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Dimettersi senza avere un piano18 min read

Dimettersi senza avere un piano

Il sistema tedesco riconosce la disoccupazione anche a chi si dimette volontariamente, rendendo il dipendente più libero di scegliere.

di Giorgia Bernardini

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Quitters è la serie di Siamomine che racconta le Grandi Dimissioni attraverso i racconti e le testimonianze di chi ha scelto di lasciare il proprio lavoro e di cambiare una routine insostenibile che sembrava irreversibile.

Sono cresciuta come punto di incontro di due famiglie votate al commercio. Mio padre era il figlio di una famiglia di macellai catanesi, mia madre la figlia di due commercianti franco-liguri. Il lavoro in casa mia è sempre stato al primo posto, il lavoro nella mia famiglia ha sempre scandito i tempi della nostra vita, delle nostre feste, dei compleanni e dei Natali, che noi cominciavamo a festeggiare sempre un po’ dopo gli altri perché c’era da chiudere bottega, lavare le pedane sporche di sangue con la canna di gomma, contare i soldi. Contare i soldi è una mania che li perseguita ancora, proprio qualche giorno fa mia madre ha contato una mazzetta di pezzi da venti una due tre volte ad alta voce e quando io l’ho presa in giro per questo mio padre mi ha prontamente risposto: «Giorgia, i soldi si contano. Eccome se si contano».

Per quanto riguarda la mia generazione – sono nata nel 1985 –, sembra quasi che con i soldi non ci vogliamo avere a che fare. Prima la carta di credito, adesso Google Pay che con quel bip celestiale a pagamento compiuto mi mette un’ansia tremenda. Più si interpone una distanza fra noi e la banconota, più dimostriamo di essere cool nel rapporto con il denaro. Non ci interessa tenerlo per le mani, non ci interessa contarlo fino allo sfinimento – anzi la riteniamo un po’ una cosa da poveracci. Mia madre mi racconta di aver giocato in certi sabato sera fra mitologiche mazzette di lire alte così, da bambina, dopo la chiusura del negozio dei suoi. Io una mazzetta alta così non devo nemmeno averla mai vista nella mia vita. La verità è che io, come molte delle persone che conosco, con il mio lavoro in una galleria di fotografia a Charlottenburg (Berlino) non mi sono mai arricchita. Non ci sono andata nemmeno vicina. Mi sono accontentata di altro però: del “prestigio” della posizione e del limitato tempo libero che la mia professione mi metteva a disposizione. Ma soldi pochissimi, e questo in un certo senso lo attribuisco anche al vivere a Berlino, città intorno alla quale c’è un sacco di hype che il più delle volte non permette di analizzare le cose con la dovuta onestà.

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Quando ho iniziato a lavorare in questa galleria era l’agosto del 2017. Otto mesi prima c’era stato l’attentato al mercatino di Breitscheidplatz proprio vicino al negozio dove ero impiegata come commessa. Mi ricordo di quell’evento come se quel camion fosse entrato nel soggiorno di casa mia. Il fatto che anche io frequentassi quel mercatino almeno due volte a settimana dopo il lavoro mi aveva fatto rovinare in un loop di “e se?”, uno stato mentale che mi aveva spinto a mettere in discussione tutto, in primis il mio lavoro come store manager per un brand premium italiano in cui guadagnavo un sacco di soldi. Ci ho messo qualche mese a prendere la decisione, ma poi scendere a 32 ore settimanali per uno stipendio ben più parco – 10,50 euro netti all’ora – mi era sembrato un buon compromesso per vivermi la mia vita. Le cose sono andate bene per un po’. Avevo finalmente il tempo per andare a comprare i fiori al mercatino di Winterfeldtplatz senza ricevere trentacinque chiamate oppure potevo stare un po’ più a lungo sul divano a leggere. I primi tre anni sono trascorsi con relativa facilità, poi la vecchia proprietà si è ripresa l’azienda che aveva venduto cinque anni prima e da lì è iniziato un calvario.

La nuova proprietà ha messo in atto un nuovo regime di enorme risparmio. Durante il primo e il secondo lockdown siamo stati tutti messi in una finta cassa integrazione – lavoravamo comunque ma da casa e collegati allo shop online, però ad un regime bassissimo, in modo che la retribuzione dei nostri stipendi ricadesse quasi interamente sulle spalle dello Stato mentre noi però lavoravamo a tutti gli effetti per la società. Il mio stipendio di 1350 euro netti era tarato sulle mie necessità minime e alla fine, quando sono venute a mancarmi alcune centinaia di euro al mese, mi sono trovata in difficoltà economiche. Improvvisamente e senza nessun  motivo apparente sono state tagliate dai nostri stipendi anche le provvigioni sulle vendite che per noi erano anche l’unico modo effettivo per mettere da parte dei risparmi, seppur minimi.

Il ritorno al lavoro dopo la pandemia non è stato semplice. Io e la clientela non eravamo più gli stessi e neanche la proprietà.

Il ritorno al lavoro dopo la pandemia poi non è stato semplice. Sul piano personale avevo trascorso metà del secondo lockdown fra casa dei miei genitori e un corona-hotel a Bologna in cui sono finita per sbaglio, mentre l’altra metà era trascorsa a casa mia a Berlino, da sola e molto spesso in meditazione sul divano. Il ritorno a lavoro è stato graduale: prima un giorno a settimana, poi due e infine quattro, come ai vecchi tempi. Però io e la clientela non eravamo più gli stessi. Loro spendevano i loro soldi con più facilità visto che per mesi non erano andati a sciare in Svizzera e non avevano cenato in ristoranti stellati di Mitte pur avendo continuato a guadagnare enormi quantità di denaro e ad accumulare capitale, mentre io – che ero stata letteralmente costretta a non lavorare pur volendolo – ero con i soldi contati sul conto e la sensazione che tutta quella fatica emotiva non giustificasse la mia situazione economica precaria. Dove prima ci stavo dentro, improvvisamente non ci stavo più e già al giorno tre del mese mi ritrovavo con sei euro e cinquanta sul conto corrente.

Ho iniziato a parlare con le mie colleghe di pattuire con l’azienda un aumento di stipendio. Io ero impiegata lì da cinque anni senza mai aver avuto uno scatto, le altre si trovavano più o meno nella stessa posizione.

Da quando ho iniziato a fare questo tipo di pressioni per tutelare me e le mie colleghe, la situazione è precipitata notevolmente. Il direttore della galleria ha iniziato un mobbing spinto ma nonostante la situazione spiacevole siamo riuscite a comunicare alla proprietà le nostre necessità. Due giorni dopo la riunione con la responsabile del personale le mie due colleghe tedesche ricevono una chiamata in cui si propone loro un aumento di stipendio più una provvigione su ogni singola vendita; io non ricevo alcuna chiamata. 

Quando cerco un contatto con la manager per telefono la sua risposta verte più o meno sul fatto che è molto sorpresa del fatto che io voglia un aumento di stipendio perché il mio responsabile le ha riferito che da lì a poco sarei tornata in Italia, un mio supposto desiderio che io stessa ho appreso per la prima volta al telefono con i miei datori di lavoro. L’aumento mi viene negato e possibilmente rimandato a data da destinarsi. 

Sono andata avanti per altri sei mesi – in fondo, pochi o tanti quei soldi mi servivano per vivere.
Una mattina di gennaio del 2022 in pausa pranzo ho fatto una chiamata per chiedere un prestito di duemila euro ad una persona vicina e quando quel giorno sono uscita da quella galleria, l’ho fatto per non tornarci mai più. 

Prima di prendere la decisione definitiva ho dovuto contare i centesimi nel mio portamonete. Di fatto la pandemia mi aveva impoverito molto. Dei miei seimila euro di risparmi me ne erano rimasti poco più di mille sul conto corrente; una cifra che certo non mi avrebbe permesso di traccheggiare per novanta giorni fino a quando avrei avuto diritto di percepire la disoccupazione.

Mi sono fatta prestare duemila euro, ho subaffittato casa mia alzando di circa trecento euro la cifra che compare sul contratto. Mi sono trasferita prima da mia zia per tre settimane e poi sono andata a vivere alle Canarie per altre tre settimane in una casa in cui non avrei pagato l’affitto. I costi della vita a Fuerteventura erano più bassi di qualsiasi altro posto in Europa per via delle tassazioni calmierate nelle isole spagnole. In quel periodo ho passato molto tempo in spiaggia e ho fatto lunghi giri in bicicletta, ho concluso un saggio sullo sport femminile che avevo imbastito e quasi portato a compimento ogni mattina dalle sei alle otto prima di andare a lavorare, oppure durante le vacanze di Natale quando ho colto l’occasione della chiusura della galleria per ritirarmi a vita privata nel mio salotto per tirare le fila di ragionamenti che avevo fatto ogni giorno prima o dopo il lavoro.

Lasciare quell’impiego è stato liberatorio, però ricordo bene una volta in cui ero sdraiata sul letto di un albergo di Trapani e parlando con la persona che era con me mi era preso un horror vacui spaventoso dopo aver aperto l’app della Deutsche Bank.

Una mattina di gennaio del 2022 in pausa pranzo ho fatto una chiamata per chiedere un prestito di duemila euro ad una persona vicina e quando quel giorno sono uscita dalla sede di lavoro, l’ho fatto per non tornarci mai più.

Ma i soldi di fatto sono stati un problema solo i primi giorni, poi mi sono abituata al fatto che potevo dimezzare i miei bisogni: ho messo in pausa il mio abbonamento di kick boxing e ho iniziato a comprare e-book invece che libri cartacei. L’affitto, la mia spesa più impegnativa, era coperto. Di altri vizi non ne ho, e così è stato abbastanza semplice. In qualche modo ho racimolato soldi scrivendo pezzi qua e là, ho consegnato un libro di cui mi è stato pagato l’anticipo, non ho comprato praticamente niente a parte biglietti aerei e del treno che mi sono serviti per spostarmi da una casa all’altra: Catania, Palermo, Berlino, Fuerteventura, Sarzana.

Sono tornata in Italia il sette marzo e da lì ho iniziato a parlare di lavoro con tutte le persone che ho incontrato. Sembravo maniacale. L’aspetto più lampante di come si lavora in Italia è una situazione di grande sfruttamento, messo di gran lunga peggio rispetto ai miei 10,50 netti all’ora. In alcuni casi lo stipendio delle persone con cui mi sono confrontata può persino essere più alto del mio, ma il monte ore che devono essere lavorate per arrivare a quello stipendio il più delle volte è fuori controllo. Ho sentito persone che entrano in servizio alle sei meno un quarto del mattino e escono alle diciannove; un’altra ragazza mi ha detto che per lavoro fa anche trecento chilometri al giorno in auto – e vi assicuro che il suo lavoro non è fare la camionista. Quando gliel’ho fatto notare era sconvolta del fatto che io fossi sconvolta che la sua azienda le facesse fare tutti questi chilometri in auto. Era pericoloso per la sua incolumità, le ho detto, ma lei davvero non riusciva a capire cosa le stessi dicendo e si era persino inalberata. Fra le persone con cui ho avuto a che fare, chi ha lasciato il lavoro ha avuto il lusso di potersi permettere questa scelta perché ha alle spalle una famiglia o un partner economicamente benestante che può supplire alla temporanea mancanza di uno stipendio senza problemi. E questo forse è il punto più interessante di questa ricerca: il welfare che in Germania è messo a disposizione dallo Stato è un supporto che in Italia è ancora interamente basato sul sistema familiare.

In Germania al dipendente spetta la disoccupazione anche se è lo stesso a licenziarsi di sua spontanea volontà. Diversamente da quanto accade in Italia. Un diritto che mi pare necessario per mettere il lavoratore in una effettiva situazione di libertà, un diritto che lo svincola anche dall’essere a ogni costo in balia degli umori del datore di lavoro, delle sue angherie, delle sue ingiustizie velate. Togliere una possibilità di svincolarsi da una situazione complicata significa amputare la libertà di un lavoratore. Significa fare pressioni sulle sue paure e sul suo terrore di non potersi pagare l’affitto alla fine del mese.

Per chi si licenzia autonomamente però, secondo il sistema tedesco tuttavia esiste una Sperre, un blocco momentaneo all’erogazione del denaro che dura novanta giorni a partire dalla data del licenziamento. A parte questo poi le condizioni sono garantite ad ogni lavoratore o lavoratrice: la quota di disoccupazione corrisponde al 60% dello stipendio al suo netto e la sua erogazione dura in media un anno. Tuttavia ci sono casi eccezionali in cui lo stato può decidere di prolungare l’erogazione. In genere questo accade nel caso in cui un o una disoccupata prenda parte ad un corso professionalizzante – anche questo interamente pagato dall’Agenzia del Lavoro. Se per dire io domani volessi reinventarmi come programmatrice informatica, tutto quel che dovrei fare è cercare un corso che mi interessa, fare richiesta alla mia tutor e iniziare il corso. I costi – per inciso, molto alti – sarebbero interamente ricoperti dallo Stato.

Una settimana dopo aver lasciato il mio lavoro una delle super manager dell’azienda ha voluto parlarmi al telefono per sapere le motivazioni del mio licenziamento. Su Zoom mi sono trovata di fronte ad una donna che avrà avuto più o meno la mia età. Le ho raccontato punto per punto quello che era successo, specificando che dopo cinque anni e nessun aumento di stipendio non riuscivo più a mantenermi un lusso di una lavoro non abbastanza remunerativo per continuare a sostenere la mia vita. In pratica stavo lavorando più per fare un piacere all’azienda, a cui mettevo a disposizione ogni giorno le mie skills, che non a me.

Sembrava non capisse, allora le ho chiesto come si immaginava lei la sua vita con uno stipendio netto di 10,50 euro in una città come Berlino. Era una domanda retorica ovviamente. E infatti non ho ricevuto alcuna risposta. Alla fine della chiamata la signora mi ha persino proposto di tornare a lavorare per loro, ma esattamente alle stesse condizioni che avevo lasciato qualche settimana prima. Era escluso, ho detto.

La chiamata è finita così, con dei saluti di circostanza. Tre settimane dopo mi è giunta notizia dalle mie ex colleghe che la tariffa oraria in azienda è stata aumentata di un euro lordo a tutto il personale dipendente, di qualsiasi galleria in Germania che fa capo alla mia ex azienda. In questi giorni invece circola la notizia dell’aumento del salario minimo in Germania a 12 euro l’ora.

Da qualche tempo a questa parte il lavoro e i soldi sono argomenti che si sono conquistati un hot spot all’interno dei giornali che leggiamo, dei podcast che ascoltiamo, persino delle cene che facciamo. Non è raro sentire persone che si lamentano di tariffe orarie di cinque euro l’ora presso call center italiani e che poi due giorni dopo lasciano il lavoro affermando che per quella cifra piuttosto se ne vanno al mare e rinunciano ad una pizza nel fine settimana. A fianco di queste persone ovviamente c’è una rete familiare, mentre io mi sono quasi interamente affidata al fatto che prima o dopo lo Stato tedesco sarebbe intervenuto a sostenermi. Le storie che sento o che leggo il più delle volte hanno un buon fine, fosse anche solo perché sono state strumentali e farci riflettere per un secondo, a farci mettere in dubbio che rispetto a mia madre io non arriverò mai a contare una pila di soldi, nemmeno a vederla appunto, ma che forse a me fare questa cosa nemmeno interessa.

Quando mi sono licenziata il mio piano era portare a termine due libri, scrivere articoli sullo sport, leggere tutto Pavese. Ho lavorato per undici anni senza un giorno di pausa, ho lavorato così tanto senza mettere in dubbio niente perché in casa mia si faceva così, da quando ho poco più di sei anni. È stato edificante e difficile farlo, ma credo che questo sia il momento della mia vita che ricorderò con più nostalgia in un secondo momento: il momento in cui non avevo soldi, e avevo spesso paura per questo, ma mi sentivo anche libera dopo aver passato undici anni come in una schiavitù, a dire sempre di sì per l’ansia irrazionale di finire sotto un ponte.


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È nata a Catania nel 1985 e vive a Berlino. È la fondatrice di Zarina, la newsletter sullo sport femminile e scrive soprattuto su Ultimo Uomo ma anche da altre parti. È co-host di GOLEADORA, un podcast di Zarina sul calcio femminile. Ad aprile del 2022 per Capovolte Edizioni è uscito “Velata”, un saggio sullo sport che indaga l’uso dell’hijab in ambito sportivo.

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