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The never-ending dance7 min read

Questo articolo è estratto da Dylarama, la nostra newsletter settimanale a cura di Mine Studio.
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C’è questa bellissima docuserie che è passata un po’ inosservata nelle ultime settimane e di cui non ha parlato praticamente nessuno, si intitola The last dance e vi consiglio di recuperarla. Scherzo, naturalmente l’avrete vista o ne avrete sentito parlare, dato che si tratta del documentario più visto di sempre tra quelli prodotti dalla ESPN, il contenuto più visto in Italia tra quelli attualmente disponibili su Netflix e che ha coinvolto oltre 23 milioni di abbonati al di fuori degli Stati Uniti. Un numero non casuale e sul quale è legittimo sospettare che quelli di Netflix sarebbero stati disposti ad apportare qualsiasi calcolo persino al ribasso, pur di sfoggiarlo in quel tweet: se fossero stati 40 milioni di utenti avrebbero scritto “23 milioni al di fuori degli Stati Uniti ed escluse le persone nate nei mesi dispari”, probabilmente. Sia come sia, è fuori discussione che si tratti di un argomento che ha polarizzato l’attenzione mediatica come non accadeva da tempo per un contenuto di intrattenimento, fagocitando tutta l’attenzione ben oltre i confini degli appassionati di NBA o quelli di sport in generale.

Ho guardato le dieci puntate di The last dance da totale profano dell’NBA e da sostanziale ignorante della biografia e della parabola privata e pubblica di Michael Jordan, ovvero, come tutti, ero al corrente che si trattasse di un campione iconico e non molto altro. Forse è per questo che l’ho trovata particolarmente avvincente dall’inizio alla fine: non sapevo davvero come sarebbe andata a finire – ingenuamente, fino all’ultimo, ho voluto mantenere il dubbio che potesse anche concludersi con una improbabile sconfitta sul campo – e non mi sono posto troppe questioni sull’attendibilità delle vicende e della narrazione. In un certo senso, ero il target perfetto per questo prodotto, che in molti considerano alla stregua di una esplicita trovata commerciale per riabilitare o rilanciare la figura di Michael Jordan, nel momento in cui iniziava a perdere vigore per contingenze storiche o per mere questioni generazionali. Tra le varie indiscrezioni e allusioni, c’è chi sostiene che non sia solo un caso che il lasciapassare di Jordan a utilizzare le immagini inedite blindate da anni e ad avviare i lavori per il progetto, sia arrivato a seguito della vittoria dei Cleveland Cavaliers alle Finals del 2016 con una rimonta epica e un canestro decisivo di LeBron James che hanno contribuito ad alimentarne il mito crescente.

Anche a un occhio inesperto The last dance si mostra chiaramente come una storia raccontata unilateralmente, una vicenda sportiva tramandata dalla voce del vincitore, pressoché senza contraddittorio e con l’ultima parola su ogni passaggio, anche quelli più scabrosi, che sembrano inseriti più che altro per mettere ulteriormente in risalto le vicende del campo, anzi, l’unica vicenda importante in campo: la vittoria brutale, a qualunque costo e qualunque cosa accada. Il fatto che si tratti di vicende realmente accadute o di persone reali (ammesso che si possa considerare tali delle celebrità di questo calibro) e non di personaggi fittizi, non significa quasi niente: le dieci puntate sono strutturate e incasellate come una serie tv, con una trama e uno storyboard funzionali al risultato finale, che anche in questo caso è la vittoria ad ogni costo, laddove la vittoria è rappresentata dai numeri già elencati, dal successo mediatico, indipendentemente che si tratti di critiche o di elogi. Missione compiuta. La serialità, le puntate snocciolate settimanalmente che hanno prodotto una entusiasmante visione collettiva, l’intramontabile potere della nostalgia, gli anni ’90, la moda, la musica – anche noi abbiamo deciso di tributare la colonna sonora creando una playlist apposita che trovate qui – e l’incredibile qualità delle immagini, fanno di The last dance un prodotto di qualità eccellente, un prodotto di intrattenimento, appunto, che alza di tanto l’asticella della narrazione di vicende ed eventi sportivi.

Un successo gigantesco per il brand Michael Air Jordan. Ma si può davvero considerare una agiografia?

Personalmente, durante la visione di The last dance ho pianto a dirotto, mi sono alzato in piedi sul divano in totale estasi, ho giocato a immedesimarmi nel personaggio, ma non ho mai smesso di pensare a quale abisso infernale possa celarsi sotto al luccichio della celebrità. Qualche anno fa uscì un documentario su Cristiano Ronaldo che ne mostrava gli aspetti più intimi e domestici, il famigerato “lato umano”, palesemente con la supervisione del diretto interessato. Peccato che non ci sia niente di umano nel vedere un ragazzo-padre che fa allenare il figlio dopo cena, in totale solitudine, trincerato dentro una villa gigantesca. Allo stesso modo The last dance, nel tentativo di mostrare la sete di vittoria di Michael Jordan e gli apici agonistici di una squadra rimasta nella storia, a una seconda lettura, può essere interpretato come la vita in presa diretta di un essere umano che ha smesso di essere un essere umano, con l’aggravante di aver utilizzato strumentalmente e deliberatamente anche gli aspetti negativi o tragici – le vessazioni sui compagni di squadra, la morte del padre, il disinteresse per l’attivismo, il gioco d’azzardo – a questo fine. Da spettatore, mi sembra quasi di essere una sanguisuga mentre osservo Jordan steso a terra, in preda a una terribile crisi di pianto dopo la vittoria del suo quarto titolo il giorno della festa del Papà, il primo titolo che non potè festeggiare assieme a suo padre. Per i tempi in cui viviamo, non c’è niente di sbagliato in questo, ma neanche niente di davvero glorioso, fuori dal campo di gioco. Per quel che riguarda quello che è accaduto nel rettangolo invece, beh, lo spettacolo continua.

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