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CARSTEN HÖLLER, Fondazione Prada

Smettere di pensare troppo6 min read

Smettere di pensare troppo

Ruminazione seriale, overthinking, trigger thoughts, rumore mentale: insomma pensare troppo.

di Siamomine

Questo articolo è estratto da Dylarama, la newsletter settimanale a cura di Siamomine su tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.
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Pensare troppo: dentro l’overthinking contemporaneo

Qualche giorno fa ci siamo imbattuti in questo articolo pubblicato sul Guardian scritto da una fiera rimuginatrice seriale: un overthinker insomma.

L’articolo racconta la sua esperienza del pensare troppo sottolineandone principalmente gli aspetti positivi, che potremmo riassumere nei seguenti vantaggi: essere in grado di prevedere cose come problemi e necessità altrui, sviluppare una visione più completa degli eventi accaduti e, in generale, diventare persone più profonde (sottotesto: intelligenti) degli underthinker, quelli che – per gli overthinker ovviamente- pensano troppo poco.

L’articolo si conclude con una serie di consigli per gestire al meglio i momenti di crisi da ruminazione, tra cui svolgere attività ripetitive e coinvolgenti (running e uncinetto sono il pane quotidiano di ogni overthinker che si rispetti) o – nei casi più estremi – correre a farsi una doccia fredda per riportare il ritmo dei pensieri a una frequenza tollerabile dal sistema cerebrale.

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Una variabile che l’autrice e le soluzioni da lei proposte tengono però forse poco in considerazione è l’aspetto metacognitivo del pensare troppo o, se vogliamo, l’overthinking overthinking: entrare in una spirale in cui non solo rimuginiamo su preoccupazioni, impegni, questioni legate alla socialità (o alla parasocialità), ma anche sulla ruminazione stessa.

pensare troppo, overthinking meme

Come spiega questo approfondimento pubblicato su Psyche, l’overthinking non è un tratto della personalità, come siamo abituati a credere, ma un pattern che impariamo a reiterare per reagire ai cosiddetti trigger thoughts, ovvero quei pensieri che riescono a distinguersi dal flusso informe di rumore che produce il nostro cervello quotidianamente (secondo questa ricerca parliamo di circa 6.200 pensieri al giorno) e che finiscono per attirare la nostra attenzione rischiando di innescare la ruminazione.

Più rimuginiamo, più la ruminazione stessa diventa un trigger per generare ulteriori pensieri: «overthinking – that is, worrying and rumination – is a learned strategy that we choose, consciously or unconsciously, as a way to try to deal with our difficult thoughts and feelings. It’s not a fixed trait, but a habit that we fall into, and we can learn to change it if we want».

Insomma, secondo l’articolo quando ci presentiamo come degli overthinker a quanto pare non stiamo condividendo un dettaglio importante del nostro carattere con gli altri, ma solo annunciando un brutto vizio, come mangiarsi le unghie o masticare i tappi delle penne, a cui è possibile porre rimedio imparando a creare un distacco razionale tra noi e i nostri pensieri intrusivi.

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Probabilmente è così, ma noi pensiamo che ci sia dell’altro. Se è vero, infatti, che la soluzione non possa essere ricercata nell’esplosione di un nevrotismo di massa, l’overthinking contemporaneo, quello di cui parliamo con amici e colleghi e di cui spesso ci vantiamo sui social, è più simile a una strategia di adattamento che abbiamo sviluppato per i tempi che viviamo. Tempi di isolamento, di pandemia, di precarietà, di crisi climatica.

Forse allora, il motivo per cui non riusciamo a smettere di pensare troppo, è il fatto che in fondo non vogliamo farlo veramente, non perché ci renda persone migliori, ma perché siamo convinti che l’overthinking ci aiuti a capire meglio ciò che stiamo vivendo o semplicemente a sentirci più attenti e in controllo in un contesto socio-politico, economico e sanitario che continua a infondere incertezze e preoccupazioni. In un simile scenario, pensare troppo è forse l’unico scoglio a cui aggrapparci per sentirci al sicuro in un mondo instabile.

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