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L’amore ai tempi del calo del desiderio13 min read

L’amore ai tempi del calo del desiderio

Si può parlare davvero di “sex recession”?

di Davide Spinelli

Alle medie, durante un cambio d’ora, un mio compagno di classe ripetente, mi raccontò quanto gli piacessero le spagnole. È stato il mio primo approccio con il sesso. Per capire che intendesse, ho fatto le mie ricerche, con l’iMAC G3 in soffitta. Oggi, per fruire contenuti erotici, pornografici, basta uno smartphone, scrollare Instagram, iscriversi a Telegram, non c’è parental control che tenga. Mettendone da parte gli aspetti negativi, la tecnologia ha intensificato il nostro rapporto con la sessualità e l’ha definitivamente introdotta al dibattitto pubblico, almeno sui social, il vero campo da gioco dei giovani. I seguitissimi account di divulgazione sessuale – da Nicola Macchione a Giulia Zollino, da MySecretCase a Fluyda.me, per citarne alcuni – tamponano la mancanza dell’educazione sessuale nei programmi ministeriali, e dimostrano che la domanda e la sensibilità per questi temi è in aumento. 

Tuttavia, il saggio dello psicanalista Luigi Zoja “Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso (Einaudi, 2022), dà voce all’ipotesi diffusissima secondo cui l’attuale liberalizzazione sessuale alimenta la cosiddetta Sex Recession: la tendenza delle nuove generazioni a fare meno sesso rispetto alle precedenti ed essere vittima di un calo del desiderio e dell’appagamento sessuale. Ma è proprio così? Qual è, oggi, il rapporto tra i giovani e i fattori che contribuirebbero alla recessione, ossia la masturbazione, la pornografia e le app di dating? 

Di Sex Recession si inizia a parlare nel 2018 su The Atlantic in Why Are Young People Having So Little Sex?. I dati dell’articolo, citati da Zoja, si basano principalmente su due ricerche nazionali, una britannica, l’altra americana. Dalla prima, emerge che la frequenza mediana del rapporto sessuale in un mese è passata dalle 4 alle 3 volte per entrambi i generi; dalla seconda, si evince che la percentuale dei teenager che hanno avuto rapporti è scesa del 9%, e che, tra il 2007 e il 2017, il dato di chi era sessualmente attivo è diminuito del 6,3%. 

Ciononostante, alcune recenti pubblicazioni hanno ridimensionato i numeri della Sex Recession per come è stata descritta. Is There Really a Sex Recession? della Rice University ne è un esempio: lo studio, che indaga l’inattività sessuale maschile tra il 2006 e il 2019, sostiene che parlare in generale di «population-wide sex recession» sia improprio, in base alle rilevazioni fatte sia sulla generazione dei Millennial che sulla generazione Z – malgrado lo studio confermi il leggero aumento dell’inattività sessuale maschile dei nati tra il 2000 e il 2004.

Gli studi che parlando di “Sex recession” dicono che la frequenza media del rapporto sessuale in un mese è passata dalle 4 alle 3 volte per entrambi i generi e che, tra il 2007 e il 2017, il dato di chi era sessualmente attivo è diminuito del 6,3%.

Masturbazione come ricerca 

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Alexander, il protagonista di “Lamento di Portnoy” (Einaudi, 2014), si masturba ovunque; da adolescente, risponde all’esplosione della libido, da grande immagina di scopare. Ecco: per i giovani e non solo, la masturbazione completa o sostituisce il sesso? Uno studio del 2017, indica che l’autoerotismo dipende anzitutto dal desiderio e dall’appagamento sessuale, dal genere e solo in parte dalla frequenza sessuale: all’opposto degli uomini, le donne appagate sembrano più inclini a completare la loro vita sessuale masturbandosi. Benché, secondo altri studi, il 45% dichiari di non masturbarsi per non ferire la virilità del compagno, e per il 50,43% l’eiaculazione maschile resti cruciale per dirsi appagate: tabù della masturbazione e/o compensazione fisiologica?

Inoltre, da una delle prime ricerche inerenti il rapporto tra la masturbazione e l’appagamento sessuale, che ha coinvolto oltre 4000 norvegesi, emergono due differenti pattern: i fattori psicologici sono legati all’insoddisfazione sessuale, invece l’età e i comportamenti sessuali sono più legati all’autoerotismo. Dalle percentuali del campione notiamo che il 33,1% si masturba molto e ha un alto appagamento sessuale, il 16,7%, invece, dice l’opposto; il 31,5% racconta poi di un alto appagamento e di una bassa tendenza all’autoerotismo, mentre il 18,7% ha un’alta tendenza alla masturbazione ma una bassa soddisfazione sessuale.

Pornhub come bussola

La pornografia (di oggi) e la masturbazione sono interdipendenti – addirittura, a livello neuroscientifico, come dimostrano alcuni studi della ricercatrice Nicole Prause. La pornografia, com’è noto, stimola un’interazione attiva con il suo contenuto, e, ancor più negli ultimi anni, punta a saturare la famosa rule 34, «If you can imagine it, there is porn of it». Non a caso, nel 2017, il “New York Magazine” titolava che Pornhub rappresenta il Kinsey Report del nostro tempo: «per l’emancipazione dei sogni erotici ha fatto più lui che Freud». 

I numeri della pornografia erano in aumento anche prima della pandemia da Covid-19, soprattutto tra i giovanissimi: nel biennio 2017-18 Pornhub ha registrato più 5 miliardi di visite, nel 2019 il numero delle ricerche al giorno è di 39 miliardi, quasi 9 in più del 2018; l’Italia è al settimo posto per traffico dati, di cui la gran parte è tramite dispositivi mobili (il 76%). Il 61% degli utenti ha tra i 18 e 34 anni (n.b. Pornhub non rilascia dati sui minorenni). Nel 2019, gli accessi a Pornhub, statisticamente, raggiungevano il picco la domenica, poco prima di mezzanotte.

La pornografia, dunque, quanto ha influito, e influisce, sulla sessualità tra le giovani generazioni?
Secondo uno studio in “Trends in Urology & Men’s Health, come ci si può aspettare, il consumo della pornografia incide più sugli uomini che sulle donne: dati alla mano, la percentuale di uomini che guardano contenuti pornografici è in netta crescita e resta il doppio di quella femminile, il 71% contro il 41%.

Le conseguenze della sovraesposizione al porno non sono ancora state chiarite. Da un lato, tra gli aspetti negativi, è possibile incida sull’aumento dei casi di disfunzione erettile, eiaculazione ritardata, diminuzione del desiderio e dell’appagamento sessuale indistintamente dal genere, a causa, per esempio, dell’estetica irrealistica dei corpi nel porno. Può, inoltre, generare comportamenti violenti, aggressioni, stupri, che ricalcano la brutalità di molte performance sessuali dei pornoattori.
Tuttavia, è bene ricordarlo, la correlazione tra la pornografia e patologie e/o disfunzioni mentali, fisiche, emotive legate alla sessualità è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica: diversi studi – dal “Sexual Journal of Medicine”, alla rivista specializzata Military Medicine – dimostrano quanto l’argomento sia controverso a differenza delle allusioni di Zoja.

Il consumo della pornografia incide più sugli uomini che sulle donne: dati alla mano, la percentuale di uomini che guardano contenuti pornografici è in netta crescita e resta il doppio di quella femminile, il 71% contro il 41%. 

Covid-19 e Dating App come evoluzione

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La pandemia da Covid-19 è il fattore che più di tutti ha plasmato l’evoluzione di ogni aspetto della sessualità tra le giovani generazioni negli ultimi anni: ha determinato l’esplosione del consumo della pornografia, ha accelerato considerevolmente la scoperta dell’autoerotismo, ha diversificato la ricerca del piacere, Sex Toys compresi, e ha contribuito a normalizzare il dating online.

Quest’ultima conseguenza, secondo Zoja, ha progressivamente mercificato la ricerca del piacere e del benessere relazionale, e non ha corretto le dinamiche della Sex Recession. Diversi studi, però, dimostrano che le conclusioni di Zoja non sono del tutto attendibili. In una ricerca del 2020, tra i 1261 studenti spagnoli intervistati, la maggioranza di chi ha scaricato Tinder l’ha fatto per curiosità, noia, e per cercare partner non etero. Se da un lato la famosa Dating Fatigue è diffusa come teorizza Zoja, dall’altro, la sociosessualità degli utenti è più spiccata rispetto a quella dei non utenti; i primi tengono più in considerazione l’ipotesi di una relazione non monogama per esempio. Secondo lo studio, in conclusione, il benessere emotivo e sessuale di chi usa Tinder non è compromesso o danneggiato.

Dall’insieme di questi dati, affiora un quadro profondamente eterogeneo. Ciò impone una rilettura meno catastrofica del fenomeno della Sex Recession – ammesso, visti i dati, abbia senso usare il termine recessione -, che quantomeno affianchi alle tesi tranchant di Zoja, del The Atlantic e dei tanti contributi che ha ispirato, un’interpretazione più fedele allo stato dell’arte in continuo assestamento. Leggendo il saggio, in effetti, si ha la stessa sensazione che Paul B. Preciado ha in “Un mostro che vi parla” (Fandango, 2021), ossia che gli schemi psicoanalitici, in questo caso di Zoja, siano inadatti a una sociologia che si sta smarcando – con fatica! – dal patriarcato: filtrare la società di oggi con gli strumenti di ieri è giocare sporco, a meno che non si tratti di riportare i buoi nel recinto una volta scappati.

Iper-patologizzare la recessione sessuale e, di conseguenza, le ipotetiche cause è un’operazione pretestuosa, che non considera la volubilità del fenomeno, e al contrario rimpolpa la favoletta che va avanti almeno dal VI libro de La Repubblica di Platone per cui le giovani generazioni hanno poca consapevolezza di come vivono e di cosa rischiano.

La diffusione spontanea dell’autoerotismo negli ultimi anni non va letta solo come la causa quantitativa della riduzione dell’attività sessuale, è anche l’indizio di una sessualità che sperimenta e non si è ancora «spinta troppo in avanti»; non è la spia allarmante della società individualista di Zoja, bensì la reazione al mutamento della concezione di cos’è il desiderio.

Ipotizzare che la pornografia abbia modificato la fenomenologia dell’attività sessuale equivale a lanciare la palla in tribuna: non è banale ribadire che ogni rischio legato al consumo pornografico sarebbe circoscritto dall’introduzione pervasiva dell’educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole (e supportata dalle famiglie). La pornografia, infatti, se interpretata correttamente, spogliata del suo occhio patriarcale e usata come strumento, favorisce – lo dimostra lo studio in “Trends in Urology & Men’s Health” – lo sviluppo sano dell’individuo, normalizza pratiche sessuali non eteronormate, ha effettivi positivi sulla sessualità delle persone con disabilità, stimola la comunicazione all’interno della coppia, migliora la conoscenza sul sesso, e mostra che non è tutto riconducibile a un pene e a una vagina.

Le app di dating, in un paese come l’Italia in sofferenza dal punto di vista relazionale ancor prima del 2019, hanno tenuto in vita la sfera sentimentale e sessuale nei mesi della pandemia e soprattutto in quelli successivi: basta chiedere tra i propri amici per accorgersi che il numero di coppie formatosi su Tinder è raddoppiato. Il rischio di «realizzare degli accoppiamenti fuori dalla società reale» è per chi crede ancora in una società in cui il confine fra reale e digitale è etico.

La Sex Recession e il calo del desiderio, dunque, vanno interpretati per ciò che sono: un fenomeno in parte generazionale, che a lati negativi contrappone le linee rizomatiche dell’evoluzione recente della sessualità – provocatoriamente dovremmo chiederci, chi l’ha detto che se facciamo tutti più sesso (penetrativo) è positivo.

Non è un caso che negli ultimi anni l’orgasmo, l’acme che fa tacere per un po’ il desiderio, non è più un miraggio per molti: la narrazione non androcentrica della sessualità ne ha favorito l’incremento in percentuale in gruppi storicamente discriminati come le donne etero, grazie, per esempio, alla pratica più frequente del sesso orale. 

Insomma, nelle nuove generazioni, la genesi del desiderio, la ricerca dell’appagamento sessuale non sono state diluite dal narcisismo di Zoja, hanno solo cambiato corpo, esigenze e prospettive.


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Studente di linguistica clinica e scienze cognitive. Scrive di cinema, letteratura e cultura, tra le altre, per Limina Rivista, Ondacinema, Altri Animali

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