fbpx
Close
Type at least 1 character to search
Torna su
Che epoca strana: non sanno dire addio quelli che spariscono, come non sanno dire addio quelli che restano ad aspettare.

Come non riusciamo a dire addio11 min read

Come non riusciamo a dire addio

Che epoca strana: non sanno dire addio quelli che spariscono, come non sanno dire addio quelli che restano ad aspettare.

di Lucia Antista

Illustrazione di Massimiliano Di Lauro

Da una parte ci sono quelli che non sanno dire addio, dall’altra quelli che hanno bisogno di sentirselo dire. I primi non hanno fatta propria la lezione di Shakespeare: “date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”. Gli altri lo sanno, le parole sono coordinate per orientarsi nel vuoto, soprattutto in un’epoca squinternata come la nostra.

È una verità universalmente riconosciuta che le relazioni post-moderne sono complicate, dal principio alla fine, da qualsiasi punto di vista, di uno, dell’altra, degli altri. I finali poi oramai vengono studiati come vere e proprie emorragie sentimentali. Del resto, se a un fenomeno si prende la briga di dargli un nome, o anche più di uno, per raccogliere tutte le sfumature, lo si problematizza, come direbbe Foucault. A quelli che spariscono sono state affibbiate tante etichette degne della miglior tradizione romanzesca gotica: sono fantasmi, zombie e altre creature paranormali.

Il minimo comune denominatore di tutti questi fenomeni è l’incapacità di chiudere, che si traduce in un’impotenza nel sentire e non solo amore e attrazione ma percepire l’altro come un essere senziente, anche se gli psicologi spiegano che in realtà soffrono più di chi subisce la sparizione.
Alla fine tutte queste etichette sono delle boe semantiche che indicano, ognuna a modo suo, che abbiamo un problema nel gestire le relazioni e non solo quelle sentimentali, oramai si parla di ghosting anche in amicizia o in campo lavorativo.

Sembra esserci un piacere nella dispersione, lasciare “situazioni” aperte e rimandare le interpretazioni, la rottura non rottura.

Non si tratta di casi isolati ma di vere e proprie epidemie che godono di una certa attenzione mediatica attraverso trend su TikTok, libri, canzoni e serie. Parlare chiaro è naif, dire non mi piaci pretenzioso, non so cosa voglio la banalità del male… ed è così che avvengono le grandi incomprensioni. Nella maggior parte dei casi le relazioni si arenano perché c’è un problema comunicativo o una vera e propria mancata comunicazione. Sembra esserci un piacere nella dispersione, lasciare “situazioni” aperte e rimandare le interpretazioni, la rottura non rottura. Gli studi che paragonano i legami sentimentali alle dipendenze si sprecano, ma di fatto chiunque abbia sperimentato la sofferenza amorosa ha notato qualche tangenza. Ogni volta che finisce qualcosa che aveva un poco d’abitudine soffriamo della sindrome dell’arto fantasma. La mente si ossessiona di conseguenza alla ricerca di un indizio, o una qualche mal celata verità, per capire come si è arrivati a un tal epilogo poco chiaro. Il professore e psicologo Matthew D. Lieberman, nel suo libro Social. Why Our Brains Are Wired to Connect, descrive il bisogno di interagire come una tra le forze motivazionali più potenti che gli esseri umani possono sperimentare. La sua ricerca nell’ambito delle neuro-scienze sociali rivela che la nostra necessità di creare connessioni con gli altri è ancora più essenziale del bisogno di cibo o di riparo. Forse per questo ci proviamo anche quando non siamo in grado e cerchiamo di recuperare anche i lacci più flebili. Possiamo riassumere questa comprovata verità con il verso di John Donne “nessun uomo è un’isola” ma allora perché viviamo nell’era delle non-relazioni, delle non rotture? Complice di un tale cortocircuito emozionale c’è sicuramente la smaterializzazione che porta l’utilizzo di app, o il fatto che la maggior parte di un qualsiasi tipo di relazione si sviluppi virtualmente attraverso i social media e le chat di messaggistica.

Leggi anche:  E quindi qual è il futuro del lavoro?

Per la sociologa Eva Illouz la frammentazione dell’incontro emotivo e sessuale in diversi regimi di azione è un effetto principale della libertà sessuale che ha avuto enormi conseguenze nel rendere le interazioni tra uomini e donne molto più incerte. In un clima di maggiore libertà ci si disancora a proprio rischio. Il soggetto economico-sessuale è il protagonista della modernità, mette in atto la sua individualità mediante bisogni, desideri, scelte e, sempre di più, attraverso non scelte che avvengono tutte in una sfera di consumo satura di intimità e in una privata che è mercificata. È la non-scelta a rendere difficile apporre etichette così come troncare. Sulla stessa linea anche il filosofo coreano Byung Chul-Han “Oggi all’ordine terreno subentra l’ordine digitale. L’ordine digitale derealizza il mondo informatizzandolo”.

Leggi anche:  Disegnare la saudade estiva

Smaterializzando il mondo perdiamo forse la nostra capacità di sentire? In qualche modo, in alcuni soggetti soprattutto, ciò fa svicolare più facilmente, specialmente se si tratta di persone che abbiamo poche possibilità di rincontrare. È più facile sul piano reale – senza l’incontro non v’è contraddittorio – ma sul piano virtuale non funziona esattamente così. Come insegnava già Montale, la presenza-assenza può aleggiare costantemente, grazie ai social ancora di più. L’aspetto più curioso legato a questi fenomeni è che i soggetti, più che sparire e dissolversi, baluginano e persistono. Siamo infestati dalla presenza-assenza di qualcuno, è la sua foto aggiornata, il suo like, un messaggio. Del resto già i greci avevano compreso l’importanza dei phantasmata, per Aristotele erano quelle immagini che derivano da una precedente sensazione in atto e che costituiscono poi simulacri su cui si esercita l’azione dell’intelletto. I phantasmata abitano bene l’internet che offre un palco dove possiamo riaccendere fantasie ed emozioni. Una volta sospiravano solo i poeti, ora è più facile farsi venire un attacco di nostalgia sollecitati da foto, canzoni, libri che irrompono nella nostra quotidianità sotto forma di input social, portando fuori dal limbo una proiezione di quella persona. Finiamo così risospinti a rivalutare ogni intenzionalità subita o agita. E proprio in virtù di quella facilità nel rimanere a margine delle vite altrui che potremmo aver voglia di ricomparire, o di una ricomparsa. Ce lo insegna la fisica, l’attrazione è più forte della repulsione in un campo magnetico. Se proustianamente dei noodles coreani visti al supermercato mi ricordano un tentativo maldestro di cucinare insieme non dovrei forse scrivere un messaggio, o, più in linea con i tempi, limitarmi a inviare solo una foto, il cui sottotesto è: sarei disposta anche a mangiare quel piatto che non riuscivamo a migliorare pur di rivederti?

Il non direttamente detto è il vedo-non-vedo delle ultime generazioni, gli intenti si fanno più pavidi in mezzo allo sconcerto.
L’unica fedeltà che dovremmo conoscere è quella ai nostri desideri, specialmente in questo nostro tempo dove tutto porta alla precarietà ma con una società che premia la durata fissa. Ci dobbiamo adattare noi e la nostra flessibilità è un riflesso pavloviano, possiamo piegarci ma non romperci, se non silenziosamente, a livello esistenziale.

Leggi anche:  L’ultra giovanilismo è un inganno

Come insegnava già Montale, la presenza-assenza può aleggiare costantemente, grazie ai social ancora di più.

Ma quindi è colpa di nuovo di internet? Come diceva Wittgenstein, “è difficile cominciare dall’inizio. E non tentare di andare ancor più indietro”, magari agli albori della società liquida. In un’intervista di qualche anno fa Pino Roveredo, lo scrittore recentemente scomparso aveva detto: “Credo che stiamo vivendo in una società che è incapace di emozioni; non vivere emozioni vuol dire vivere un’indifferenza totale”.

“Stanno diventando tutti troppo sensibili” mi ha detto un tipo durante una festa di compleanno, al che gli ho risposto che “stiamo diventando tutti più insensibili”. È una questione di percezione, di abitudine, o forse solo di responsabilità personale.

Per Claire Marin è la nostra “epoca degli addii” a non aiutare e Chul Han aggiungerebbe perché non riusciamo ad accettare dolore (e quindi a vivere a pieno le emozioni). Troppi addii in troppi ambiti, troppe incertezze, troppe rotture che ci destabilizzano. La filosofa francese si riferisce ai molti contratti, alle molte relazioni e città che ci portano a molte separazioni.

La nostra vita è un waltzer degli addii, con pochi tagli chirurgici perché le lacerazioni vanno per la maggiore.
Che epoca strana: non sanno dire addio quelli che spariscono, come non sanno dire addio quelli che restano ad aspettare.

Se il desiderio si disincarna, le interazioni virtuali ovattano i nostri sensi dobbiamo ricordare, come suggeriva Jacques Lacan, che “il prossimo è il Reale”. Un reale che include una sua traumatica vulnerabilità, fragilità, oscenità e fallibilità di cui dovremmo tener conto. Altrimenti in uno scollamento tra realtà e desiderio, le relazioni post-moderne continueranno a finire in un limbo eterotopico.


Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.



di

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e attualità per diverse testate, tra cui Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

DylaramaIscriviti alla newsletter

Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.