giorni a settimana di lavoro da remoto: una condizione insufficiente per la transizione in nomade digitale. Anche perché, nonostante la confusione, remote e smart workers non si equivalgono.

Parlando invece di rischi, quelli connessi a una narrazione troppo idealizzata del nomadismo digitale sono ancora sottostimati. A un’analisi più approfondita, le pre-condizioni favorevoli alla transizione nomade sono molte di più: ad esempio la lingua, che sia almeno una lingua franca, che è anche la ragione per cui vengono privilegiate destinazioni turistiche. La seconda è l’isolamento, uno svantaggio ma anche un prerequisito: come conciliare il nomadismo con le esigenze di altre persone, come un partner che magari fa un altro lavoro, oppure con dei figli che necessitano di istruirsi in modo stabile? Ci sono anche questioni di ordine pratico da menzionare: tipo la residenza, l’assicurazione sanitaria, i conti bancari, il sistema di tassazione, tutte cose a cui prima o poi toccherà pensare se si vuole proseguire su questa strada.

La spinta al nomadismo digitale incrocia almeno due esigenze: quella di gestire in modo efficiente un lavoro che sembra sempre più stressante e quella di viaggiare per periodi più lunghi di una semplice vacanza estiva. Ma è davvero così?

La questione procede però ben oltre. Questo articolo affronta il tema dei guru del nomadismo digitale che vendono uno stile di vita irrealistico (vedi lo slogan “lavora da una spiaggia”) bollandoli come una piaga di questo mondo. C’è poi chi si preoccupa dall’impatto che i nomadi digitali hanno sull’ambiente, perché in alcuni casi  questi hanno scelto destinazioni (come Bali o Tulum) già afflitte dall’overtourism. È insomma stupefacente pensare a come un tema così recente (ne parliamo da una trentina d’anni, non di più) possa assumere una tale complessità.

La spinta al nomadismo digitale sembra incrociare almeno due esigenze: da un lato quella di gestire in modo efficiente un lavoro che sembra sempre più stressante, quasi impossibile, dall’altra quella di viaggiare per periodi più lunghi di una semplice vacanza estiva. Il problema attuale è che non siamo realmente in grado di prevedere quali saranno gli impatti del fenomeno su larga scala. Non solo per il fatto che singoli nomadi si trasferiscono in nuove destinazioni (forse prima sarebbero stati semplici turisti?) ma creano delle vere e proprie comunità che si intersecano con quelle locali, modificandone servizi, risorse e habitat. Per chi si è chiesto e si chiede tuttora se fare il nomade digitale sia l’unico modo di viaggiare e farlo responsabilmente, la risposta è molto controversa. In alcuni casi c’è il rischio ben peggiore di diventare un turista di massa alla potenza.

Facendo qualche passo indietro, l’impressione è quella che il nomadismo abbia rappresentato una forma di fuga per molti – non diremo per tutti – che si sentivano castigati da una vita, lavorativa e non, troppo costretta. Il fatto però che il lavoro produca una tale portata di insofferenza, fa dedurre che la soluzione non è tanto (non solo almeno) sradicarlo dal suo contesto, quanto ripensarne le dinamiche, affinché lavorare non diventi sinonimo di malessere, angoscia, depressione ma sia inteso anche come un momento contributivo, edificante se non addirittura creativo. 


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Giornalista, scrive di viaggi, turismo sostenibile, cibo, hospitality e ambiente su testate nazionali e internazionali.

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