Close
Type at least 1 character to search
Torna su

newsletter

L’invasione delle newsletter8 min read

Ogni volta che all’interno della macroscopica e atavica crisi dei media si aprono delle sporadiche sacche di successo, ci si chiede se sarà quello il modello da seguire in massa per uscirne. Da quando ci si è spostati online, questi casi sono diventati più frequenti e probabilmente anche più effimeri. Brevi fiammate all’interno di un sistema impazzito e in oggettivo declino, come ogni anno dimostrano i dati diramati dagli stessi editori.

Dal modello Buzzfeed o quello VICE, al progressivo adattamento ai capricci dell’algoritmo dei social network, all’aumento dei contenuti in formato video per opinioni o interviste, seguendo le tendenze delle strategie di marketing per le advertising, al pay-wall, fino agli abbonamenti e al giornalismo di qualità, finanziato dai lettori o dagli ascoltatori, nel caso dei podcast.

All’interno di questa ultima tendenza di finanziamento dal basso, da almeno un paio di anni si stanno facendo spazio le newsletter a pagamento. Ultimamente se ne sta parlando molto, visto l’exploit di Substack, una piattaforma fondata nel 2017 che ha facilitato questo meccanismo di affiliazione – oltre ad offrire una serie di servizi molto vantaggiosi per gli autori, tra cui quello di difesa legale – e ha visto nascere newsletter che rapidamente hanno ottenuto decine di migliaia di lettori e fatto guadagnare cifre piuttosto rilevanti ad alcuni autori.

Già lo scorso anno Substack aveva fatto parlare di sé, a seguito degli oltre 15 milioni ottenuti attraverso una raccolta fondi con gli investitori, mentre negli ultimi mesi il CEO Chris Best ha dichiarato un ulteriore aumento del 60% delle entrate, di pari passo con l’aumento degli autori che hanno deciso di aprire una newsletter su Substack e i loro rispettivi lettori.

newsletter

In effetti, durante il lockdown, si sono moltiplicati progetti di questo tipo. Anche noi di Siamomine abbiamo lanciato Dylarama, una newsletter settimanale (gratuita), che nel suo piccolo sta ottenendo un riscontro inaspettato, considerato anche il proliferare di tanti contenitori simili.

È evidente però che la pandemia abbia dato una forte accelerata a un processo già in atto, che ha dei pro e dei contro e che, certamente, per quanto significative, ha delle dimensioni ancora molto di nicchia. 

Fino a poco tempo fa, le newsletter erano sostanzialmente una bega che intasava la nostra casella di posta, spam, promozioni o, nella migliore delle ipotesi, una raccolta periodica dei contenuti pubblicati su un magazine.

Il graduale taglio dei dipendenti all’interno delle redazioni, parallelo all’abbassamento delle retribuzioni dei collaboratori, ha di fatto creato tra queste figure professionali, la necessità di trovare un autosostentamento alternativo. I servizi di abbonamento alle newsletter sembrano avere un buon riscontro in questa direzione, al di là dei casi eclatanti, anche a livello più basso e diffuso: parliamo di qualche centinaio di euro al mese, che corrisponde più o meno alla retribuzione media di un freelance che produce una manciata di contenuti per una testata, nello stesso arco di tempo. I vantaggi riguardano senza dubbio la libertà di espressione, la grande flessibilità e il rapporto diretto con i propri lettori, che si traduce anche in una fonte di guadagno diretto, il che argina una delle principali piaghe dell’esistenza di ogni freelance: il ritardo dei pagamenti. Inoltre, si tratta di un’attività collaterale, che non solo può convivere, ma è anche favorita dal fatto che l’autore o l’autrice continui a collaborare con altre testate, oltre a tenere una propria newsletter personale.

Fino a pochissimo tempo fa le newsletter erano soprattutto una bega che intasava la nostra casella di posta, tra spam, promozioni, sconti indesiderati. Oggi sono diventati un mezzo imprescindibile per informarsi e rimanere aggiornati su ambiti specifici, evitando il caos digitale lì fuori.

Molte newsletter sono curate e firmate individualmente, e in parte basano la propria efficacia sulla specializzazione di provenienza di chi scrive, sommata a un coacervo di affezione e fiducia che sviluppano i lettori. Questo è possibile anche grazie a un tono di voce spesso informale, che dà la non trascurabile sensazione di essere dentro una corrispondenza diretta, un po’ come con alcuni podcast si ha la percezione di far parte della conversazione.

Vista la tendenza, molti magazine e quotidiani online si sono affrettati a creare sfilze di newsletter sui temi più disparati, in alcuni casi svolgendo un lavoro di ricerca costruttiva e qualitativamente rilevante, in altri casi è fin troppo evidente notare la forzatura di chi cerca di cavalcare l’onda un po’ a casaccio.

Anche se non sono curate direttamente per conto di una testata, ci sono progetti che in termini di numeri e metodi di lavoro, sono del tutto equiparabili a quelli di una redazione. L’esempio più citato in tal senso è quello della newsletter The Dispatch, che lo scorso marzo dichiarava 10.000 iscritti paganti, ricavi pari a 1,4 milioni di dollari e più di una decina di redattori stipendiati, a soli sei mesi dal suo lancio.

Sull’onda di questo roboante successo non isolato, è partito il dibattito su quanto a lungo e quanto in profondità, il formato newsletter produrrà benefici al giornalismo, alle figure professionali che ci lavorano, alla qualità dei contenuti e a chi legge le notizie.

Certamente si tratta di una bella botta di entusiasmo generale e anche solo vedere degli aspetti positivi concreti, è qualcosa di molto significativo, per un settore che viene costantemente dato per decaduto, se non addirittura morto, divorato da tutte le parti da fake news, clickbaiting, da una progressiva assenza di ricerca di fonti attendibili, dall’abbassamento della soglia dell’attenzione e della qualità della scrittura.

Iscriversi a una newsletter è innanzitutto un gesto volontario, che presagisce quantomeno l’intenzione di voler leggere dei contenuti, soprattutto se a pagamento, e sono indubbiamente una zona al riparo e in antitesi con il caos digitale lì fuori.

newsletter

Ovviamente, ci sono anche molti dubbi o aspetti potenzialmente negativi. Innanzitutto non si tratta di una miniera d’oro senza fondo, si tratta di un mercato limitato e facilmente saturabile ed è abbastanza chiaro che nel giro di poco tempo l’offerta supererà la richiesta, se non è già avvenuto. Questo significa che il rischio concreto è che, salvo alcuni casi, saranno soprattutto i grossi progetti a prendere le fette più grandi. Non che questo sia una sorpresa. Tuttavia il rischio è che per curare una newsletter – e ricavare degli introiti – sarà necessario un requisito sempre più in voga negli ultimi tempi anche sugli stessi magazine: ossia la visibilità. Al di là di tutto questo, c’è un altro fattore da tenere in considerazione, anche questo ereditato dalle storture già esistenti sui social media: ovvero quello di rinchiudersi in bolle di informazione e ricevere solo contenuti e posizioni politiche su cui già si è d’accordo, riducendo sostanzialmente la possibilità di metterle in dubbio o cambiare idea grazie a un contraddittorio o argomentazioni alternative.

Rispetto agli Stati Uniti, in Italia il fenomeno delle newsletter è relativamente recente e di dimensioni meno importanti sia in termini di ricavi economici che di lettori. Certamente però, qualcosa si sta muovendo e ha tutta l’intenzione di finire nelle nostre caselle di posta.