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Riappropriamoci della nostra identità su internet14 min read

Riappropriamoci della nostra identità su internet

I social media, così come sono pensati, sono spazi opprimenti e eteronormativi ai quali ci siamo adattati ad apparire perfetti esteticamente.

di Laura Carrer

Passo molto tempo su Internet o sui social network, praticamente dall’adolescenza. Solo di recente, però, mi sono trovata a pensare al modo in cui la rappresentazione di me stessa nel dominio digitale potesse in qualche maniera definire la mia persona. Oppure di come il mio corpo, intreccio di relazioni e connessioni, sia inevitabilmente una rappresentazione della mia identità, e di come l’identità non possa che essere, a sua volta, rappresentazione di ciò che sono o sento di essere.

La questione spinosa sta nel muoversi tra le linee di ciò che è tangibile e ciò che è digitale, ammesso che esista una distinzione definita tra le due sfere. Quando ogni giorno accedo su app come Facebook, Instagram o Twitter, sono io la persona nell’immagine profilo o una versione perfezionata?

Ogni volta che guardo quel “a cosa stai pensando?” mi sembra che il vecchio social blu mi chieda più: “cosa vuoi che sappiano gli altri di ciò che, forse, stai pensando?”.

Ma ci sono anche esempi più concreti di così. Recentemente ha fatto discutere uno dei tanti filtri di Instagram che, dividendo lo schermo in due, mostra come sarebbe il lato perfetto del volto dell’utente.

C’è chi si è indignato, ma nella maggior parte dei casi i video vengono condivisi con autocompiacimento.

Da quando ci sono stati venduti come spazi digitali in grado di connetterci ai nostri amici o amiche, o con il resto del mondo, non abbiamo mai messo troppo in discussione i social media. Ci siamo adattati in modo placido alla loro architettura, all’insieme di contenuti che si mettono in un riquadro e non in un altro, ad esprimere pensieri e idee sotto il fuoco incrociato dei troll e delle pubblicità, a rappresentarci esteticamente “modificati”, senza pancia e occhiaie, con le lentiggini o un naso più fotogenico.

A metà settembre una dipendente interna di Facebook ha rivelato come l’azienda fosse a conoscenza dell’impatto che Instagram ha sulla vita, perlopiù, delle giovani ragazze. Risvolti psicologici relativi alla percezione del proprio corpo in età adolescenziale, durante la quale esso è rappresentazione fondamentale del proprio sé.

In alcuni focus group realizzati dall’azienda di Zuckerberg e pubblicati attraverso il leak, emergono domande precise sulla percezione dell’immagine di sé legata ai meccanismi di premiazione inventati dalla Silicon Valley: per il 39% degli statunitensi interpellati nascono da Instagram la necessità di creare “l’immagine perfetta”, e per il 41% l’idea di “non considerarsi attraente”.

A metà settembre una dipendente interna di Facebook ha rivelato come l’azienda fosse a conoscenza dell’impatto che Instagram ha sulla vita, perlopiù, delle giovani ragazze. Risvolti psicologici relativi alla percezione del proprio corpo in età adolescenziale, durante la quale esso è rappresentazione fondamentale del proprio sé.

La tendenza a condividere solo i momenti migliori della propria vita quotidiana, la pressione per apparire perfetti e un prodotto che crea dipendenza, possono far precipitare gli adolescenti verso disturbi alimentari, depressione e un’idea malsana del proprio corpo. 

Quello che ne emerge è che i social network – così come sono pensati, progettati e continuamente evoluti da un oligopolio di aziende private – sono opprimenti, claustrofobici, ripetitivi, motori che intensificano la mercificazione e l’uniformazione dei corpi.

Il vecchio cavallo di battaglia secondo cui, grazie alle piattaforme social, possiamo condividere contenuti con gli altri utenti, essere informati (o malinformati) e rimanere in contatto con le persone importanti della nostra vita, spesso si trasforma in un feedback loop di autorappresentazione e autopromozione nel quale l’utente è condannato a gravitare.

Niente di nuovo sotto il sole, se non fosse che nessuna azienda condividerebbe questo genere di notizie, perché ne minerebbe i profitti.

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Nel ragionamento sul corpo e la sua rappresentazione sulle piattaforme digitali, si intreccia inevitabilmente la battaglia quotidiana di chi non si ritrova nei dettami della società eteronormativa nella quale viviamo. Esiste uno spazio (digitale) per chi non si conforma e per chi non rientra nel binarismo di genere o nei dogmi della sessualità imposti dalla società prima ancora che dalle policy dei social media?

Ancora una volta bisogna andare indietro di qualche anno e ritornare ai tempi d’oro di Tumblr. La piattaforma di microblogging lanciata sul mercato nel 2007 da David Karp e Marco Arment era un collettore di testi, immagini, citazioni a codice personalizzabile che proprio per queste sue caratteristiche attirò milioni di utenti. Come molti adolescenti in quegli anni, passavo pomeriggi interi a cercare immagini che potessero descrivere ciò a quell’età era complesso, per varie ragioni, anche solo immaginare: l’alterità, le sfumature della sessualità, il mondo fuori.

Tra queste si era creata soprattutto negli Stati Uniti una nutrita comunità LGBTQ+, che non ha semplicemente utilizzato la piattaforma come era stata confezionata dai due ideatori, ma l’ha adattata a ciò che era necessario comunicare o trasmettere ad altre persone che non si consideravano “reali” nel mondo analogico, per via della loro identità di genere.

Microblog come Non Binary Support, Hell Yeah, Agender o Transgender Teen Survival, hanno rappresentato uno spazio sicuro nel quale l’immagine del corpo e la sua promozione non fossero un aspetti essenziali da esporre e sono una miniera di informazioni per chi non si ritrova nel genere che gli/le è stato attribuito alla nascita. Tutte informazioni, come spiega Serena Daniari, che si trovano unicamente online. Serena è una persona transgender di New York molto attiva online, dove non solo condivide la sua vita privata o professionale, ma racconta anche ciò che subiscono le persone che non si identificano nel binarismo di genere quando camminano per la città. Quando parla di Tumblr si riferisce ad un mondo digitale in cui «ho visto per la prima volta i corpi trans celebrati, invece che degradati». Racconta di come proprio Tumblr sia stato fondamentale in ogni sua tappa di transizione: per vedere come sarebbe stato il suo seno dopo l’operazione chirurgica, per capire i processi di recupero di queste ultime o per sentire e offrire solidarietà ad una comunità di persone che condividevano la sua condizione. Un potente messaggio per una giovane persona transgender, insomma, che proprio su una piattaforma tecnologica trova uno spazio di liberazione decisivo per lo sviluppo della sua vita e di quella di molte altre persone. Oggi sarebbe impossibile anche solo immaginare lontanamente questa possibilità.

Esiste uno spazio (digitale) per chi non si conforma all’estetica dominante, per chi non rientra nel binarismo di genere o nei dogmi della sessualità imposti dalla società prima ancora che dalle policy dei social media?

Nel 2012 Tumblr si contendeva, con i grandi player che poi l’avrebbero mangiato, la fetta di utenti più giovani, quelli tra i 15 e i 24 anni: in quel periodo aveva il 40% di utenti attivi di quella fascia d’età sulla sua piattaforma. Diversi studi accademici lo definiscono come una vera e propria queer technology per coloro che erano connessi online perché non trovavano un posto nel quale e attraverso il quale definire la propria identità. L’architettura del sito era molto semplice e permetteva agli utenti di definire autonomamente il proprio spazio virtuale, senza fornire e gerarchizzare specifici “box” nei quali auto rappresentare sé stessi, le proprie identità o interessi.

Per un bel po’ di tempo è stata poi l’unica piattaforma ad avere policy e quindi, indirettamente, un modello di business più inclusivo, che favoriva la rappresentazione di contenuti che segnavano il passaggio alla loro vera identità di genere senza che venissero considerati pornografici e quindi rimossi dalla piattaforma. Anche il content tagging e specifiche parole utilizzate per i tag hanno giocato un ruolo importante nel rendere accessibili i contenuti della comunità LGBTQ+. Oltre a favorire un certo grado di libertà nel dominio digitale Tumblr ha definitivamente aiutato a portare alcune istanze della comunità LGBTQ+ nel mondo analogico, nel senso che ha legittimato il discorso nello spazio pubblico di Internet che poi si è riflettuto in pratiche attivistiche concrete. A partire dalla problematica analogica si trova respiro in uno spazio intangibile, per poi ritornare a chiudere il cerchio. Può sembrare un paradosso, ma non dovrebbe servire proprio a questo il cyberspazio?

Nel 2018 però tutto cambia. Tumblr rinnova le sue policy e vieta i contenuti per adulti sul sito, una categoria molto vaga nella quale ricadono anche i contenuti della comunità LGBTQ+, così come quelli di sex worker o attivisti in campo sessuale. Nel momento in cui la piattaforma conferma il suo aut aut, pur essendo conscia della grande comunità creatasi al suo interno (soprattutto negli Stati Uniti), di fatto assume una posizione omotransfobica, riducendo a materiale esplicito le istanze e i bisogni di una comunità di persone a mero materiale esplicito, spesso anche solo per il fatto di poter rendere pubblico il proprio corpo e le sue trasformazioni. Ciò causa l’allontanamento di moltissimi utenti, soprattutto all’interno della comunità LGBTQ+ o legati ad essa, che non si riconoscono più in quello spazio sicuro.

Da allora, non ci sono stati sostanziali cambiamenti nelle politiche di gestione dei contenuti espliciti sulle piattaforme digitali, come sa benissimo chiunque abbia subito la rimozione dei propri post per futili motivi o bias cognitivi dell’algoritmo. Il caso Tumblr è un esempio eclatante, che fa capire come sia sempre più necessario discutere delle problematiche relative al dominio digitale, nello specifico di come il capitalismo delle piattaforme impatti sulla riproduzione quotidiana dell’idea e della rappresentazione che abbiamo della nostra identità.

Andando direttamente al cuore del problema delle tecnologie, che si inscrive in un più ampio sistema ideologico ed economico, mi sento di trovare una risposta – seppur non completamente esaustiva – in quello che la professoressa di teoria dei media Helen Hester ha teorizzato sotto la parola Xenofemminismo. Con questo nuovo concetto non si offre rivoluzione ma immaginazione, destrezza e astuzia per lanciare una sfida su lungo periodo che travalichi il concetto di “natura”, e aiuti a definire diversamente lo sviluppo tecnologico che osserviamo e ci accompagnerà nel prossimo futuro. La tecnologia non è progressista, non è neutra, non porta con sé tutte le istanze esistenti nella sfera pubblica né privata. È impensabile separarla dalla cultura, mentre è necessario collegarla ad un pensiero politico collettivo.

Oltre al ruolo senza precedenti riservato a donne, queer e persone di genere non binario, in questo nuovo futuro femminista Hester chiarisce bene tutto ciò, facendo trasparire anche un primo possibile passo verso questa direzione: riappropriarsi delle tecnologie esistenti: «Per distinguere tra le potenzialità sovversive e quelle oppressive oggi nascoste nel web è necessario un femminismo attento al pericolo di un ritorno delle vecchie strutture di potere, ma abbastanza accorto da sapere come sfruttarne le potenzialità»

L’enfasi delle piattaforme aziendali sulla redditività e sulla monetizzazione ha messo e continua a mettere a rischio gli utenti marginalizzati nella società, sta alle nuove generazioni diventare protagoniste in prima linea del proprio futuro, mettendo al centro il tema della liberazione di corpo e identità attraverso la tecnologia.


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Ricercatrice e giornalista freelance si occupa di tecnologia e dell'impatto che questa ha sulla società, con focus sulla sorveglianza di stato e sulle ripercussioni che le piattaforme digitali hanno su alcuni gruppi sociali.

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