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social media grief

Social media grief12 min read

Social media grief

Quanto è complicato affrontare il lutto nel mondo social tra voyeurismo, dolore sincero, narcisismo e bisogno di condivisione

di Roberta Cavaglià

Artwork di Ani M.

Qualche settimana fa un’amica mi ha confidato di essere attratta dalle pagine social delle persone che sono morte. Ogni volta che le visita, si chiede cosa vorrebbe che succedesse ai suoi profili, in caso anche lei smettesse di esserci. Le ho detto che la capivo, ma per un altro motivo. Anche a me è capitato di andare sui profili di un amico che non c’è più e di stare qualche minuto tra le sue foto, vederlo felice e chiedermi se in quelle foto avrei dovuto vedere qualcosa che non ho visto, tra un paesaggio e un selfie. Ognuna a suo modo, usiamo i social per affrontare i nostri lutti. E non siamo le uniche. 

Il lutto fa parte della storia di Internet, fin dai suoi inizi: il primo cimitero virtuale, il World Wide Cemetery, risale al 1995 e raccoglie le tombe digitali create da utenti da più di 30 Paesi diversi. 

Ancora oggi, la semplicità del sito e l’assenza di pubblicità offrono ai visitatori uno spazio raccolto dove poter visualizzare i profili dei defunti e lasciare messaggi, fotografie o fiori virtuali. Negli ultimi vent’anni, il lutto online si è adattato ai cambiamenti di Internet, finendo per arrivare sui social network, i posti forse più lontani dal senso di raccoglimento che ispirano i cimiteri, digitali e non.

Negli ultimi vent’anni, il lutto online si è adattato ai cambiamenti di Internet, finendo per arrivare sui social network, i posti forse più lontani dal senso di raccoglimento che ispirano i cimiteri, digitali e non.

“I social network, da un lato, riportano di fronte ai nostri sguardi quella morte che vogliamo in tutti i modi rimuovere e tenere alla larga dalla nostra vita quotidiana. Dall’altro, ripropongono una versione collettiva del lutto in svariate modalità”, mi ha spiegato il filosofo Davide Sisto, che studia il modo in cui le tecnologie digitali stanno modificando il nostro rapporto con la morte, la memoria, il lutto e l’immortalità. Nel corso del tempo, infatti, il lutto è diventato un sentimento sempre più individuale: i momenti per viverlo all’interno dello spazio pubblico, insieme alle persone care, oggi si concentrano soprattutto prima e dopo il funerale. “Man mano che ci si allontana dal giorno della morte del proprio caro, si è costretti a essere performativi sul piano lavorativo e le altre persone manifestano imbarazzo nei confronti degli effetti traumatici del lutto. Le comunità virtuali hanno subito intercettato questo senso di solitudine e si sono create forme di vicinanza mediate dagli schermi”, ha aggiunto Sisto. Da questo punto di vista, le piattaforme digitali riempiono un vuoto – il bisogno di condividere il proprio dolore, cercando vicinanza e comprensione nelle persone che hanno vissuto la nostra stessa esperienza – e restituiscono al lutto una sua dimensione pubblica, anche se virtuale.

Ogni social network ha la sua grammatica e, per rispettarla, il lutto online prende forme sempre diverse. Su Facebook prevale la creazione di pagine o gruppi riservati a lutti specifici, come il gruppo “Mothers who have lost their sons”, o quella di lunghi post scritti. Una dinamica simile è presente su Substack (che con l’introduzione delle funzioni Notes e Chat ha fatto un passo verso una dimensione sempre più social), dove il lutto viene elaborato e condiviso attraverso la scrittura di newsletter. “Ho iniziato a scrivere My Sweet Dumb Brain nel settembre del 2018, a un anno e mezzo da quando mio marito è morto a 32 anni, durante una maratona. In quel periodo avevo messo insieme tanti pensieri su lutto, depressione, speranza, senso di colpa, gioia e tristezza. Ne ho condivisi alcuni sui social media, ma cercavo un posto dove poter andare più a fondo”, ha raccontato in un’intervista Katie Hawkins-Gaar, autrice di una delle newsletter sul lutto più seguite e apprezzate su Substack: più di 14mila persone la leggono ogni settimana, mentre quasi la metà paga per accedere alla sua versione Premium. 

Numerosi videogiochi, come World of Warcraft e Animal Crossing, permettono la creazione di cimiteri o spazi commemorativi all’interno dei loro mondi.

Su Youtube, le stesse narrazioni lunghe e dettagliate che caratterizzano Facebook o Substack diventano video in cui decine di migliaia di persone raccontano quello che provano, mentre i videoclip delle canzoni musicali incentrate sul lutto diventano l’occasione per creare comunità tra chi nei commenti esprime il proprio dolore. “Un discorso a parte merita il mondo dei gamer: è molto frequente la condivisione dei riti funebri all’interno dei videogiochi”, ha aggiunto Sisto. Numerosi videogiochi, come World of Warcraft e Animal Crossing, permettono la creazione di cimiteri o spazi commemorativi all’interno dei loro mondi, mentre altri come Spiritfarer o Apart of me,  sono progettati fin dall’inizio per aiutare i gamer a processare il lutto. Infine, su Instagram e TikTok, le persone in lutto si raccolgono intorno alle pagine delle grief influencer, come thatgoodgrief e sarahavituapotography, all’hashtag da più di un miliardo di visualizzazioni #GriefTok o, come me e la mia amica, intorno ai profili delle persone defunte in una versione virtuale del dark tourism che spinge le persone a prenotare un weekend a Cogne o visitare le catacombe a Parigi. 

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Il cimitero costruito da @tasha.acnh su Animal Crossing

Così come il lutto si adatta ai formati imposti dai social media, anche le piattaforme sono cambiate per affrontare la morte dei loro utenti. Sia Facebook che Instagram permettono di trasformare il profilo di una persona defunta in un account commemorativo, gestito dal cosiddetto “contatto erede” o da chiunque riesca a dimostrare a Meta di essere una persona vicina al defunto. A differenza di altri profili, quelli commemorativi non appaiono nei post sponsorizzati, nella sezione “Persone che potresti conoscere” o nelle notifiche sui compleanni. Su Facebook, gli account commemorativi contengono una sezione extra, chiamata ‘In ricordo’, dove amici e famigliari possono continuare a pubblicare foto e messaggi. Di questo passo, secondo uno studio dell’Università di Oxford, entro il 2100 Facebook ospiterà circa 4,9 miliardi di profili di utenti deceduti, superando il numero di quelli in vita

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, entro il 2100 Facebook ospiterà circa 4,9 miliardi di profili di utenti deceduti, superando il numero di quelli in vita.

Un’altra ricerca pubblicata nel 2015 sulla rivista specializzata Mortality dimostra come mantenere in vita l’identità digitale di un defunto attraverso il suo account commemorativo su Facebook abbia soprattutto conseguenze positive sulla salute mentale di amici e famigliari. Al contrario, la chiusura o rimozione accidentale di questi profili porterebbe le persone vicine al defunto a vivere, ancora una volta, la sua scomparsa. Altre studiose, come la ricercatrice Crystal Abidin, sostengono che tuttavia le dinamiche tossiche che si innescano sui social network in seguito alla morte di una o più persone non siano da sottovalutare. In particolare, Abidin è stata la prima a coniare e studiare il fenomeno del grief hypejacking, ovvero l’utilizzo da parte di influencer o utenti comuni di hashtag di tendenza legati a eventi catastrofici o alla morte di una o più persone per attirare l’attenzione su sé stessi. 

Secondo Sisto, tuttavia, la spettacolarizzazione (e la conseguente mercificazione) del lutto non è una novità. “Non è inusuale vedere persone concentrate su sé stesse o vestite in maniera vistosa durante la celebrazione del rito funebre tradizionale. Di conseguenza, queste forme di spettacolarizzazione si presentano nella dimensione online”, mi ha spiegato. Ma soprattutto, non è un fenomeno che può essere condannato a priori. 

“Nel 2013 fece scalpore il selfie che Barack Obama e David Cameron fecero durante il funerale di Nelson Mandela. Di quell’immagine fa sorridere la reazione stizzita di Michelle Obama, la quale probabilmente ritiene inappropriato questo selfie. Ecco, in questa immagine c’è un po’ tutto: il bisogno di dare una connotazione sociale e condivisa al lutto, ma anche la spettacolarizzazione narcisistica del rito. Io non riesco a condannare questo tipo di atteggiamento. Credo che, alla fine, l’esposizione pubblica del lutto online tenga sempre insieme tutte queste cose”, ha spiegato il filosofo.

Alla fine dell’intervista, Sisto mi ha detto che non lo sorprenderebbe se, in un futuro neanche troppo lontano, ci ritrovassimo a condividere il lutto non solo più sui social network, ma anche nella realtà virtuale. Sul momento non ci ho fatto caso, ma ora mi chiedo: io e la mia amica continueremo a fare grief tourism virtuale nel metaverso, se il metaverso mai smetterà di essere una promessa? Non ne sono sicura. Per ora, almeno per me, l’importante è continuare a non lasciare tracce delle mie visite. E soprattutto, convincere mia madre a farmi diventare il suo “contatto erede” per proteggere il suo profilo su Facebook da un’eternità digitale di catene di Sant’Antonio e gattini sbrilluccicosi.


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Si occupa di giornalismo, traduzione e scrittura di contenuti. Scrive di immigrazione, affari europei e Internet. Nel tempo libero impara nuove lingue, ascolta podcast e va sui pattini (rigorosamente a quattro).

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