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L’ufficio in una chat9 min read

L’ufficio in una chat

Slack culture, knowledge work, stanze virtuali, produttività, presenzialismo digitale e metarversi messaggistici.

di Priscilla De Pace

Questo articolo è estratto da Dylarama, la newsletter settimanale a cura di Siamomine su tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.
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Slack ha trasformato per sempre il mondo del lavoro digitale

Se anche voi fate parte di quella categoria tanto estesa quanto ambigua che risponde al nome di lavoratori della conoscenza o knowledge worker, probabilmente vi sarà capitato di utilizzare Slack, lo strumento di messaggistica istantanea che da più di 5 anni ha conquistato aziende e organizzazioni di tutto il mondo diventando il principale canale di comunicazione di ogni ufficio che si rispetti.

Ancora più probabilmente, se avete utilizzato questo tool con cadenza quotidiana, possiamo immaginare che non avrete sfruttato le sue stanze virtuali solo per confrontarvi con colleghi e collaboratori su quel progetto importantissimo a cui state lavorando, ma anche per dar vita a conversazioni informali con i compagni che vi stanno più simpatici e magari per condividere con loro meme, insight jokes e pettegolezzi sull’ambiente di lavoro.

Fin qui, niente di strano. Ma quando la propensione alla distrazione e al chiacchiericcio incontrano un tool accattivante e innovativo come Slack, le conseguenze sul lavoro possono essere imprevedibili.

Ne parla questo approfondimento pubblicato su The Atlantic, che ripercorre la storia del servizio di messaggistica per indagare i suoi effetti sulla cultura lavorativa contemporanea. «Slack is probably the first enterprise software in history to convince people that it’s cool», perché Slack, infatti, non nasce come software aziendale ma come chat privata, costruita dal suo fondatore Stewart Butterfield nel lontano 2012, per comunicare agevolmente con un gruppo di amici con cui stava lavorando alla realizzazione di un videogioco, Glitch.

Ma mentre il videogame non è mai riuscito a raggiungere il successo, l’invenzione di Slack e l’intuizione di Butterfield di trasformare la sua chat in un vero e proprio strumento aziendale, si sono rivelate vincenti. La possibilità di sostituire il classico e triste scambio di email con uno strumento veloce e organizzato, reso ancora più attraente dalla sua interfaccia informale, ha conquistato decine di aziende e organizzazioni in tutto il mondo, da Airbnb a Deliveroo, da Harvard ad AstraZeneca.

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«Slack so thoroughly permeates companies’ culture that it changes them. It changes the language of the office and the texture of the workday. It enables a sui generis kind of communication, one that’s chatty, fast, stream-of-consciousness, and always on; one that often feels less like an email than a group text. It is work software that insinuated itself into our lives precisely by feeling unlike work software—and, in turn, it has made work feel less like work.»

Su Slack si parla di lavoro, è vero, ma anche di tanto altro: si possono creare room virtuali per discutere i propri interessi, ma anche per trovare supporto e solidarietà, come nel caso delle stanze dedicate a questioni di genere o al Black Lives Matter.

Si possono formare gruppi per condividere meme, per organizzare attività da intraprendere fuori dall’ufficio o per confrontarsi sulle condizioni dell’ambiente di lavoro e su come chiedere migliori tutele e salari al management.

Su Slack non esistono gerarchie, non esistono filtri o etichette: tutti possono creare un canale, esprimere la propria opinione, scherzare, denigrare, proteggere, supportare. E tutti lo fanno (quasi) tutto il tempo.

Come osserva questo articolo su Vox, Slack è un raro caso di software aziendale che, promettendo maggiore produttività, è riuscito a ottenere esattamente il contrario. Secondo Time Is Ltd., azienda che fornisce analisi su tempo e produttività negli ambienti di lavoro, in 10 grandi aziende (con più di 500 dipendenti) ci sono più canali Slack che lavoratori, al punto che è stato stimato che per qualunque impiegato sarebbe fisicamente impossibile riuscire a leggere tutti i messaggi presenti nelle chat.

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Sempre Time Is Ltd. ha calcolato che, in media, ogni lavoratore riceve circa 45 messaggi al giorno su Slack: se pensiamo a una giornata di 8 ore lavorative, questo significa un messaggio ogni 10 minuti, un ritmo in grado di rendere inefficace qualsiasi tentativo di concentrazione continuativa. «People now have the problem of too many emails, too many meetings, and too many messages. For them, workplace chat software has become just one more demand on their time».

Mentre il problema sembra riguardare principalmente i piani alti, che riescono sempre meno a controllare il modo in cui i dipendenti impiegano il proprio tempo, in realtà le insidie della cosiddetta Slack culture affligono soprattutto i lavoratori.

Un approfondimento di iNews sulla salute mentale degli impiegati che utilizzano il software aziendale mette in luce come sempre più persone soffrano di burnout causato dalla pervasività di questo strumento nelle loro vite. Con la diffusione del lavoro da casa durante la pandemina di Covid-19, la pressione al presenzialismo digitale e all’iper-lavoro sono esponenzialmente aumentate proprio grazie a servizi come Slack, ma anche Teams, Hangout e Google Chat.

Il risultato è un circolo vizioso di improduttività, ansia e dipendenza provocato dal suono incessante che segnala l’arriva di un nuovo messaggio.

Perché all’elemento aziendale, legato alla richiesta di maggiore efficienza, si aggiunge quello social: come racconta questo articolo pubblicato su Intelligencer, Slack è riuscito a fondere il professionale con il vernacolare, creando un mix tanto irresistibile quanto nocivo di intrattenimento ubiquo, iper-connessione e annullamento totale dei confini tra privato, digitale e lavoro.

«Like Facebook or Twitter, Slack induces the same anxious, attention-hungry rhythm in its users, the same need to endlessly refresh, and gives off the same illusion of intimacy in an ultimately public space».

Slack è una tragicommedia scritta simultaneamente a più mani, di cui tutti siamo protagonisti ma sulla cui trama nessuno ha davvero il controllo.

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Lo esprime bene il romanzo di debutto dello scrittore Calvin Kasulke, che nel suo Several People Are Typing immortala la natura surreale e alienante del software e dell’ambiente di lavoro che ha contribuito a creare. Su Real Life Magazine trovate una bellissima recensione del libro, che potete invece acquistare qui.

Insomma, la Slack culture ormai assomiglia sempre di più all’ennesima puntata di Black Mirror, di cui al momento sembra impossibile indovinare il finale. Questa riflessione dello scrittore Cal Newport sul New Yorker, però, ci aiuta a guardare il problema da un punto di vista diverso, che contestualizza i cambiamenti tecnologici di un particolare settore (in questo caso quello del knowledge work e del lavoro digitale in senso più ampio) in un processo storico molto più ampio, la cui natura non va colta come necessariamente deterministica.

Se è vero questo, è altrettanto importante osservare che – per quanto passeggera – la diffusione di Slack ha radicalmente trasformato l’ambiente lavorativo, al punto che oggi è impossibile immaginare un ufficio privo del suo metaverso messaggistico virtuale. Come ci muoveremo da questo punto in poi è ancora difficile da immaginare, speriamo solo che qualunque sia la direzione non ci troveremo a deciderla in chat.


Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.



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Nata a Roma nel 1989, ma con il cuore tra le montagne. Lavora come content editor freelance, gestisce un archivio fotografico nostalgico su Instagram e collabora con diverse riviste online, tra cui Cosmopolitan e Vanity Fair.

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