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La musica a pezzi14 min read

In questi ultimi mesi il pallino rosso delle centinaia di dirette social giornaliere è diventato parte integrante del nostro paesaggio giornaliero, così come il bulimico accumularsi di notifiche che ci avvertivano di seguire ogni cosa contemporaneamente. Abbiamo messo alla prova le nostre connessioni traballanti che hanno provato a restituirci una pallida imitazione del live del nostro artista preferito. Probabilmente ci siamo adoperati per recuperare un buon paio di cuffie. Una quantità di contenuti consolatoria (nella migliore delle ipotesi) ma eccessiva, a volte superflua, spesso qualitativamente scadente

Possiamo guardarla da tanti punti di vista diversi ma la verità è che la musica non sta uscendo bene dalla quarantena. Diversi locali hanno chiuso i battenti, altri si sono riconvertiti in mangiatoie per cercare di salvare il bilancio; gli artisti che non possono contare su ingaggi milionari sono in difficoltà economica anche grave, i concerti (soprattutto per quanto riguarda gli esteri) sono rimandati a data da destinarsi quando non direttamente annullati; gli album hanno continuato ad uscire senza poter essere promossi. Allo stesso tempo, in Italia ed in Europa, le cose sembrano ripartire in forme e modalità inedite, a volte sperimentali. C’è luce in fondo al tunnel?

Un nuovo modo di ascoltare

Volendo trovare un lato positivo, l’emergenza Coronavirus ha avuto il merito di costringerci a fare i conti, in ogni aspetto della vita, con delle criticità già arrivate all’esasperazione. Da questo punto di vista l’argomento principe del dibattito musicale è stato quello dello streaming, insieme all’annosa questione relativa al compenso degli artisti. Sono ormai decenni che gli addetti ai lavori del settore, dalle superstar ai tecnici, basano il proprio sostentamento quasi esclusivamente sugli introiti provenienti dalla musica dal vivo. Un paio di anni fa Business Insider rivelava che i guadagni degli U2, la band più pagata del 2017, provenivano per il 95% dall’attività concertistica, solo il 4% dallo streaming e la vendita dei dischi. Parliamo di una band che ancora oggi è capace di vendere centinaia di migliaia di copie fisiche dei propri album e raccoglie milioni su milioni di ascolti sulle principali piattaforme di streaming. Ma già dieci anni fa, la rivelazione per cui Lady Gaga guadagnò la ridicola cifra di 167 dollari per più di un milione di ascolti Spotify della sua Poker Face, aveva sollevato un dibattito poi esauritosi velocemente e ripreso ciclicamente (con miglioramenti appena sufficienti, se nel 2018 la CNBC riporta che un milione di ascolti frutta 7000 dollari, comunque una cifra ridicola) senza mai arrivare ad una risoluzione.

Di conseguenza l’industria musicale ha ricalibrato il proprio sistema di introiti, basandolo quasi esclusivamente sull’esperienza dal vivo. Il musicista professionista e tutto l’apparato che ne consegue, si è abituato ad essere costantemente in tour, in modo estenuante; in alcuni casi il disco è diventato il pretesto per suonare in giro, più che l’espressione di un’urgenza artistica. Venuta meno questa possibilità per i motivi che ben conosciamo, il sistema è entrato in profonda crisi. L’urgenza e l’importanza di creare un sistema di streaming più “musician friendly” è quindi tornata centrale e la lentezza all’adattamento di Spotify, Apple Music, YouTube e le altre principali piattaforme, spiega perché il vero “vincitore” di quest’emergenza sia Bandcamp, almeno dal punto di vista dei musicisti. Il sito californiano, nato nel 2008, è stato per anni un porto sicuro per gli appassionati di musica fuori dalle logiche del mercato. Ha anche svolto un ruolo cruciale nella diffusione e normalizzazione di fenomeni musicali nati e concepiti da e per l’internet stesso, come la vaporwave. Dopo anni di crescita modesta, durante il lockdown i suoi numeri sono impennati improvvisamente: in particolare grazie all’istituzione di una serie di venerdì in cui il sito rinunciava alla sua fee (il 15%) per destinare tutti gli introiti agli artisti la cui musica veniva acquistata. Venerdì 20 marzo su Bandcamp sono stati effettuati 800.000 acquisti in 24 ore, per un totale di 4,3 milioni di dollari di musica e merchandising, 15 volte più di un qualsiasi venerdì. Il primo maggio, i fan hanno speso 7.1 milioni di dollari; altri milioni sono stati spesi il 5 giugno e il 3 luglio. Come spiegato bene in questo articolo uscito su Pitchfork, mediamente il paragone tra i ricavi che gli artisti ottengono dalle piattaforme di streaming rispetto a Bandcamp è semplicemente impietoso, cosa che in questo periodo ha portato diversi artisti anche già affermati ad aprire un loro profilo (ad esempio gli Yo La Tengo); per non parlare delle etichette, che spesso si appoggiano al sito per ogni loro esigenza, dallo streaming, alla vendita di dischi e merchandising. Questo tipo di iniziativa si sposa bene con la filosofia dietro il sito, che dal 2016 si avvale anche del progetto editoriale Bandcamp Daily, seguitissimo magazine di approfondimento che ha il merito di sottolineare musica di ogni genere, senza barriere geografiche (più della metà degli introiti di Bandcamp arriva da fuori gli Stati Uniti), sociali o di stile musicale.

Venerdì 20 marzo su Bandcamp sono stati effettuati 800.000 acquisti in 24 ore, per un totale di 4,3 milioni di dollari di musica e merchandising, 15 volte più di un qualsiasi venerdì.

Il successo di Bandcamp poggia anche su una comunità tra le più partecipative e curiose di internet, realmente interessata alla musica e alle sorti degli artisti e le etichette che la producono. Questo sembra essere stato un altro imprevisto di questi mesi: abbiamo ascoltato meno musica durante il lockdown. Anzi, gli ascolti di musica nuova sono andati giù di molto (e infatti tutti, dalle superstar agli artisti più modesti hanno posticipato album previsti in primavera), segno che le persone si sono rifugiate nella musica che conoscevano come una sorta di coperta di Linus.

A voler essere moderatamente ottimisti, sembra che questa situazione senza precedenti abbia eliminato gli ascolti più generici e superficiali, rendendo ancora più importanti quelli mirati e di qualità – per intenderci, chi non salta da un pezzo all’altro come nello skipping televisivo, ma ascolta un album dall’inizio alla fine per poi passare al successivo. Insomma, una piccola vittoria della qualità sulla quantità che in qualche modo forse ci ha fatto capire che non è necessario ascoltare venti nuovi album a settimana. Questa è un’occasione che gli artisti e i professionisti del settore che ne hanno le capacità devono sfruttare a proprio favore: provare a spingere i limiti di un pubblico abituato ad abbuffate di musica tali che finiscono per offuscare la nostra capacità di giudizio, rieducare ad un ascolto più intenso e meno casuale. Se rallentiamo forse possiamo concentrarci sulla qualità e, forse, possiamo anche pretendere di più per il lavoro svolto.

 

Concerti in streaming dal vivo 

Per quanto riguarda la musica dal vivo l’unica certezza sembra essere l’incertezza, come spiegato bene da un lungo articolo uscito su Il Post. Con ogni probabilità, quello che, come abbiamo visto, è il cuore dell’industria musicale, potrà riprendere a pieno regime solo quando il rischio del contagio sarò ridotto allo zero o quasi.

In Italia il settore “creativo” impiega quasi due milioni di persone (il 6,1% degli occupati italiani) considerando solo i contratti regolari. Secondo Assomusica alla fine dell’estate le perdite si aggireranno intorno ai 600 milioni di euro; ad oggi il budget previsto dal Governo italiano per aiutare l’intero ecosistema culturale (in primis musei, cinema e teatri) ammonta a circa 210 milioni di euro. Questo è un altro problema del sistema musicale italiano: storicamente non c’è mai stato un grande dialogo con le istituzioni. Al contrario del cinema, ad esempio, tanto per citare un altro settore in ginocchio; in questa situazione d’emergenza un’intera industria si è vista sprovvista di rappresentanti che potessero sostenerne le ragioni e le necessità. Per rispondere a questo vuoto è nato “La Musica Che Gira”, un coordinamento dei lavoratori della musica, da etichette a giornalisti, passando per musicisti e tecnici, che ha composto e presentato un documento aperto e partecipato con lo specifico obiettivo di ottenere una Commissione Congiunta Camera e Senato.

Nel frattempo il concetto di musica dal vivo è iniziato a mutare. Da una parte il ruolo della diretta online è diventato sempre più centrale e complesso, dall’altra si sono iniziate a sperimentare le prime serate “in presenza”. I concerti in streaming a pagamento sembrano poter diventare (soprattutto all’estero) un’alternativa tangibile, soprattutto perché assicurano una cosa che le dirette casalinghe di questi mesi hanno ignorato a volte per mancanza di mezzi altre per accidia: la qualità audio. Ripensare l’esperienza dal vivo con l’assenza di ciò che la definisce, il rapporto tra artista e pubblico, sembra essere un processo molto lungo e che non può accadere dall’oggi al domani. Probabilmente quel che ha senso fare, se si vuole incrementare questo tipo di offerta, è cercare di evitare pallide imitazioni o palliativi, ma abbracciare e sperimentare possibilità che rendono unica l’esperienza, lontano da forme a metà che finiscono per essere inappagati e più vicino agli esperimenti quasi oltraggiosi di realtà virtuale in stile Travis Scott su Fortnite

Il futuro di questo tipo di esperienze è da scrivere. Intanto per i paesi come il nostro, in cui la situazione è tornata sotto controllo, ma in cui il rischio è ancora presente, locali e festival hanno potuto tornare a pensare alle proprie programmazioni entro i limiti legislativi e del buon senso. Ma i luoghi di aggregazione e i locali che non possono permettersi di stare aperti con capienza ridotta o per mancanza di spazi adeguati, hanno iniziato a chiudere, accelerando un processo che nelle grandi città è in atto ormai da tempo. Il lockdown, il ritardo nel trovare soluzioni e regole condivise per una riapertura e le inevitabili incertezze del pubblico a tornare a frequentare i locali, si sono sommate brutalmente a un discorso già ben avviato da anni: la lenta estinzione degli spazi culturali, dei centri sociali, dei circoli, delle sale per concerti indipendenti, così come i cinema, i teatri, le biblioteche. Un discorso che ha radici profonde e che subisce ormai da anni l’attacco della cosiddetta “gentrificazione” da un lato e della spesso immotivata cecità delle istituzioni da un altro, che hanno portato alla chiusura o allo sgombero di tantissimi luoghi salvati dall’abbandono, dall’inattività e dal degrado.

Sembra che l’emergenza stia definitivamente spazzando via quel sottobosco di locali di piccola-media grandezza già sotto attacco da anni, luoghi che, da sempre tra infinite difficoltà, sono cruciali per la definizione dell’identità delle città nelle quali nascono, che per ovvie e legittime necessità hanno bisogno di laboratori creativi e spazi alternativi per la socialità e la fruizione culturale.

Quel che rimane adesso sembra essere una forbice ampissima tra grandi locali, stadi e arene che ospitano eventi “mainstream” (dove c’è un apparente spazio per tutti dal punto di vista fisico, ma non da quello economico-ideologico) e le feste private in mezzo al nulla. L’emergenza nell’emergenza dell’industria musicale consiste proprio in questo: oltre a dover fare i conti con un numero indefinito di professionisti che rischiano o hanno già perso il posto di lavoro, ci troveremo senza una fondamentale tipologia di luoghi che sono stati per definizione la sua propulsione creativa e che alimentano il sistema stesso alla base. Senza locali in cui poter iniziare, sperimentare, sbagliare e confrontarsi con il pubblico come può un artista agli inizi della sua carriera definirsi, imparare? Anche qui non si sa cosa riservi il futuro: se non arriveranno aiuti economici, ma soprattutto senza un’idea condivisa sul da farsi per far sì che questo ecosistema sopravviva, i problemi rimarranno endemici e l’impoverimento culturale costante. Di sicuro la forza creativa che si annida in luoghi ed esperienze del genere non può sparire e si rivolgerà da qualche parte. Serate clandestine? Occupazioni? Veri e propri rave, come sta accadendo in Inghilterra

Oltre a dover fare i conti con un numero indefinito di professionisti che rischiano o hanno già perso il posto di lavoro, ci troveremo senza una fondamentale tipologia di luoghi che sono stati per definizione la sua propulsione creativa e che alimentano il sistema stesso alla base.

Le ragioni di musica, musicisti e professionisti dello spettacolo sono molto più importanti di quanto possa sembrare e riguardano direttamente anche chi non è coinvolto professionalmente nel settore. Inutile dire quanto il lavoro musicale in Italia sconti ancora uno stigma verso il resto della società: è difficile che venga considerato un vero e proprio lavoro se non ha la visibilità da prima pagina.  Questo spiega anche la grande partecipazione dell’industria musicale agli Stati Popolari di Aboubakar Soumahor, la ricerca di un’alleanza naturale con le altre classi sociali che condividono questo tipo di esistenza precaria. Il bel discorso di Cosmo diventato virale nei giorni scorsi diventa spia di un disagio che parte dalla musica e dall’esigenza creativa, ma mostra anche come in questo periodo storico sia sempre più portato a sorpassarla, sfociando in una condizione di riflessione più ampia e radicale.

La speranza è che da tutti questi spunti si possa ripartire, formulando alternative e nuovi approcci, migliori rispetto al passato. Perché dobbiamo fare di tutto per evitare il silenzio assordante che deriva dall’assenza di musica, un silenzio che renderebbe questa crisi realmente insopportabile.

di

È nato e vive a Roma. Ha scritto tra gli altri per Il Tascabile, Esquire, Dude Mag, Rockit. Ha fondato il progetto musico-culturale Asiko e organizza la rassegna mensile Quadraro in Jazz. Come "Chourmo" è dj e musicista.