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Il terremoto non esiste13 min read

Il terremoto non esiste

Dentro la crisi demografica, economica e identitaria delle aree terremotate.

di Savino Monterisi e Francesca Sabatini

Fotografie di Carmine Mozzillo

La montagna incantata è la nuova serie di Siamomine dedicata alla montagna.
Questa serie sarà uno spazio di riflessione affidato ad esperti, professionisti, abitanti, associazioni e comunità, nel quale coniugare i temi della contemporaneità – come la crisi climatica, la digitalizzazione, il lavoro, il turismo – al territorio e allo stile di vita socio-culturale delle aree montane e interne del nostro Paese.

La Salaria è attraversata dal solito traffico anche oggi. Lavori rallentano, bloccano e costringono a deviazioni. Il Tronto scorre sereno, in cielo poche nuvole coprono il sole. Lasciamo la consolare romana e una provinciale sinuosa ci guida lungo il fianco della montagna. Ai lati della carreggiata le roverelle concedono precarie porzioni d’ombra. Il navigatore commette un errore e giungiamo a Capodacqua, frazione di Arquata del Tronto (AP) in ritardo. Ci viene incontro un carosello di persone e Berardina ci invita a riempire la borraccia dalla fontanella del paese. Dal becco di ghisa però non esce nemmeno una goccia. Un paradosso perché tutt’attorno l’ascolano pesca la sua acqua per l’acquedotto Sorgenti Pescara d’Arquata, importante opera ingegneristica del 1955.

La fontanella resta all’asciutto dal 24 agosto 2016, quando una scossa di magnitudo 6.0 ha segnato per sempre un prima e un dopo. A sei anni da quel giorno, l’associazione Monte Vector insieme ad alcuni abitanti arquatani ha messo in scena “Il terremoto non esiste”, un itinerario tra le frazioni terremotate di Arquata del Tronto ambientato prima del sisma. Un attraversamento dei paesi svuotati dai crolli e dalle demolizioni, guidato da abitanti che rievocano luoghi e personaggi.

Noto mediaticamente come “terremoto di Amatrice”, il terremoto del 2016-2017 ha coinvolto un cratere di 140 Comuni distribuiti tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo e una popolazione di circa 48.000 sfollati. Un’area in cui più della metà dei Comuni sono territori montani – oltre i 600 metri sul livello del mare – e riconosciuti come aree interne dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne. Il terremoto del 2016-2017 è stato il terremoto dei paesi: dell’Italia minore dell’arco appenninico. Insediamenti montano-rurali di piccole dimensioni, fragilizzati da storici processi di spopolamento, invecchiamento della popolazione e abbandono delle attività produttive. Sistemi territoriali che negli ultimi cento anni hanno visto uno scivolamento a valle di popolazione e risorse e profonde trasformazioni legate alla scomparsa della civiltà contadina. È su queste aree depredate dal “grande saccheggio” (Bevilacqua 2011) dello sviluppo urbano-centrico e neoliberale che il terremoto è intervenuto, amplificando la crisi demografica, economica e identitaria di molti territori.

Riprendiamo le macchine e raggiungiamo Pescara del Tronto. Qui la montagna in parte è venuta giù portando via case, strade e vite. Porte solitarie chiudono basamenti senza più abitazioni. Su muri sventrati restano maioliche. Della Macelleria Filotei sono rimasti i muri perimetrali e il frigo, con la porta ancora aperta, immobile al tempo. Solo l’albero di mele, che fu il circolo dei ragazzi, sopravvive carico di frutti. “Si sente il juke box del circolo?” ci chiede Antonio, la guida di Pescara

Automobili accartocciate, una motosega, un cucchiaio, un termosifone appeso a un muro. Camminiamo sul sagrato della chiesa senza alcun segno di riverenza. Quello che una volta era l’abitato, ora pare uno scavo archeologico. Davanti allo scheletro del paese, Antonio domanda se vogliamo la crozza, l’aperitivo arquatano di crodino e vino rosso. Si avvia a prenderlo per noi verso il vuoto della costa di montagna scivolata giù. “Guarda che pomodori. Senti che profumo il tartufo e che aroma questo vino!”. L’itinerario racconta i paesi terremotati a partire dalla dimensione sensoriale: odori, ritmi, suoni e sapori di spazi cancellati. Ora a Pescara c’è solo polvere, il rumore della cascata, l’assenza della ricostruzione e un sole accecante sul bianco delle macerie. Attraversiamo tutto questo disastro e poi non parliamo più, almeno per un po’.

Noto mediaticamente come “terremoto di Amatrice”, il terremoto del 2016-2017 ha coinvolto un cratere di 140 Comuni distribuiti tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo e una popolazione di circa 48.000 sfollati.

A sei anni dal terremoto, il Rapporto del Commissario per la Ricostruzione (2022) registra 14.000 cantieri avviati e 16.520 unità immobiliari riconsegnate sulle 128.000 complessive da ricostruire. Sono oltre 8.000 le persone che vivono temporaneamente nelle SAE, le strutture a 1.750 euro/mq che hanno disseminato ovunque nuove urbanizzazioni. Mentre altre 25.000 ricevono il CAS – Contributo per l’Autonoma Sistemazione – disperse tra Comuni medio-grandi e sulla costa. La gestione tecnocratica e verticista dell’emergenza ha causato il displacement della popolazione terremotata, con pesanti effetti psicologici e socio-economici, interrompendo o allentando il rapporto delle comunità con territori già fragili (Emidio di Treviri, 2018). Il terremoto ha agito in modo differenziale, da diversi punti di vista: anche creando una polarizzazione di attenzione su alcuni luoghi più tragicamente famosi o nei quali politici e amministratori hanno saputo catalizzare il discorso. In alcuni casi, la ricostruzione ha proceduto sotto i riflettori e per grandi opere, in altri nella lentezza e nell’anonimato. È così ad Arquata del Tronto, dove sembra passato poco tempo da quel 24 agosto.

Piedilama, altra frazione di Arquata, significa ai piedi della frana. Nasce su detriti venuti giù dal Vettore, la montagna imponente che sovrasta il paese.
Prima di iniziare il tour immaginario con la nuova guida, Giuseppe, ci fermiamo a L’Antico bar che è una costruzione in lamiera del 2017. Qui si avvicina Nicola, originario di Capodacqua, trasferitosi a Roma e dopo il terremoto a Porto San Giorgio. Senza chiedergli nulla, inizia a raccontare strade vicoli e case del suo paese che non c’è più. Paese da cui era andato via, a cui tornava per feste e famiglia: mondo piccolo e chiuso, ma insieme luogo di aderenza e orientamento. Paese che nel racconto si strozza in gola e finisce nel gesto di una mano che simula un paesaggio. Capodacqua è una cartolina immaginaria: “ora restano le montagne, il verde, l’acqua, il blu”. Scivolato a valle l’abitato, ci sono solo i segni del paesaggio non più antropizzato.

Un panorama invernale, una montagna innevata all'orizzonte e un albero in primo piano

Foto di Carmine Mozzillo • Instagram

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Lasciato L’Antico bar, proseguiamo per Piedilama. Nel vuoto di un centro storico quasi interamente demolito, Giuseppe sente odore di carne di pecora e vin brulé: oggi è Sant’Egidio e c’è la festa degli antichi mestieri. Maglia, tessitura, mungitura, maniscalco. Nel racconto, la piazza è piena di postazioni di rievocazione storica e stand di cibo. A breve si inizierà a ballare. Nel vuoto polveroso di uno spiazzo informe, si descrivono odori, si gioca coi fantasmi, si ride di una festa immaginata. Uscire da Piedilama è brevissimo: senza più edificato, salta la distinzione tra spazio pubblico e privato e il paese sembra minuscolo.

Da qui le persone sono emigrate e continuano ad andarsene  come dalla quasi totalità delle aree interne e di montagna italiane. Ad Arquata del Tronto, i dati ISTAT riportano  1.008 abitanti: 170 in meno rispetto all’anno pre-terremoto. Numeri che impressionano man mano che si torna indietro nel tempo: nel 2011 gli abitanti erano 1.300, a inizio millennio 1.479.  Risalendo agli anni Ottanta, risultano 1922 abitanti e 2.470 nel censimento del 1971. Un trend che racconta quell’“imponente alluvione demografica” (Gambi, 1972) che ha drenato molti territori dell’entroterra italiano.

Da qui le persone sono emigrate e continuano ad andarsene  come dalla quasi totalità delle aree interne e di montagna italiane.

Pretare è l’ultima tappa del giro che seguiamo. Anche questa frazione deriva il suo nome dalla montagna di cui è figlia. Il toponimo rimanda alle rocce detritiche sedimentate a valle dal Vettore. Paese di emigrazione e poi di ricchezza di ritorno: Vittorio e Romolo ci raccontano delle rimesse degli emigrati da Belgio e Olanda e soprattutto della “Cortina di Ascoli”. Dal secondo dopoguerra, Pretare era diventata meta di turismo stagionale di nicchia.

Attraversando un labirinto di ruderi, mentre le nostre guide descrivono l’Ascoli bene che passeggia. È agosto, mese di festa. La piazza è piena, i bambini giocano nei vicoli, le case sono ristrutturate, ridipinte. Il paesaggio è “quasi nordico” per l’edilizia rural chic voluta dai cittadini in villeggiatura. Villette, giardini perimetrati, turismo residenziale, vip ascolani. Le botteghe storiche diventate garage. La turistificazione degli spazi degli antichi mestieri. Passiamo davanti a una vecchia macelleria fallita di cui rimane solo la serranda. A fianco ci dicono che fiorivano ristoranti e pizzerie.

Lina, cuoca del ristorante Da Cavallo, ci saluta dalla finestra di casa. Anche se il ristorante, ultimo edificio costruito in paese, ha retto alterremoto, vendono la licenza per cessata attività. L’Ascoli bene non si sa se e quando tornerà.

L’itinerario immaginario prosegue per l’ultima tappa, al rifugio Mezzi Litri, dove i partecipanti incontrano gli ideatori dell’iniziativa. Noi rimaniamo incastrati in uno spazio intermedio tra l’Arquata immaginata e l’Arquata pietrificata dal sisma. I racconti servono a restituire spessore a un luogo sottratto, ma servono anche a far conoscere: passati sei anni, il terremoto non fa più notizia. Il racconto serve allora a mantenere vivo non solo il ricordo, ma l’attenzione politica. Per chi non è di lì, il racconto immaginario serve a far vedere tutto quello che non è successo: la distruzione e l’abbandono, l’assenza di feste, attività, lavoro, ritorni. Per gli abitanti, è un modo di avere a che fare con il vuoto: per disabituarsi alle conseguenze del sisma.

Il racconto restituisce e ripara. Il racconto mente. Davanti a un palazzo sventrato a metà restano delle rose bellissime e una vigna. Giuseppe saluta, immaginandoli, Pietro e Irene. Lui curava la vite, lei il roseto. Si complimenta con l’abbandono di rose e grappoli d’uva nel giardino assolato e vuoto. Pietro dopo il terremoto si è trasferito a Roma dai figli. Irene invece non c’è più. Si rincontreranno altrove un giorno. Intanto il giardino vive e prospera, noncurante di tutto.


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di

Savino Monterisi è giornalista, guida ambientale escursionistica e attivista. Tornato a vivere nell’Appennino abruzzese, da qui racconta restanze e altri mondi possibili nelle aree interne. Il suo primo libro è Cronache della restanza, il suo blog www.cronachedellarestanza.it. Per vivere cammina in montagna. Francesca Sabatini è dottoranda in Geografia all’Università degli Studi di Palermo dove fa ricerca su politiche e immaginari di turismo e ritorno nelle aree interne. Scrive articoli scientifici, reportage e favole su luoghi marginali, pratiche di rigenerazione territoriale e montagna. Fa parte del collettivo Emidio di Treviri.

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