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Lavorare in montagna nell’era digitale13 min read

Lavorare in montagna nell’era digitale

Vivere e lavorare in montagna dopo la pandemia è diventato un trend.

di Marta Manzoni

Romina Huber è nata a Bressanone e ha appena compiuto 29 anni. Michel Perathoner ha 27 anni ed è cresciuto sull’Alpe di Siusi, nel rifugio Alpe di Tires, gestito dai suoi genitori. Lei è una designer in carriera, lui un brillante chef con un promettente futuro. Un giorno si incontrano per caso in un supermercato di Milano e iniziano a uscire insieme.

Oggi sono più di tre anni che gestiscono insieme il Rifugio Passo Santner, nel cuore delle Dolomiti. «Credo che sia un privilegio poter svolgere una professione come la mia, e in parte lo considero un lavoro da sogno: ho l’opportunità di stare in posti stupendi all’aria aperta invece che in ufficio, e di relazionarmi con persone che hanno fatto scelte simili alla mia e vivono a contatto con la natura come me. Per raggiungere questi luoghi però spesso devo viaggiare tante ore e fare molta fatica, un aspetto che la maggior parte delle persone non considera. Inoltre tutti gli stress legati al lavoro che si hanno di solito in ufficio devono essere gestiti a tremila metri di altezza», racconta Camilla Pizzini, fotografa outdoor. «Le possibilità di sbagliare uno scatto o addirittura tutto lo shooting in un ambiente per certi aspetti estremo sono molto alte perché il meteo e le condizioni possono cambiare all’improvviso. Ci sono molte variabili indipendenti da te, che in uno studio fotografico non esistono. Inoltre, essendo spesso in giro per lavoro, è difficile riuscire a costruirsi una quotidianità con un partner, a volte persino uscire a cena non è compatibile con la sveglia all’alba. Ciononostante mi sento fortunata per quello che faccio, mi dona benessere. Anche quando non lavoro cerco sempre di andare a fare almeno una camminata in montagna: il silenzio e la natura che mi circonda mi trasmettono una sensazione di pace, fare sport mi aiuta a ridurre lo stress», continua Camilla.

Freddo gelido che penetra sotto la giacca mentre sei chinato a scattare una fotografia, levatacce alle quattro del mattino per portare un cliente in vetta, infinite ore di attesa e altri fantastici inconvenienti. Rifugista, filmmaker, Guida Alpina, fotograf*, boscaiol*, maestr* di sci: molti vedono queste attività all’aria aperta e a contatto con la natura come lavori da sogno, ma è davvero così? Alcune di queste professioni sono disciplinate da leggi nazionali, come quella di Guida Alpina (legge n. 6/1989 “Ordinamento della professione di guida alpina”) e il maestr* di sci (legge n. 81/1991), mentre per i mestieri di fotograf* e videomaker esistono alcune associazioni, ma nessun albo professionale.

Spesso sono professioni che possono essere molto rischiose ma i lavoratori in molti casi sono poco tutelati, e capita di frequente che siano loro stessi a dotarsi di un’assicurazione. Il turismo rappresenta un altro importante settore legato alla montagna che coinvolge lavoratori stagionali e non solo, ed è regolamentato da uno specifico Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Duramente colpito dal lockdown, al turismo per la montagna sono stati destinati dai decreti governativi risorse complessive vicine ai 2 miliardi.

Molte persone stanno approfittando della digitalizzazione per spostarsi a svolgere un lavoro da remoto in montagna e in mezzo alla natura, aggiungendosi alle lavoratrici e ai lavoratori che operano già in questo ambito. Vivere e lavorare in montagna grazie a internet infatti ora non solo è possibile ma sta diventando un trend in costante crescita. Diverse aree montane stanno investendo nella digitalizzazione, propongo app per i turisti, sviluppano piattaforme digitali ed estendono la rete in fibra ottica. Piano piano, alcuni paesi e piccoli comuni stanno aprendo dei coworking, che uniti ad alcune offerte per chi lavora in smart working possono rappresentare un’interessante opportunità per ripopolare le regioni alpine in maniera sostenibile.

C’è chi realizza imprese green legate al territorio, chi trasforma baite in laboratori di energia sostenibile, chi produce fondi di sci in materiale biodegradabile ricavato dalla canapa di montagna, chi offre eventi culturali

Nel 2020 il Comune di Usseaux (TO), nella Val Chisone, ha inaugurato un coworking nel Punto Museo Brunetta d’Usseaux. Un’iniziativa simile è nata a Inverso Pinasca (TO), dove il Comune insieme all’associazione La Balma sta convertendo alcuni spazi pubblici per permettere lo smart working. A Torino, da diversi anni, esiste un servizio creato ad hoc, «Vieni a vivere in montagna», sostenuto dalla Città Metropolitana, che orienta le persone determinate a insediarsi sulle Alpi. Secondo un interessante articolo pubblicato su Montagna.TV sembra che chi decide di rimanere a vivere in quota siano i più fantasiosi, ingegnosi e creativi imprenditorialmente, spesso laureat* trentenni, talvolta con carriere avviate. Sono persone che in alcuni casi danno vita a imprese sostenibili e green, coltivano prodotti di qualità, producono indumenti di cachemire con tecnologie artigianali sofisticate, allevano cani di razza, sviluppano ecoturismo e gastronomia a chilometro zero.

“Quelli che vivono e lavorano in montagna” è stato anche il titolo della copertina di “Buone Notizie”, lo speciale del Corriere della Sera dedicato a ciò che di positivo c’è nella società. Secondo la testata, si tratta di giovani preparati e motivati. Il 67% dei giovani tra i 18 e i 39 anni che nascono nelle terre alte vogliono anche rimanerci a vivere, il 54% di loro ha fatto esperienze lavorative “fuori” e poi è tornato, il 41% ha frequentato o frequenta l’università e il 67 % ha un lavoro.  Il ritratto realizzato dal Corriere della Sera dei nuovi abitanti delle Alpi e degli Appennini racconta un’Italia tutt’altro che in fuga dalle aree remote: i dati Istat parlano di più di 7 milioni di persone residenti sopra i 600 metri di altitudine.

«Iniziava ad andarmi stretto il contesto nel quale vivevo, l’ambiente, i tempi, le persone. Ora la qualità della vita è migliore, ho più tempo libero, e incontro persone con mentalità più aperte rispetto al contesto nel quale ero inserito quando lavoravo in azienda. Mi piace il continuo contatto con persone completamente diverse tra loro, con differenti nazionalità e ceti sociali. Avere l’opportunità di lavorare all’aperto e vivere la mia passione per la montagna mi permette di staccare dalla frenesia nella quale siamo inseriti continuamente, mi offre maggiore possibilità di ascoltarmi, è un modo per fermarsi un attimo e prendersi degli spazi. Indipendentemente dalla difficoltà dell’attività che si svolge, mi arricchisce molto anche solo guardarmi intorno, fermarmi e pormi delle domande», racconta Claudio Migliorini, Guida Alpina.

C’è chi realizza imprese green legate al territorio, chi trasforma baite in laboratori di energia sostenibile, chi produce fondi di sci in materiale biodegradabile ricavato dalla canapa di montagna, chi offre eventi culturali. La Fondazione Edoardo Garrone dal 2014 sostiene con i progetti ReStartApp e ReStartAlp l’imprenditorialità giovanile e ha contribuito alla nascita di quaranta nuove imprese con un tasso di riuscita del 30%, molto più alto della media. Chi si interessa a queste opportunità sono spesso giovani laureati che si lasciano alle spalle carriere avviate, con un’età media di 29 anni e mezzo.

Diverse aree montane stanno investendo nella digitalizzazione, propongo app per i turisti, sviluppano piattaforme digitali ed estendono la rete in fibra ottica. Alcuni paesi stanno aprendo dei coworking, che uniti ad alcune offerte per chi lavora in smart working possono rappresentare un’interessante opportunità per ripopolare le regioni alpine

Di recente il Consiglio dei Ministri ha anche approvato il disegno di legge che si prefigge di incentivare il ripopolamento delle regioni montane attraverso incentivi ai medici e operatori socio-sanitari che lavorano nei Comuni montani, agevolazioni e premi per gli insegnanti, misure per i giovani e per le imprese, interventi per favorire la connettività internet, detrazioni sul mutuo per la prima casa in montagna, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico e la ripresa di tanti territori che avranno l’opportunità di diventare sempre più una risorsa per il Paese, grazie alle persone che decideranno di vivere e lavorare in montagna.

Perché fare questa scelta? Secondo molte ricerche, per esempio l’Evaluation of Mountain Health Choices: Implementation Challenges, and Recommendations; realizzata dal The Institute for Health Policy Research (IHPR, West Virginia University) una vita a stretto contatto con la natura favorisce il proprio wellbeing e ha diversi effetti benefici. «Come dice il filosofo Umberto Galimberti, il rapporto tra uomo natura è una salvezza, e questo legame va salvaguardato. La condivisione in natura è ancora più bella, ed è per tutte queste ragioni che non ho smesso di fare il mio lavoro: ho molta passione e credo nei valori delle persone che vivono la montagna. Stare in questo ambiente mi fa stare bene», ha affermato il fotografo e filmmaker Matteo Pavana.

Sono in crescita i progetti che vedono la montagna anche come vera e propria cura per pazienti con disturbi mentali legati a differenti tipologie. Il termine Montagnaterapia, coniato nel 1999 dallo psicologo e psicoterapeuta Giulio Scoppola, è oggi una realtà che aiuta a migliorare il benessere fisico e psichico delle persone: un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione, alla cura ed alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità, progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna.

«Mi è capitato di accompagnare due persone non vedenti in montagna, e ho notato che indipendentemente dalla difficoltà dell’attività che si svolge, riuscire ad arrivare in cima rappresenta anche simbolicamente il raggiungimento di un obiettivo, aiuta a combattere le proprie paure e favorisce l’autostima, come loro stessi mi hanno raccontato. Per quanto mi riguarda queste esperienze mi hanno arricchito profondamente: mi è capitato di pensare che siamo noi quelli limitati, non loro, che anzi vivono meglio di noi la loro disabilità», ha raccontato Claudio Migliorini.

Vivere emozioni forti nella natura aiuta a sviluppare la speranza nella vita di tutti i giorni, riduce i pensieri negativi e favorisce la capacità di concentrazione e fiducia in sé stessi. La montagna rappresenta la possibilità di continuare a superare nuove sfide e risveglia un senso di indipendenza e libertà. La mente si lascia andare, ed emergono nuove idee e soluzioni: l’aria pura, l’attività fisica, i profumi e i suoni stimolano una sensazione di benessere generale. In montagna si è tutti uguali, e può succedere che ci si dimentichi di etichette come “non vedente”, “disabilità”, “disturbi del comportamento”, “malato” “sano”. Saltano alcuni obblighi di identificazione sanciti dalla società e ogni individuo si sente semplicemente parte del gruppo. Per andare avanti abbiamo tutti bisogno di aggrapparci a qualche nuova avventura, pensiero felice, progetto, e la montagna può essere tutto questo.


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Giornalista freelance e Consulente di Marketing & Comunicazione nell’outdoor e sport industry.

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