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La vita segreta delle emoji15 min read

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Il 17 luglio si è festeggiato il sesto World Emoji Day U+1F4C5 CALENDAR 📅, la giornata mondiale nata nel 2014 per celebrare il set di faccine e icone digitali, che dagli anni Novanta a oggi ha occupato un ruolo sempre più centrale nella definizione del nostro modo di comunicare online concetti, stati d’animo e situazioni di vita quotidiana.
In occasione della ricorrenza, Apple ha annunciato il nuovo set di emoji che verrà reso disponibile entro la fine del 2020 con l’aggiornamento Unicode 13.0. Tra i nuovi simboli approvati dal Consorzio per entrare a far parte dell’alfabeto pittografico dei nostri dispositivi digitali, figurano la mano con le dita unite che ricorda la famosa gestualità italiana associata all’espressione “ma che vuoi?” (ma non solo) e l’emoji del simbolo transgender U+26A7 TRANSGENDER SYMBOL ⚧, che rappresenta l’incrocio di più simboli di genere originariamente disegnato dall’attivista Holly Boswell nel 1993.

Nate per aiutare gli interlocutori ad aggiungere sottotesto emozionale ai propri messaggi online e per rendere più snelle e immediate le comunicazioni nei primi dispositivi cercapersone diffusi in Giappone alla fine degli anni Novanta, oggi le emoji non sono solo colorati indicatori visuali utili per inferire le intenzioni e lo stato d’animo di chi scrive, ma un vero e proprio linguaggio universalmente diffuso, sempre più indispensabile alla rappresentazione del mondo in cui viviamo. Un linguaggio – il primo nativo digitale che non prevede utilizzo di lettere – in continua evoluzione o anche «la forma linguistica con la crescita più rapida della storia per tasso di utilizzo e velocità di evoluzione», come ha spiegato Vyv Envans, linguista e docente alla Bangor University nel 2015, lo stesso anno in cui l’Oxford Dictionary conferiva il riconoscimento Word of the Year all’emoji U+1F602 FACE WITH TEARS OF JOY 😂. Quell’anno il set approvato dal Consorzio Unicode arrivò a contare ben 1800 pittogrammi, rispetto ai 625 appartenenti alla prima proposta di un alfabeto standard approvata nel 2010 e ai 3136 che popolano il set odierno.

Realizzate per la prima volta nel 1997 da un gruppo di anonimi designer che lavoravano per il gestore telefonico giapponese SoftBank (lo stesso che nel 2008 ha poi stretto una partnership con Apple per lanciare l’iPhone in Giappone), il primo set di 90 simboli in bianco e nero nasceva per corredare la comunicazione scritta nel nuovo modello di J-Phone, SkyWalker DP-211SW, e comprendeva ben 12 pittogrammi per rappresentare l’ora, 4 pittogrammi per giocare a morra cinese e la prima versione originale della famosa U+1F4A9 PILE OF POO 💩. Purtroppo, la codifica dei simboli da un dispositivo all’altro era possibile solo se si possedeva lo stesso modello di J-Phone (le cui vendite non furono eccezionali) ed è per questo che il set della SoftBank venne presto dimenticato, lasciando il posto nella storia a quello realizzato dal designer Shigetaka Kurita, che nel 1999 ne realizzò uno nuovo, a colori, per l’azienda telefonica NTT DOCOMO. Fino al 2019, le 176 emoji di Kurita sono state considerate le prime della storia, entrando addirittura a far parte della collezione permanente del MoMA.

La spinta all’implementazione di un set così vasto di simboli da accompagnare al testo digitale va cercata nel clamoroso successo, tra le fasce di consumatori più giovani, del pittogramma a forma di cuore che NTT DOCOMO aveva già inserito in un precedente modello di cercapersone nel 1995. Per consolidare la fedeltà dei liceali e battere in tempo la concorrenza, serviva qualcosa di più stimolante, attraverso il quale comunicare ben oltre lo stato d’animo sentimentale. In un’intervista del 2013, pubblicata su The Verge, Kurita racconta di aver tratto ispirazione dai riferimenti a lui più familiari per rappresentare simboli e stati emotivi: la segnaletica stradale e le espressioni facciali dei personaggi nei manga.

Come sottolinea l’analista di mercato Jenna Schilstra durante il suo TED Talk del 2016 In defence of emojis, l’invenzione di questi simboli digitali «proviene in realtà da una lunga storia di comunicazione visiva che affonda le sue radici nelle pitture rupestri».La necessità di rappresentare la realtà attraverso illustrazioni e simboli grafici ha accompagnato la storia dell’umanità e l’evoluzione del linguaggio a partire da 40.000 anni fa, dando vita allo «sviluppo, in diverse parti del mondo, di sistemi sempre più complessi in grado di descrivere e raffigurare gli aspetti più importanti della vita di ogni giorno». Le emoji – il cui nome deriverebbe proprio dall’unione di e (絵, “immagine”) + moji (文字, “scrittura”, “carattere” – non sarebbero altro, quindi, che l’evoluzione digitale dei pittogrammi più antichi, un alfabeto di simboli e icone sempre più vasto, in grado di permetterci di comunicare universalmente i concetti e le emozioni che fanno parte della nostra vita quotidiana.

Un'emoji, non è solo in grado di aggiungere sfumature emotive a un messaggio, ma può essere utilizzata per sintetizzare eventi, racchiudere lo spirito di un intero movimento sociale e persino generare una community capace di riconoscersi online grazie all'utilizzo di un simbolo codificato.

Come ogni anno, Emojipedia, il più autorevole blog di approfondimento e informazione sulle emoji, ha chiesto ai suoi utenti di votare l’icona più adatta a rappresentare l’anno corrent. Non sorprende che ad aver conquistato il primo posto nel 2020 sia stata l’emoji U+270A RAISED FIST: DARK SKIN TONE ✊🏿, il simbolo che negli ultimi mesi ha caratterizzato le proteste del movimento Black Lives Matter e l’incontenibile flusso di messaggi di rivendicazione, informazione e solidarietà che ha invaso i principali canali social e che ancora oggi non accenna a scemare, mentre le manifestazioni continuano ad accendere le strade di alcune delle principali città americane. Al secondo posto, U+1F9A0 MICROBE 🦠 ci ricorda che il 2020 resterà per sempre l’anno in cui la pandemia globale di COVID-19 ha scosso irrimediabilmente la nostra realtà sotto innumerevoli punti di vista.

Un emoji, quindi, non è solo in grado di aggiungere sfumature emotive a un messaggio inviato tramite mail o Whatsapp per permettere al nostro destinatario di comprenderne il tono, ma può essere utilizzata per sintetizzare gli eventi più rilevanti di un anno solare, racchiudere lo spirito di un intero movimento sociale e persino generare una community capace di riconoscersi online grazie all’utilizzo di un simbolo codificato.

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Solo il 7% della popolazione utilizza U+1F351 PEACH 🍑 per rappresentare il frutto del pesco, mentre il simbolo è diventato ormai sinonimo ufficioso di “fondoschiena”, “natiche”, “glutei”, o di un atteggiamento da persona tosta.

Nel 2017, sulla scia dell’ondata di testimonianze che grazie al movimento #MeToo portarono alla luce su Twitter innumerevoli casi di abuso sessuale in tutto il mondo, in Cina centinaia di persone iniziarono a utilizzare l’hashtag sulla piattaforma social Weibo (corrispettivo di Twitter) per raccontare le proprie storie di violenza. Come osserva la giornalista Sarah Raphael nel suo libro dedicato al complesso mondo dei social, scritto a quattro mani con la modella e attivista Naomi Shimada, Mixed Feelings: «Nonostante si tratti di uno dei paesi più tecnologicamente ed economicamente avanzati del mondo, il governo cinese è pronto a censurare qualsiasi contenuto online che possa ritenersi una minaccia per la società e l’hashtag #MeToo non faceva eccezione». Nel mondo digitale, un filtro di censura automatica può mettere a tacere un intero movimento silenziando le voci online e lo scambio di informazioni tra i suoi partecipanti, ma nel 2017 il pensiero creativo di un gruppo di ragazze cinesi e l’associazione non convenzionale di due emoji, riuscì ad aggirare la censura e permettere agli utenti di continuare a condividere le proprie testimonianze, semplicemente contrassegnando i contenuti con U+1F35A COOKED RICE 🍚 ciotola di riso, la cui pronuncia in cinese è “mi” e U+1F430 RABBIT FACE 🐰 coniglio, pronunciato “tu”.

Nel 2018, invece, il movimento attivista Lobsters Against Transphobia esortava i membri della comunità trans ad appropriarsi dell’emoji U+1F99E LOBSTER 🦞 per elevarla a «ufficiale simbolo ufficioso» della community. Trattandosi di un animale ginandromorfo, ovvero costituito sia da parti aventi carattere maschile che da parti aventi carattere femminile, l’emoji dell’aragosta venne scelta come rappresentazione più vicina all’identità trans nel set di emoji a disposizione, ma il vero scopo era utilizzarla per diffondere la petizione che chiedeva al Consorzio Unicode un simbolo ufficiale e per dimostrare, attraverso l’invasione di aragoste sui social, la necessità da parte degli utenti trans di vedere la propria identità rappresentata – e quindi riconosciuta – nella tastiera pittografica digitale più diffusa al mondo.

Come abbiamo visto, nell’autunno 2020 U+26A7 TRANSGENDER SYMBOL ⚧ e U+1F3F3 U+FE0F U+200D U+26A7 U+FE0F TRANSGENDER FLAG saranno finalmente disponibili su tutti i dispositivi. Proprio come nelle battaglie culturali per l’evoluzione di un linguaggio sempre più privo delle sue ingombranti eredità razziste, sessiste e classiste, anche la storia delle emoji è costellata di campagne per una rappresentazione più inclusiva della realtà. In un mondo in cui vengono inviate 5 miliardi di emoji al giorno solo su Facebook Messenger, poter usufruire di un vocabolario inclusivo che permetta di comunicare la propria identità online è oggi un aspetto cruciale che vede centinaia di utenti e attivisti coinvolti in quella che da cinque anni viene ormai definitiva la Grande Politicizzazione delle Emoji. Dall’aggiornamento del set apportato da Unicode 8.0, che nel 2015 importò nella tastiera la possibilità di scegliere tra 5 varianti di colore della pelle per tutte le icone umane, all’introduzione di U+1F9D5 WOMAN WITH HEADSCARF 🧕 nel 2016, grazie alla proposta avanzata dalla studentessa di 15 anni Rayouf Alhumedhi sostenuta dall’organizzazione no-profit Emojination, fondata dall’emoji activist Jenny 8. Lee, per sostenere e incentivare tutte le proposte in grado di favorire la diversità nell’alfabeto pittografico, che ad oggi è ancora gestito da aziende tecnologiche caratterizzate da un organigramma prevalentemente bianco e maschio-centrico.
Dopo anni di lotte e iniziative, oggi le emoji non raffigurano solo facce sorridenti, cuori e cibi sfiziosi, ma identità di genere non-binary, persone non udenti U+1F9CF DEAF PERSON 🧏  o con disabilità motorie e coppie omosessuali a cui peraltro, nel 2021, verranno apportate ulteriori varianti per differenziare il colore della pelle.

Nonostante continui a trattarsi di un linguaggio profondamente limitato rispetto a quello scritto e parlato, il lessico delle emoji non ha mai smesso di rivelarsi un potente strumento di comunicazione ed è per questo che ognuno di noi desidera trovarvi la propria rappresentazione al suo interno, persino i brand. È esemplare il caso della Ford, che solo recentemente ha rivelato il suo coinvolgimento dietro alla proposta dell’emoji del pickup, inclusa nel pacchetto Unicode 13.0, che la casa automobilistica aveva inoltrato al Consorzio Unicode usando come prestanome il direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria. La notizia sta facendo ovviamente discutere, scatenando un dibattito divisivo sulla legittimità della proposta e, come è facile immaginare, le reazioni indignate dei competitor. Un traguardo raggiunto alla luce del sole, invece, è stata quella di Taco Bell, che nel 2015 ha chiuso con successo la petizione per l’introduzione di U+1F32E TACO 🌮 nell’aggiornamento Unicode 8.0. Ha fallito, invece, la proposta della Durex di inserire emoji di un preservativo, così come la richiesta della Kit Kat per un pittogramma dedicato alla sua celebre tavoletta di cioccolato.

C’è chi prova a imbottigliare il sentiment degli utenti online attraverso l’analisi delle emoji più utilizzate, usando gli strumenti offerti dal Consorzio Unicode o questo bellissimo emojitracker che permette di visualizzarne l’utilizzo in tempo reale su Twitter. Dal 2016 è anche possibile definire il target delle proprie campagne pubblicitarie selezionando i pittogrammi più utilizzati dal pubblico che si vuole raggiungere, nella convinzione che un utilizzo non convenzionale e decontestualizzato di questi simboli digitali resti comunque limitato. La realtà, però, è che nonostante l’indiscutibile successo globale delle emoji, in molti casi il significato di alcuni pittogrammi risulti tutt’altro che universale, per la molteplicità di interpretazioni tra culture differenti o a causa delle sottili, ma spesso decisive, differenze di design nelle diverse piattaforme su cui vengono visualizzate.

Come per il linguaggio, a volte sono gli utilizzatori stessi del codice a condizionare nel tempo il modo in cui una parola o un simbolo vengono impiegati. È il motivo per cui sin dall’inizio dell’articolo ho deciso di impiegare il genere femminile per la parola emoji, rispetto al maschile inizialmente consigliato da Treccani prima che l’ultimo aggiornamento dell’Accademia della Crusca portasse a galla il significativo divario che vede gli emoji ricorrere solo 41.700 volte nell’utilizzo comune rispetto alle 123.000 volte di le emoji. È un fenomeno molto simile a quello che ha portato a rilevare che solo il 7% della popolazione utilizza U+1F351 PEACH 🍑 per rappresentare il frutto del pesco, mentre il simbolo è diventato ormai sinonimo ufficioso di fondoschiena, natiche, glutei, o di un atteggiamento da persona tosta. Lo stesso pittogramma, è oggi protagonista del nuovo fenomeno di Emoji Spelling che prevede l’integrazione di un’emoji all’interno di una parola come sostitutivo della sillaba di cui condivide le lettere e/o il suono: IM🍑MENT.

Insomma, che ci faccia venire voglia di U+1F604 GRINNING FACE WITH SMILING EYES 😄 o di U+1F622 CRYING FACE 😢, le emoji sono ormai indiscutibilmente parte della nostra cultura e del modo in cui comunichiamo tra di noi nei contesti digitali di ogni giorno, per trasmettere un improvviso moto di affetto U+1F496 SPARKLING HEART 💖, comunicare alle persone attorno a noi la nostra adesione a un movimento sociale U+270A RAISED FIST: DARK SKIN TONE ✊ o spiegare nella maniera più concisa possibile che questo articolo è giunto al termine U+1F44B WAVING HAND 👋.

di

Nata a Roma nel 1989, ma con il cuore tra le montagne. Lavora come content editor freelance, gestisce un archivio fotografico nostalgico su Instagram e collabora con diverse riviste online, tra cui Cosmopolitan e Vanity Fair.