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illustrazione di Mattia Iacono

È un buon momento per il fumetto in Italia?8 min read

È un buon momento per il fumetto in Italia?

I dati parlano di un mercato in grande crescita, ma le condizioni di lavoro di chi opera nel settore non sembrano migliorare.

di Simone Tribuzio

Da anni si continua a parlare dell’incremento di fatturato generato dalle vendite di opere a fumetti. Attualmente il mercato del fumetto vale tra il 2% e il 6% in Spagna, Germania, Portogallo e Italia. Trend positivo europeo che vede in testa Francia e Belgio con 15% e 33%. 

Come riporta Il giornale della libreria (rivista mensile dell’AIE): “spicca la crescita nell’ultimo anno in Italia, con un fatturato in aumento del 42% rispetto al 2019 fino a 43 milioni di euro.

Nel nostro paese vengono pubblicate ogni settimana le classifiche di vendita sui supplementi culturali dei maggiori quotidiani: Tuttolibri (La Stampa), La Lettura (Corriere della Sera) e Robinson (La Repubblica). Le classifiche presenti su Tuttolibri, in uscita ogni sabato, fanno affidamento all’agenzia storica Nielsen; di domenica tutti gli altri supplementi forniscono i dati provenienti dall’istituto di mercato Gfk. Le testate prendono in considerazione le vendite che vanno dal fine settimana scorso a quello corrente; con l’auspicio che il lettore si ritagli del tempo libero per il consumo culturale durante il weekend. 

Un fondamento che convince poco e nel momento in cui è impossibile sapere la vendita effettiva, data dalla combinazione tra la complessa distribuzione e gli acquisti effettuati nelle librerie. Nella migliore delle ipotesi si viene a conoscenza delle vendite dopo diversi mesi se non anni. Quella dell’opacità delle vendite effettive (sell out) è una caratteristica problematica connaturata all’intero settore editoriale. Ogni classifica è basata su una proiezione di un campione statistico che appare rilevante, poiché «Gfk e Nielsen ricevono i dati da circa 900 punti vendita su 3000», racconta il primo numero della rivista Cose spiegate bene, a proposito di libri, (Il Post, Iperborea). 

Ambedue le agenzie riportano dei numeri rappresentativi, ma fino a un certo punto.

illustrazione di Mattia Iacono
Illustrazione di Mattia Iacono @m_iacon0

Negli ultimi tempi si è sviluppata una certa sensibilità attorno al medium, aprendo così le porte a una fitta serie di iniziative, associazioni, gruppi di volontari, strumenti editoriali di divulgazione scientifica (vedi Comics&Science), e di progetti in collaborazione tra le case editrici e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo: come si è visto nel caso illustre di Fumetti nei musei con l’editore Coconino Press. Il progetto conta di 51 opere, realizzate da un pool di autori e autrici, che raccontano ai visitatori la contemporaneità dei musei del nostro paese. Va segnalata anche l’avvento di RIFF: Rete Italiana Festival Fumetto, che si presenta così: «è la Rete nazionale costituita dai Festival italiani di Fumetto che hanno come obiettivo la valorizzazione del fumetto in tutte le sue forme». Di fatto sono in aumento le fiere di settore, e con esse la partecipazione attiva del pubblico, che si aggira attorno al milione di presenze l’anno; generando indotto economico e  ricaduta di centinaia di milioni di euro sul territorio nazionale.

La filiera ha visto formarsi anche un ente sensibile allo studio delle professioni creative: per questo si è mosso l’osservatorio Mefu – Mestieri del fumetto; per mano di Emanuele Rosso, Samuel Daveti e Claudia Palescandolo. L’associazione senza scopo di lucro, nata il 1 maggio 2020, si è distinta nell’indagine – consultabile sul sito dell’osservatorio – circa ruolo e significato di chi crea a tutti gli effetti le storie che vengono distribuite nelle librerie/fumetterie e nelle edicole. Con la parola “creatori”, il Mefu intende definire tutte quelle figure del campo artistico che vanno dal soggettista allo sceneggiatore, dall’inchiostratore al disegnatore, dal colorista al letterista. Stando al sondaggio dedicato ai mestieri: il 48,1% opera nel mercato delle graphic novel, mentre il 39% per i periodici, e il 12,9% periodici più graphic novel. I creatori che hanno risposto al sondaggio risultano il 74,6%, mentre le creatrici sono soltanto il 26,4% rispetto alle 255 risposte ricevute. Gli autori censiti sul territorio italiano dal Mefu sono 2.000 in totale.

Le numerose associazioni e organizzazioni specializzate fanno registrare un aumento delle fiere di settore e dell’indotto economico generato da esse. Al contempo però non sembra crescere di pari passo il reddito medio degli addetti ai lavori.

I creativi promuovono il proprio lavoro attraverso strumenti di comunicazione differenti. Secondo questo sondaggio dedicato al mestiere, tra i dati si legge che l’80,8% comunica la propria attività tramite Instagram, mentre su Facebook il 73,5% e il 32,7% tramite profilo utente e la pagina autore. Soltanto l’1% di chi ha risposto si muove con un proprio canale Twitch.

Il Mefu ha pubblicato anche una sezione dedicata alle formule contrattuali per chi non possiede partita IVA: questi in genere vengono pagati con notule di cessione dei diritti d’autore e/o ritenute d’acconto.
Tranne nei casi seguenti: il 10,3% di chi ha risposto tramite rimborso spese, il 7,2% attraverso uno scambio di merci e servizi, il 2,4% con pagamento in contanti non tracciato. Mentre l’1% viene pagato secondo un contratto da dipendente (letterista/grafico). Solo il 3,1% non ha specificato la formula di pagamento. Il 52,6% delle risposte ha un commercialista, mentre il 12% è seguito da un agente o da un’agenzia.

Proprio l’indagine sullo stato economico ha sollevato alcune criticità, legate appunto alle condizioni lavorative e al reddito annuo percepito. Sono 339 gli autori che hanno partecipato al questionario in forma anonima e volontaria: il 4,9% guadagna oltre 20.000 euro l’anno, il 5,7% tra i 15.000 e i 20.000 euro, il 13,1% tra i 10.000 e i 15.000 euro, mentre il 14,8% tra i 5.000 e i 10.000 euro, e il 61,5% ha risposto meno di 5.000 euro l’anno. E solo il 18% degli autori lo fa come unica attività. Viene spontaneo chiedersi se fare fumetti in Italia sia considerato effettivamente un lavoro a fronte della fatica e del tempo passato in studio. Secondo il 74,2% lo considera come tale, anche se il 47% ha un secondo impiego.

Creatori e creatrici sono concordi nella soluzione finale seguente: è possibile ragionare su una base contrattuale-economica sostenibile per tutta la categoria, ma bisognerà intraprendere quanto prima un dialogo aperto con gli editori, e soprattutto con la grande macchina della distribuzione.


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Nato a Terracina nel 1991, lavora dal 2015 come ufficio stampa per case editrici di fumetti. Ogni mese invia la newsletter di approfondimento culturale Sticky Drama. Scrive di fumetto e musica per Esquire Italia, minimaetmoralia, Noisey (Vice).

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