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Il ruolo dell’arte nella crisi12 min read

Su YouTube si trova il video di questa lezione del 2012 che Brian Eno tenne per la AA School of Architecture in cui spiega qual è, per lui, il valore dell’arte. Per rompere il ghiaccio, racconta di come gli sia sempre rimasto impresso il momento in cui la madre della sua prima ragazza gli disse: «Brian, hai un gran bel cervello, ed è un peccato che tu voglia sprecarlo facendo l’artista», un aneddoto a dimostrare come sia diffusa la credenza che l’arte sia qualcosa di assolutamente superfluo, uno spreco di tempo. Ma è veramente così? Certo che no, e io e Brian siamo qui per dimostrarlo. Il punto centrale della lecture di Eno è: «art is everything you don’t have to do» – l’arte è tutto quello che non siamo tenuti a fare. Per illustrare il concetto, mostra una foto dei suoi cacciaviti colorati che, a un’estremità, hanno una funzione precisa, mentre all’altra non hanno alcuna funzione, e quell’estremità dovrebbe rappresentare tutto ciò che rientra nella sfera della non-utilità. Nel nostro caso l’arte. Poi il discorso si sposta sulle comunità di primati, che passano gran parte del tempo a curarsi il pelo reciprocamente, e quest’attività di cura è espressa con gesti diretti (banalmente, si spulciano).

L’essere umano, scimmia evoluta, ha sviluppato uno strumento che permette di estendere l’attività di cura a un numero di beneficiari molto più ampio rispetto a quelli che potrebbe raggiungere direttamente, e questo strumento è il linguaggio.

«Language changed everything. Once people acquired speech, cultural development and social cohesion no longer depended on increasing our brain size. Evolution shifted from a purely biological process to a social one» scrive Douglas Rushkoff nel saggio dal titolo Team Human, in cui sostiene che l’evoluzione dipenda sì dal principio darwiniano di survival of the fittest, ma anche e soprattutto dalla capacità di collaborare e mettere in atto meccanismi di supporto reciproco, che nel caso dell’essere umano sono veicolati da strumenti come lo sviluppo del linguaggio e della cultura condivisa. Secondo la sua teoria, abbiamo sviluppato meccanismi di solidarietà spontanea nei primi stadi della nostra evoluzione dagli ominidi.

Humans are defined not by our superior hunting ability so much as by our capacity to communicate, trust, and share.

Insieme al linguaggio, prosegue Rushkoff, abbiamo sviluppato l’abilità di imparare dalle esperienze altrui, e non soltanto di prima mano come i nostri predecessori sulla scala evolutiva, il cui comportamento è regolato dal principio di episodic learning, quanto piuttosto dalla rappresentazione dell’esperienza: dalla nostra capacità di elaborare, ma soprattutto sublimare ciò che apprendiamo dai nostri contatti materiali con il mondo. Questa sublimazione è quello che chiamiamo arte.

Illustrazioni a cura di Davide Bart Salvemini | Instagram

In un’intervista di un paio di mesi fa, sempre Brian Eno viene interrogato da Varoufakis sul ruolo dell’arte in un momento di profonda crisi e cambiamento come quello che stiamo vivendo. La sua risposta, ancora una volta, pone un accento sulla differenza tra una visione strettamente utilitaristica delle attività umane e quelle legate al verbo inglese to play, che ha diverse accezioni, ognuna delle quali si presta bene al contrasto con la sfera della funzionalità. «Play is how children learn to understand the world – dice Eno – and nobody would say to a child ‘you’re wasting your time doing that’. It’s clearly an essential set of tools for learning social skills, for learning physical skills, for understanding the world. Now, at a certain point, we send people to school and we say: ‘now you’re properly learning things,’ as if they weren’t learning all that time before. And quite soon to tell someone they’re playing becomes a sort of criticism of them: ‘you should be working, not playing’. So my theory is that art is really a way of continuing to play throughout the rest of your life… Adults play through art, through the experience of art».

In questo periodo molti di noi hanno avuto occasione di riflettere sul proprio rapporto personale con il lavoro e sulla relazione della nostra generazione con i concetti di resa e profitto, che sono entrati a far parte delle nostre vite in forme sempre più capillari, fino a diventare qualcosa a cui è quasi impossibile sottrarsi. Una mail di lavoro può arrivarci a qualsiasi ora del giorno e della notte ed è possibile che, oltre a doverla leggere, siamo tenuti a rispondere. E chiunque utilizzi internet, anche se non lavora, è comunque costantemente ancorato alla catena del capitale. Nel suo saggio, Rushkoff parla di come Internet, inizialmente progettato per avvicinare gli esseri umani gli uni con gli altri, abbia presto ceduto alla funzione di avvicinarli ai mercati: da utenti attivi, siamo diventati target passivi. Allo stesso tempo, ci è stata tolta la possibilità di utilizzare la rete come strumento di creazione (il coding è diventato sempre più complesso, mentre i primi computer funzionavano con codici che ogni utente doveva imparare) e quando veniamo invitati a esprimerci su piattaforme online dovremmo renderci conto che l’invito è tutt’altro che disinteressato: ogni preferenza che esprimiamo è uno strumento in più per veicolare strategie di marketing mirato su di noi. Siamo prodotti, merce di scambio, numeri, follower, dati di mercato, capitale umano, e questa dottrina è la stessa che, in questi giorni, sta guidando le strategie di ripartenza dopo il lockdown, in cui il lavoro sembra l’unica giustificazione adeguata per esporsi a un virus, mentre la parte play viene sminuita e ignorata, se non repressa.

«Gli artisti che ci fanno tanto divertire» — frase maldestramente pronunciata dal Premier nel corso della conferenza stampa per il Decreto Rilancio — è stata oggetto di parecchie discussioni e altrettante gag sulla considerazione in cui il nostro Paese tiene il mondo dell’arte e della cultura, in particolare quella contemporanea. Il ruolo del divertimento, così come il termine stesso, sembra quasi ornamentale, superfluo, contrapposto al lavoro vero, e questo malinteso è alimentato dalla mancanza di supporti istituzionali adeguati. Praticamente un cane che si morde la coda.

Illustrazioni a cura di Davide Bart Salvemini | Instagram

«Il nostro lavoro è prevalentemente contraddistinto da modalità contrattuali atipiche e intermittenti, e da una diffusa [PARCELLIZZAZIONE] e [DISCONTINUITÀ] dell’impiego che spesso degenera in [PRECARIATO]. La mancanza di enti di tutela specifici indebolisce altresì il nostro potere contrattuale e, unitamente a compensi spesso non adeguati agli orari e alla qualità del lavoro svolto, nonché al grado di formazione e all’esperienza richiesta, rende la nostra condizione lavorativa estremamente [VULNERABILE]. Questo accade in un settore in cui convivono meccanismi e standard propri dell’industria del lusso e salari poco al di sopra della soglia di povertà, intollerabili percentuali di [LAVORO SOMMERSO] e alti livelli di istruzione. È in tale scenario che si impongono forme di “retribuzione” alternative al compenso in denaro, legate alla visibilità, all’incremento dei nostri contatti e alla reputazione in vista di un futuro (ma incerto) posizionamento. Ne consegue l’affermazione di un [SISTEMA ELITARIO], un implicito incoraggiamento a regimi di [AUTO-SFRUTTAMENTO] e a dinamiche di competizione non favorevoli a un ambiente lavorativo sano e basato sul rispetto delle competenze, della formazione, dell’esperienza e della collaborazione», si legge nel manifesto di Art Workers Italia, gruppo informale di lavoratrici e lavoratori del mondo dell’arte costituitosi durante il lockdown. Da un lato, paradossalmente, il lavoro in ambito culturale è ancora spesso considerato come un passatempo, qualcosa che si fa per passione, e non sia di conseguenza tutelato come dovrebbe: ti piace l’arte, lavori a contatto con l’arte, sarai sicuramente appagato, vuoi pure i soldi? Dall’altro la mancanza di una cultura condivisa che valorizzi lavori che spesso sfuggono alla misura quantitativa del profitto rende ancora più difficile creare un sistema che non premi chi già si trova in una posizione privilegiata per questioni di visibilità, contatti o semplicemente può permettere di lavorare senza una retribuzione adeguata, allontanando ulteriormente l’arte dalla sua matrice popolare e amplificando l’impressione che questo mondo possa abitare e svilupparsi esclusivamente sulla cima di torri d’avorio inaccessibili.

l terreno fertile dell’arte è alimentato da domande, non cerca una risposta univoca, vive di una ricerca condivisa di verità che forse non possiamo afferrare, in un processo interrogativo la cui validità prescinde dal suo compimento

Nel saggio Art as Experience John Dewey parla di come «l’espansione del capitalismo abbia avuto una grande influenza nello sviluppo del museo come unico luogo appropriato per le opere d’arte, e sulla diffusione dell’idea che siano elementi separati dalla vita di tutti i giorni», e promuove, al contrario, la continuità tra le esperienze legate alla fruizione dell’arte e il resto della nostra esperienza, proprio perché riconosce nell’arte il valore di veicolare concetti apparentemente lontani dalla nostra visione quotidiana. Questa funzione diventa particolarmente importante in un momento come questo, in cui il mondo che conoscevamo si sgretola e affiorano tutte le contraddizioni del sistema che lo teneva in piedi. L’arte, sempre per usare le parole di Brian Eno, ha il potere di suggerirci la possibilità di un altro mondo, di aprire brecce che si affaccino su un’altra realtà.

Viviamo in un sistema estremamente affermativo, in cui la discussione spesso avviene sotto forma di botta e risposta tra opinioni, tra ragioni opposte che sembrano spesso inconciliabili. Ci viene insegnato che la nostra opinione, la nostra verità, deve prevalere sulla verità di chi la pensa diversamente, e questo genera un dibattito tossico, tutt’altro che fecondo, e questo succede sui social, in uno studio televisivo, in Parlamento. Il terreno fertile dell’arte, al contrario, è alimentato da domande, non cerca una risposta univoca, vive di una ricerca condivisa di verità che forse non possiamo afferrare, in un processo interrogativo la cui validità prescinde dal suo compimento, nella strada che si percorre fuori dal tragitto precostituito, oltre la disposizione conosciuta del reale, che scardina le strutture sociali in cui siamo intrappolati. Da un lato questa crisi ci ha disgregato, ci ha chiuso nelle nostre case, ci ha ridotto a categorie lavorative, a individui potenzialmente contagiosi che devono tenersi alla larga gli uni dagli altri, e dall’altro ha accentuato il nostro ruolo sociale di target, strumenti di marketing, numeri da statistica. Ed è soprattutto ora che emerge il valore essenziale dell’arte come spazio di esplorazione di mondi spogliati da finalità e dinamiche di profitto e, soprattutto, come luogo di uno scambio profondo che sta alla base non solo della nostra cultura, ma della nostra stessa sopravvivenza.

«A tree is not a forest. On its own, a tree cannot establish a consistent local climate. It is at the mercy of wind and weather. But together, many trees create an ecosystem that moderates extremes of heat and cold, stores a great deal of water, and generates a great deal of humidity. And in this protected environment, trees can live to be very old. To get to this point, the community must remain intact no matter what. […] A tree can be only as strong as the forest that surrounds it» scrive Peter Wohlleben in The Hidden Life of Trees. Siamo abituati a misurare il nostro valore in base a numeri che dimostrano la nostra utilità, e questo produce una società estremamente individualista, ingiusta, arrivista, sbilanciata e soffocante, ma le circostanze ci stanno dimostrando che da soli non si può stare, da soli non si sopravvive. Allora ci ricordiamo dell’altro capo del cacciavite, quello apparente inutile, che ci rivela un cambio di prospettiva, un ecosistema regolato da principi di interdipendenza, cura e solidarietà. Le visioni condivise che nascono in questo contesto ci permettono di accedere, anche solo per pochi secondi, a quella realtà alternativa, utopica, che dovrebbe guidare il modo in cui ci armiamo per capovolgere quella in cui viviamo.

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Dottore in filosofia, al momento disoccupata, collabora con diverse testate, ha diretto Noisey Italia prima che diventasse trap, ha lavorato in TV, in radio, è attivista, promoter e DJ, ma soprattutto un grande talento in cucina