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mckenzie wark

Siamo la classe hacker16 min read

Siamo la classe hacker16 min read

«Acquisire una coscienza di classe è parlare un’altra lingua. Significa rifiutare i termini dati e cercarne di nuovi, insieme a nuovi concetti»

Quello che segue è un estratto dal secondo capitolo di Il Capitale è morto. Il peggio deve ancora venire di McKenzie Wark, pubblicato in Italia da Nero Editions. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.

La classe vettoriale possiede e controlla il vettore, un concetto che uso per descrivere in astratto l’infrastruttura su cui vengono instradate le informazioni, che sia attraverso il tempo o lo spazio. In geometria, un vettore è semplicemente una linea la cui lunghezza, a differenza della posizione, è prefissata. È un modo di pensare alla tecnologia come a una cosa che possiede un attributo che può plasmare il mondo in un certo modo, ma che può plasmarne diversi aspetti. Si possono possedere stock o flussi di informazione, ma è molto meglio possedere il vettore, i protocolli legali e tecnologici per rendere scarsa un’informazione che altrimenti sarebbe abbondante. Basta guardare le prime aziende della top 500 di Fortune; è sorprendente quante di loro siano nel business dell’informazione. E non intendo semplicemente le aziende di tecnologia e telecomunicazioni come Apple o Google o Verizon o Cisco, né le case farmaceutiche come Pfizer. Anche le grandi banche possono rientrare in un sottoinsieme della classe vettoriale anziché in quella del «capitale finanziario». Anche loro sono riconducibili al business dell’asimmetria delle informazioni. Come abbiamo imparato grazie alla crisi finanziaria del 2008, persino le aziende automobilistiche sono nel business dell’informazione, guadagnano di più dai prestiti che dalla vendita delle auto. 

Anche il settore militare industriale è nel business delle informazioni. Le aziende che sembrano vendere cose tangibili, come la Nike, in realtà operano nel business del marchio. Walmart e Amazon competono con diversi modelli del business della logistica dell’informazione. Persino le compagnie petrolifere sono almeno in parte nel business dell’informazione che pertiene alla geologia dei possibili depositi petroliferi. Forse la classe vettoriale non è più una classe emergente. Forse è la nuova classe dominante. Si potrebbe obiettare che l’informazione è sempre stata cruciale per il capitalismo e che questo, quindi, non sia altro che capitalismo. In certa misura, potrebbe essere così. Ma anche l’idea che il capitalismo riguardi l’informazione è una prospettiva abbastanza recente. Un pensiero del genere finisce per mostrare retrospettivamente l’intero corso del capitalismo nei termini di una cosa che è emersa come concetto e realtà strumentale solo come uno dei suoi ultimi prodotti.

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Un altro punto da chiarire riguarda la differenza tra l’informazione come forza di produzione e l’informazione come forza di produzione dominante. La classe vettoriale non ha più bisogno di possedere le altre forze di produzione. Apple e Google non creano realmente i propri prodotti. Buona parte di coloro che ci lavorano non sono operai ma hacker, gente che scova nuove informazioni, che siano tecniche o culturali, e le incorpora nei prodotti la cui manifattura può essere ceduta a una classe subordinata di capitalisti. Forse questo succede soltanto nel mondo sovrasviluppato in cui il caso ha voluto che io viva. Buona parte delle persone al mondo non sono operai ma contadini resi fittavoli dalla razzia delle terre da parte della classe dei proprietari. Buona parte del mondo non è che una gigantesca fabbrica che sfrutta i lavoratori. In Cina, India, Indonesia e Vietnam la resistenza del lavoro al capitale è viva e vegeta. I vecchi antagonismi di classe non sono scomparsi, si è soltanto aggiunto un altro livello al vertice, che cerca di controllarli.

Così come la classe capitalista ha cercato di dominare quella dei proprietari terrieri come classe dominante subordinata, allo stesso modo la classe vettoriale cerca di dominare capitalisti e proprietari controllando brevetti, marchi, diritti d’autore e, soprattutto, la logistica del vettore dell’informazione. Il vettore aveva iniziato a farsi strada nel processo di produzione già nella cosiddetta era fordista. Alcuni hanno proposto di dargli un nome che si ispirasse alle grandi aziende giapponesi che hanno raggiunto la massima espansione tra la metà e la fine del XX secolo, come Toyota e Sony. Sono state queste aziende a capire come estrarre dalla forza lavoro non solo manodopera, ma anche informazioni. Perché il lavoro industriale non sia solo efficiente ma anche di qualità è meglio che incorpori anche le informazioni in possesso di coloro che meglio conoscono i processi produttivi: i lavoratori. L’esistenza di una classe hacker dipende in parte dal fatto che i lavoratori sono stati privati dalle informazioni in loro possesso circa il processo produttivo.

Nel Capitale, Marx si occupa soprattutto di un idealtipo di economia politica ideale a due classi. Ma nei suoi scritti politici è chiaro che consideri le formazioni sociali come ibridi di modi di produzione combinati e sovrapposti. I suoi scritti sulla Francia non si limitano a mettere a confronto proletariato e borghesia; sulla scena incombono agricoltori, proprietari terrieri e contadini. Mi limito quindi a prendere spunto dai suoi scritti politici per pensare a una matrice a sei classi, tre dominanti e tre subalterne. Le classi dominanti sono quelle dei proprietari terrieri, dei capitalisti e dei vettorialisti. Le classi subordinate sono quelle dei contadini, degli operai e degli hacker. Immaginate tutte le possibilità di alleanze e conflitti di classe che ne discendono. Ne risulta che la politica riguarda meno la relazione tra amici e nemici e più le relazioni tra non amici e non nemici. Riguarda l’avvicendarsi di alleanze di convenienza tra gli interessi di classi eterogenee. Riguarda conflitti che possono assumere molte forme diverse, alcune delle quali aperte, molte delle quali riservate. Come può questa cosa essere peggio del capitalismo? L’infrastruttura vettoriale getta ogni cosa nel motore della mercificazione, modificando la forma stessa della merce. Non c’è niente che non possa essere etichettato e catturato attraverso le informazioni che lo riguardano, niente che non possa essere considerato una variabile nelle simulazioni che guidano l’estrazione e l’elaborazione delle risorse. Semplicemente, non c’è più niente da mercificare. E ora la mercificazione non può che cannibalizzare i propri mezzi di sussistenza, sia naturali che sociali. È come in quel film dei fratelli Marx in cui la legna per far andare il treno finisce e bisogna fare a pezzi le carrozze per alimentare la fiamma e mantenere il treno in movimento, finché del treno non restano che i carrelli. Ed è peggio anche perché non si tratta di una moltitudine acefala, ma di alleanze complesse e conflitti di classe.

La classe hacker sperimenta gli estremi di un contesto in cui il risultato dei suoi sforzi si misura con la logica del vincitore che prende tutto.

La parte più complicata è la politica della classe hacker, che dopo tutto è la classe a cui appartiene la maggior parte di noi che leggiamo e scriviamo queste cose. Sì, può apparire una classe «privilegiata», tra quelle che Bruce Robbins chiama le beneficiarie dei rapporti globali di sfruttamento. Ed è una classe che fatica a pensare agli interessi comuni, perché le nuove informazioni prodotte dalle sue sottofrazioni sono molto diverse tra loro. Facciamo fatica a pensare a cos’abbiano in comune scrittori, scienziati, artisti e ingegneri. Be’, la classe vettoriale non ha di questi problemi. Ciò che produciamo è proprietà intellettuale, che dal suo punto di vista equivale alla poltiglia rosa ed è altrettanto commerciabile. La classe hacker sperimenta gli estremi di un contesto in cui il risultato dei suoi sforzi si misura con la logica del vincitore che prende tutto. Da una parte, carriere fantastiche e il bottino di una simulazione del vecchio stile di vita borghese; dall’altra, lavoro precario e part time, start up che falliscono e la routine dei nuovi algoritmi, creati da persone che appartengono alla nostra stessa classe.

La classe hacker dovrebbe essere una classe privilegiata, protetta dalla proletarizzazione dalla sua creatività e dalle sue capacità tecnologiche. Ma può anche essere resa informale e precaria. Una controversa campagna pubblicitaria per il sito Fiverr ha incarnato tutte queste contraddizioni. Giocava sul desiderio di mollare il proprio lavoro e diventare un capo, offrendo il piacere di sottomettere gli altri alla stessa tirannia che vive chi ha un impiego precario al giorno d’oggi, che sia tecnico o creativo. La campagna prometteva un modo per assumere versioni del vecchio sé che fossero persone «che si danno da fare». L’annuncio più famoso mostrava la foto in bianco e nero di una donna con gli occhi tristi e le guance scavate, che fissava direttamente lo spettatore. «A pranzo mangi un caffè. Porti a termine i tuoi compiti. La tua droga preferita è la privazione del sonno», diceva l’annuncio, per poi concludere «Forse sei una persona che si dà da fare». Un altro slogan recitava: «Non c’è niente di meglio che uno stipendio sicuro e puntuale per distruggerti lo spirito». E ancora: «Quanto hai guadagnato oggi per il tuo capo?». Quello che ho visto più spesso deturpato diceva: «A volte i colletti bianchi hanno un guinzaglio attaccato». I claim apparivano sotto le foto di una forza lavoro molto «diversa», ovviamente: l’algoritmo in teoria è molto tollerante nei confronti delle persone che sfrutta.

Il vecchio sogno di una manodopera che si organizza da sola sembra essere morto. La classe hacker non può sognare di auto-organizzarsi in nessun modo, né come manodopera né in nessun’altra forma. Desideri come questo sono inesprimibili, anche se continuano a spuntare in un’infinità di modi interessanti. Il desiderio autorizzato è riassunto chiaramente nell’immagine e nello slogan di una società di telefonia mobile: «Boss Revolution». L’immagine ritrae un pugno alzato con un cellulare in mano, rosso. L’unico desiderio ammissibile è quello di diventare un capo, come Don Draper. Questo non ha impedito che ci fossero segnali interessanti e promettenti di auto-organizzazione hacker nell’industria creativa e in quella tecnica, dalla sindacalizzazione dei lavoratori di Vice Media agli scioperi di Google al rifiuto di lavorare al controllo delle frontiere o ai progetti militari da parte di tutta l’industria tech. Piccoli passi, certo; è sempre difficile suggerire alle classi subalterne l’esistenza di interessi comuni. La controegemonia è dura. Gli hacker, così come gli operai o gli agricoltori, sono distratti da interessi particolari e locali. E anche per gli hacker, così come per le altre classi subalterne, la coscienza di classe è infrequente. La maggior parte di noi è abbastanza reazionaria, anche tra chi fa mestieri non tecnici. D’altra parte la coscienza di classe è sempre qualcosa di raro e difficile. A differenza di altre identità, dev’essere affermata malgrado le apparenze. Il sentimento di appartenenza a una classe raramente va al di là delle apparenze.

Una persona è un «creativo» o lavora nel «tech», per esempio. E ci possono essere un’infinità di classi di questo tipo. Come vedremo nel Capitolo 4, questa autocoscienza di classe si limita alle apparenze e non maschera un’essenza ma una questione strutturale che riguarda il modo in cui gli sforzi del singolo finiscono per essere mercificati e chi ne trae beneficio. I preconcetti all’interno dei quali si richiede di pensare alla propria identità non aiutano quando si tratta di pensare al proprio posto all’interno di un’economia politica dell’informazione, in cui il lato nascosto delle apparenze non è un’essenza eterna, ma qualcosa che, di solito, è invisibile: le forze di produzione.

È quasi inconcepibile ormai che possa esistere un approccio aperto, ludico e sperimentale alla creazione del nuovo dal vecchio grazie a tecniche informatiche che non rientrano del tutto nella mercificazione e nel controllo del vettore dell’informazione.

Acquisire una coscienza di classe è parlare un’altra lingua. Significa rifiutare i termini dati e cercarne di nuovi, insieme a nuovi concetti. Non è sempre facile. E lo dico per esperienza: gli studenti delle università americane che incontro non sanno neanche pronunciare la parola bourgeoisie, figuriamoci se sanno concettualizzarla. Tutti i significati che questa parola ha avuto dal punto di vista culturale sono evaporati. I segni e gli stili esteriori della classe dirigente non sembrano borghesi. I nostri nuovi padroni indossano completi solo quando sono convocati di fronte al Congresso; altrimenti si limitano a indossare magliette costose senza dare nell’occhio. Non li si vedrà mai a tagliare nastri alle inaugurazioni delle fabbriche. Non promuovono il duro lavoro e la parsimonia, ma la creatività, la mindfulness e il consumo etico. La cultura borghese con cui generazioni di esteti marxisti hanno avuto un rapporto di amore e odio si è ormai estinta. La classe dirigente non è più quella di una volta. Forse ha bisogno di un nome nuovo. Ancora più difficile è dare un nome a coloro la cui collocazione nell’economia politica dell’informazione consiste nel creare nuove informazioni. Non si tratta esattamente di lavoro, perché non si produce ogni giorno la stessa cosa, ma una cosa sempre diversa. La produzione non è quantificabile in incrementi, anche se questo non impedisce alla classe vettoriale di provarci. Un tentativo popolare di descrivere questa classe (la nostra) consiste nel chiamarla classe creativa.

Approcci più radicali definiscono quello che facciamo lavoro immateriale o postfordista, e noi cognitariato. Ma c’è qualcosa di mistificatorio nel linguaggio della creatività, qualcosa di un po’ idealistico nell’immateriale, qualcosa di retrogrado nella semplice aggiunta di un modificatore, e una specie di pregiudizio razionalista nella categoria di cognizione, dato che anche la gestione dei sentimenti può fare parte del nostro lavoro. Per questo preferisco definirci la classe hacker. Vent’anni fa forse si trattava di un termine troppo romantico, ai limiti della legalità, al di fuori della logica della mercificazione. Ora è associato quasi esclusivamente a idee di criminalità. Se non altro, è un indice del successo della classe vettoriale. È quasi inconcepibile ormai che possa esistere un approccio aperto, ludico e sperimentale alla creazione del nuovo dal vecchio grazie a tecniche informatiche che non rientrano del tutto nella mercificazione e nel controllo del vettore dell’informazione. Ma così come la classe operaia industriale aveva mantenuto la concezione utopica del lavoro artigianale, allo stesso modo è possibile aggrapparsi all’idea che sia possibile creare qualcosa di elegante dove prima non c’era trasformando l’informazione, facendolo con i propri tempi e perseguendo i propri obiettivi. Hackerare potrebbe significare proprio questo. Alcune delle scene più coinvolgenti sia di Mad Men che di Halt and Catch Fire cercano di utilizzare il linguaggio televisivo per raccontare questi momenti gioiosi – per quanto fugaci, come ci ricorda l’arco narrativo – all’interno della mercificazione dell’informazione.

Pensare alla propria classe come alla classe hacker non è molto diverso dal riappropriarsi della parola queer o di qualsiasi altro termine carico di negatività che viene reclamato con orgoglio – così come Marx ed Engels si sono riappropriati della parola comunista, usata come accusa dai suoi oppositori, nella poetica apertura del Manifesto. Un pezzo di détournement molto raffinato. Hanno rifunzionalizzato il linguaggio comune, cancellato i falsi significati e l’hanno dotato di significati nuovi. Liberare uno spazio di pensiero significa lavorare dentro e contro il linguaggio, esercitare su di esso una certa pressione.

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