fbpx
Close
Type at least 1 character to search
Torna su
la piazza digitale non esiste

La piazza digitale non esiste10 min read

La piazza digitale non esiste

I social media sono in profonda crisi e in mano a miliardari che li utilizzano per i propri profitti. In questa fase di transizione è il momento di chiederci: sono mai stati davvero un luogo democratico?

di Irene Doda

Della stessa autrice:

Anche chi non segue da vicino le evoluzioni dell’industria tecnologica e le acrobazie dei grandi social network, sa che qualcosa, negli ultimi mesi, è cambiato. A ottobre 2021, la piattaforma che tutto il mondo aveva imparato a conoscere come Facebook ha cambiato il suo nome in Meta, e il suo fondatore e CEO, Mark Zuckerberg si è fatto promotore del bizzarro progetto del metaverso, la realtà parallela e virtuale in cui nel giro di poche generazioni dovremmo, secondo i suoi fautori, condurre la maggior parte nei nostri affari quotidiani – armati di visori da qualche migliaio di dollari.

In primavera, Elon Musk annunciava di voler comprare Twitter per cambiarlo da cima a fondo, poi cambiava idea, poi tornava sui suoi passi. Lo ha comprato davvero, a fine ottobre, e la piattaforma è nel caos. Musk ha licenziato interi team – quello dedicato alla protezione dei diritti umani, ad esempio.  Nel frattempo, c’è stata una guerra, una recessione mondiale, gli strascichi di una pandemia. I ricavi pubblicitari delle piattaforme sono crollati drasticamente, ora gli inserzionisti stanno scappando a gambe levate da Twitter, come da un castello in fiamme. 

Meta non è messa meglio: nelle scorse settimane ha lasciato a casa undicimila persone. Tutto il 2022 è stato segnato dai licenziamenti e blocco delle assunzioni nel mondo del tech: Meta, Twitter, Microsoft, Google. La bolla tecnologica dei GAFAM, che aveva retto alle recessioni, che dopo la pandemia sembrava ancora più indistruttibile, ora perde solidità. E anche tra il pubblico non specializzato si fa strada la domanda: stiamo assistendo a una crisi dei social network? E se sì, verso cosa stiamo transitando?

Un documento interno di qualche settimana fa suggeriva che Twitter stesse perdendo i suoi utenti più attivi. Gli heavy tweeters, gli utilizzatori della piattaforma che costituiscono solo il dieci per cento della sua base, ma che producono circa il novanta per cento del traffico totale, stanno lentamente abbandonando la nave. La situazione è ovviamente esasperata dal caos generato dal cambio di proprietà. Se il gruppetto più attivo non riesce nemmeno a postare giornalmente, cosa si può dire del futuro di una piattaforma?

Twitter è un social media che abbiamo amato. Specialmente per chi lavora nell’informazione o nell’intrattenimento, negli anni, la presenza su Twitter ha assunto un valore sempre maggiore: si presta alle battute facili, al sarcasmo abrasivo, e permette di seguire in diretta, e con un senso di comunità, grandi eventi mondiali o breaking news; grazie alle liste si possono costruire dettagliate rassegne stampa tematiche. Per i giornalisti, Twitter è sempre stato uno strumento preziosissimo per aggiornarsi. Per questo vivere in diretta la sua agonia ha il sapore della fine di un’epoca. Ovviamente non mancavano i problemi, dall’hating all’estremizzazione dei contenuti – e sarebbe ipocrita non ammettere che la piattaforma è stata veicolo di contenuti altamente tossici e teatro di discussioni violente e discriminatorie, shitstorm e gogne pubbliche.

Specialmente per chi lavora nell’informazione o nell’intrattenimento, negli anni, la presenza su Twitter ha assunto un valore sempre maggiore: per i giornalisti Twitter è sempre stato uno strumento preziosissimo per aggiornarsi. Per questo vivere in diretta la sua agonia ha il sapore della fine di un’epoca.

Elon Musk è arrivato come un tornado, e in poche settimane ha piantato svariati chiodi nella bara di Twitter: ha licenziato interi dipartimenti, indebolendo notevolmente la moderazione dei contenuti e lasciando campo libero alla proliferazione di materiale tossico, ha lanciato la verifica degli account a pagamento facendo detonare il numero di account falsi sulla piattaforma, ha annunciato che l’azienda sarebbe potuta andare in bancarotta, ha provocato la fuga in massa degli inserzionisti pubblicitari (oltre che degli utenti) che non volevano vedere le loro inserzioni di fianco a contenuti non controllati e non moderati.

Una recente ricerca ha mostrato che, dopo il recente passaggio di proprietà, l’hate speech è cresciuto drammaticamente. Musk ha detto di voler utilizzare il suo acquisto di Twitter per creare “l’app totale”: non è chiaro il suo obiettivo finale, ma questa dovrebbe contenere elementi di social networking, di messaggistica privata, di e-commerce e di shopping.

Insomma, il futuro dei social sembra sempre più nelle mani di miliardari ambiziosi e opportunisti, che nonostante i proclami non stanno costruendo nulla di davvero nuovo, ma lasciando che il vecchio precipiti in una spirale – le cui conseguenze toccano i lavoratori delle loro aziende, ancora prima che  gli utenti. 

Un’altra prospettiva da cui analizzare la crisi dei social network è quella delle relazioni tra creatori e fruitori di contenuti. Il web 2.0 è stato costruito essenzialmente su un fondamento: non c’era una vera distinzione tra chi produceva i contenuti e chi li consumava. Il cuore della piattaforma, almeno a livello teorico, era la relazione. Anche questo modello oggi pare attraversare uno sconvolgimento.

«Ci sono YouTube, TikTok, Twitch e un’infinità di piattaforme di streaming che sostituiscono la struttura più rizomatica della conversazione polidirezionale con qualcosa di essenzialmente unidirezionale: un modello di trasmissione, che vede la reciprocità sostituita da un creator e dal suo pubblico», ha scritto Edward Ongweso Jr. su VICE.

In questo momento di transizione, resta il quesito centrale: ma i social media sono mai stati una vera “piazza digitale”? Hanno davvero mai portato qualcosa di positivo alla costruzione di spazi democratici?

Lo si può leggere in calce anche nei cambiamenti algoritmici a cui abbiamo assistito, soprattutto sulle piattaforme di Meta, e nell’ascesa di TikTok. Facebook e Instagram hanno in mente di proporre più contenuti consigliati dai sistemi automatizzati di raccomandazione, o sponsorizzati, invece che favorire le interazioni con materiale pubblicato da amici o conoscenti, come era all’inizio dell’era del web 2.0 (gli utenti, comunque, non sono stati troppo contenti di questa scelta aziendale). Insomma, si sta inseguendo una configurazione di relazioni sempre meno reciproca (se di vera reciprocità si può parlare, in un ambiente comunque dominato da colossi privati) e sempre più pilotata dall’alto, in cui ha meno peso lo scambio di informazioni tra pari e  acquisiscono invece  importanza gli influencer e i creator professionisti in grado di generare engagement.

In questo momento di transizione, resta il quesito centrale: ma i social media sono mai stati una vera “piazza digitale”? Hanno davvero mai portato qualcosa di positivo alla costruzione di spazi democratici? L’influenza delle persone singole e delle loro priorità, è più che mai eccessiva nelle decisioni di policy – anche a livello materiale, come nel caso dei licenziamenti di massa o nei miliardi di dollari con cui vengono inondati progetti dallo scarso valore sociale e di mercato, come quello del metaverso. Molti utenti stanno migrando verso piattaforme più decentralizzate, ad esempio Mastodon o Diaspora.

Ma è ancora presto per sapere se i social alternativi avranno la capacità di costruire soluzioni scalabili nel lungo periodo o di proporre  modelli economici sostenibili. Oggi i social media come li conosciamo stanno morendo: appaiono governati da sovrani volubili, che rischiano di gettare al vento anche i pochi benefici che, in quindici, turbolenti anni di età delle piattaforme, eravamo riusciti a raccogliere.


Leggi anche:  Quando l'attivismo digitale diventa performativo?

Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.



di

Vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Collabora con l'organizzazione sindacale StreetNet International ed è co-fondatrice e speaker del podcast Anticurriculum.

DylaramaIscriviti alla newsletter

Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.