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Come si organizza un evento sostenibile13 min read

Come si organizza un evento sostenibile

Un reportage sugli obiettivi e le difficoltà di organizzare un festival, un concerto o un evento sostenibile e a basso impatto ambientale.

di Marika Lerario

«Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri»

Gro Harlem Brundtland durante dal Rapporto Brundtland del 1987

La mattina del 18 agosto 1969 il fotografo Burk Uzzle scatta una foto a Nick e Bobbi Ercoline, trasformando (a sua insaputa) la giovane coppia in una iconica rappresentazione del più grande post concerto della storia, quello della prima edizione del festival di Woodstock. Ma c’è un’altra immagine che evoca quei giorni a Bethel ed è quella che Henry Diltz (altro fotoreporter), ricorda come «Un mare di spazzatura infangata. Sacchetti pieni di cibo, vestiti fradici di pioggia e inzaccherati disseminati qua e là come cadaveri». È uno scenario simile a quello che vi sarà capitato di vedere alla fine di un festival o di un concerto: distese di bicchieri, una moria di bottiglie di plastica, buste, resti di tende da campeggio e rifiuti di qualunque genere.

Se l’immagine a cui associamo un post concerto ci suggerisce che la musica dal vivo va di pari passo con montagne di rifiuti è evidente che c’è un problema e che non possiamo più sottovalutare l’impatto ambientale dell’evento a cui partecipiamo (o che organizziamo).

Da brava giovane “eco-rompipalle”, sapevo che qualunque festival avesse un impatto ambientale considerevole, che fosse necessaria una “transizione ecologica” e una progettazione verso un futuro sostenibile, ma non l’avevo mai realmente quantificato questo impatto, né messo a fuoco quale fosse la situazione attuale.

Quando a marzo 2020 è stata sospesa qualunque attività non necessaria, tra cui i concerti, ovvero la mia principale occupazione oltre all’università, ho cercato di superare l’inevitabile sconforto avviando una ricerca sulla sostenibilità degli eventi dal vivo in Italia.

Così è nata “Green-Check: pianificazione e comunicazione ecosostenibile dei festival musicali in Italia”, realizzata anche grazie al supporto dell’associazione di categoria KeepOn Live Italia ed Eco.reverb. L’intento era quello di avere una fotografia sullo stato di applicazione delle buone pratiche ecologiche, nella produzione degli eventi musicali in Italia, vista la crescente consapevolezza sugli argomenti relativi all’ecosostenibilità, da parte degli addetti ai lavori.

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Il primo passo è stato quello di intervistare attraverso un questionario, quanti più festival possibili, in modo da comprendere dal punto di vista dei makers, quali fossero le limitazioni percepite in una gestione “attenta all’ambiente”, le loro opinioni e il peso dato alla variabile sostenibilità all’interno della progettazione. I parametri di misurazione che ho considerato sono: gestione dei rifiuti, vendita e utilizzo plastica, approvvigionamenti e acquisti, gestione energetica, gestione delle acque, trasporti, inclusività sociale.

Gli aspetti da considerare per una progettazione sostenibile sono svariati, prima di tutto conoscere bene le caratteristiche del proprio festival è il punto di partenza fondamentale per poter cambiare rotta e riprogettare in modo più sostenibile per l’ambiente.

Le domande da farsi sin da subito sono: chi sono i fornitori? Quanto distano dalla location? Quali saranno i mezzi di trasporto utilizzati da pubblico, staff e artisti? Come verranno smaltiti i rifiuti generati durante la manifestazione? In che modo è gestita l’acqua? Che tipologia di fornitore di energia elettrica è stato scelto?

Il primo strumento per valutare l’impatto di un evento è quantificare la sua “impronta di carbonio”. Calcolare la carbon footprint di un concerto o di un festival musicale, serve come punto di partenza per una progettazione capace di ridurre effettivamente le emissioni di CO2eq (CO2 equivalente). 

La CO2eq è un’unità standard usata per la misurazione dell’impronta di carbonio, ovvero le emissioni di gas a effetto serra causate da un individuo o un’organizzazione. CO2eq è un modo per esprimere gli impatti di diversi gas serra (precisamente 6 famiglie di gas serra, oggetto del Protocollo di Kyoto) in una unità comune. Anche se può sembrare qualcosa di intangibile, è un modo utile per confrontare e monitorare gli impatti legati al cambiamento climatico.

In questo momento non abbiamo ancora a disposizione dati di misurazione delle emissioni di CO2eq relativi agli eventi in Italia, in modo da poter quantificare il reale impatto ambientale dell’intero settore

In Italia è difficile reperire linee guida per organizzare un evento sostenibile e scarseggiano le figure professionali specializzate.

Finora i festival sono costati al pianeta ben 24,261 tonnellate di CO2eq all’anno, solo in UK. In Inghilterra, infatti, si contano 4,9 milioni di partecipanti annuali a festival o eventi musicali outdoor, che equivalgono a 25,800 tonnellate di rifiuti. A gonfiare questa grande massa di anidride carbonica dispersa nell’aria è il trasporto (dei partecipanti, degli approvvigionamenti e di tutti i fornitori) responsabile di una grossa fetta delle emissioni totali di nostra conoscenza ma difficile da quantificare con precisione.

E i festival italiani? La prima scoperta che ho fatto è che non abbiamo a disposizione dati di misurazione delle emissioni di CO2eq, relativi agli eventi nel nostro Paese.

Prendendo in esame i risultati forniti dalla mia ricerca emerge una conoscenza ancora frammentaria delle azioni di sostenibilità ambientale che ogni festival potrebbe applicare, inoltre risultano ancora poco presenti figure professionali di supporto alla pianificazione ecosostenibile, come consulenti o sustainable event manager.

Tra le buone pratiche maggiormente applicate vi è la raccolta differenziata, molto più diffusa nelle aree riservate al personale (95%), meno nelle zone adibite al pubblico (43%). Sempre in relazione alla gestione dei rifiuti, è stato interessante notare un crescente desiderio di essere plastic free: il 50% degli intervistati ha optato per l’acquisto di bicchieri, stoviglie e posate biodegradabili e/o compostabile, mentre solo il 32% ha predisposto bicchieri lavabili e riutilizzabili (che rappresentano la migliore alternativa se davvero si vuole ridurre il proprio impatto).

Il tentativo di essere “plastic free” è di più difficile applicazione per quanto riguarda prodotti destinati alla somministrazione di cibo al pubblico, soprattutto per quanto riguarda i catering riservati agli artisti e dell’area backstage. In particolare, l’utilizzo della plastica è ancora molto presente in diverse fasi della produzione. Pensiamo, ad esempio, alle immancabili fascette adesive stringicavo o ai carichi delle aree bar e ristoro, solitamente trasportate con imballaggi in plastica.

Per quanto riguarda il trasporto del pubblico, il 68% degli organizzatori italiani ha sviluppato una partnership con servizi di carsharing, carpooling o altri mezzi eco-friendly come mobilità pubblica o monopattini, mentre solo il 20% ha previsto della scontistica all’ingresso per chi raggiunge la venue in bici; non a caso, sono davvero pochissimi i festival intervistati che hanno predisposto un bike park in prossimità dell’ingresso. Sui trasporti influisce inevitabilmente la location, spesso luoghi rurali o lontani dai centri metropolitani (più della metà dei festival intervistati è ambientato in provincia e ad oltre 20 km dal capoluogo): molto suggestive ma non estremamente semplici da raggiungere, spesso solo con mezzi di trasporto privati. 

Meglio sul fronte del cibo. Infatti, nonostante a prima vista l’elemento più impattante di un festival potrebbe essere rappresentato dai rifiuti di plastica, il cibo è, invece, l’elemento chiave nella lotta al cambiamento climatico. Provate ad immaginare, un evento che si dice sostenibile ma propone solo carne nel proprio menù. Il 46% dei festival italiani intervistati, infatti, sceglie solo fornitori a km 0, il 60% ha predisposto un menù vegetariano e/o vegano mentre il 50% utilizza prodotti dotati di eco-certificazioni. Per quanto riguarda azioni di charity da parte dei festival, per evitare lo spreco di cibo, la percentuale è ancora molto bassa. 

Quando parliamo delle emissioni di CO2 e dell’impatto ambientale causato, invece, dalla gestione dell’acqua all’interno di un festival facciamo riferimento principalmente ai rifornimenti per le toilette, fognatura e altri servizi idrici all’interno dell’area (bar, cucina, camping, ecc.), ma anche all’acqua che viene venduta nei punti ristoro e il relativo trasporto. Il principale impatto ambientale legato ai servizi igienici mobili, infatti, è derivato dal trasporto dei rifiuti su strada, vale a dire dalle emissioni di CO2 prodotte dai veicoli per lo spostamento dei bagni e delle cisterne per la pulizia degli stessi. Inoltre, ad impattare sono anche le modalità con cui vengono trattati i rifiuti e le sostanze chimiche utilizzate per lo scarico (il famoso liquido blu dei cari bagni chimici).

Un calcolo errato del numero necessario di toilette e una pulizia irregolare possono causare la dispersione di tali sostanze nel terreno. 

Sempre in questo aspetto di gestione, rientrano le bottigliette d’acqua. Queste sono definite a water intensive product, ovvero un prodotto che richiede un grosso quantitativo d’acqua per essere realizzato: una bottiglietta d’acqua da un litro, in realtà, necessita di sette litri d’acqua per la sua produzione.

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In Italia, le variabili ecologiche faticano ad affermarsi, per svariate ragioni, principalmente legate alla sostenibilità economica di tale progettazione, all’assenza di linee guida da seguire e di informazione per organizzatori e addetti ai lavori. 

In un contesto di forte insicurezza e di evoluzione del settore musicale, la capacità di realizzare una trasformazione interna sembra strettamente legata alla necessità della filiera di creare una rete di contatto per approcciarsi al tema (organizzatori, associazioni di categoria, professionisti).

In UK, ad esempio, circa 500 festival ed eventi outdoor hanno preso parte al movimento Vision:2025 che vuole proporsi come “la risposta della music industry ai cambiamenti climatici”, presentandosi come risorsa a supporto delle organizzazioni, per poter a diminuire l’impatto ambientale del 50% del settore musica entro il 2025.

In un contesto di forte insicurezza e di evoluzione del settore musicale, la capacità di realizzare una trasformazione interna sembra strettamente legata alla necessità della filiera di creare una rete di contatto tra le associazioni di categoria per approcciarsi al tema e sviluppare delle linee guida comuni

Il panorama italiano non è del tutto privo, però, di casi virtuosi che hanno già intrapreso il loro percorso verso una progettazione più sostenibile. Tra gli altri, il Terraforma, che della sostenibilità e dell’avanguardia ha fatto la sua bandiera: nel 2019 è stato premiato da A Greener Festival, nella categoria Improvers, per aver dimostrato un impegno significativo nel proprio “viaggio verde” verso la diminuzione dell’impatto ambientale. Il festival è stato l’unico italiano presente, su trentacinque manifestazioni di quattordici paesi europei. Un altro esempio è Villa Ada Roma Incontra il Mondo, che a partire dall’edizione 2021 ha totalmente cambiato rotta, eliminando la plastica e diminuendo del 40% le proprie emissioni.

Il ruolo dei festival per la lotta alla crisi climatica è dato dal loro impegno nella riduzione delle emissioni complessive dell’interno settore. Ma la più grande azione che un festival può fare è quella di prestarsi come cassa di risonanza per la diffusione della cultura della sostenibilità e circolarità, per alimentare il dibattito ancora troppo poco acceso sui cambiamenti climatici, a sensibilizzare i partecipanti e renderli, sicuramente, consumatori più responsabili.

Sebbene il settore degli eventi dal vivo stia navigando a vista tra capienze ridotte, sedute distanziate, tour internazionali bloccati e un’enorme incertezza su quello che accadrà nei prossimi mesi, dal punto di vista della sostenibilità ambientale qualcosa inizia a muoversi e possiamo dire di aver preso una piccola boccata d’aria quest’estate.


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Classe '96. Nasce in Puglia, vive in Spagna e poi a Roma. Si occupa di produzione e comunicazione per festival e concerti in Italia. Sempre sotto un palco, in backstage o in un corteo. Studia, progetta e organizza in modo ecosostenibile.

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