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Nuova geografia digitale13 min read

Nuova geografia digitale

Come internet entra nelle rotte migratorie e come tutto ciò ha a che fare con il potere, la disuguaglianza sociale, la velocità e la capacità di accesso.

di Irene Doda

Kukes è una piccola città nel nord dell’Albania. Dall’inizio degli anni Novanta e dalla caduta del comunismo, come tanti centri minori del paese, Kukes ha perso circa la metà dei suoi abitanti. Le famiglie vivono in situazioni di disagio economico, la disoccupazione è altissima, i giovani emigrano per cercare opportunità di crescita e miglioramento delle proprie condizioni. Negli ultimi anni un nuovo fattore sta contribuendo allo svuotamento di Kukes: TikTok. Tra i giovani della città sono molto popolari i video dall’Inghilterra, da Londra in particolare, che mostrano una vita molto diversa da quella a Kukes: macchine di lusso, case confortevoli e soprattutto tanti, tanti soldi da spendere. 

TikTok e il feed diventavano uno specchio delle distribuzioni ineguali di potere e risorse.

Nel 2022 il numero delle persone migranti dall’Albania al Regno Unito è più che triplicato rispetto agli anni precedenti. In questo contesto, TikTok ha assunto un ruolo persino più inquietante. A Coda Story, che ha realizzato un’inchiesta su questa vicenda, alcuni abitanti di Kukes hanno raccontato che l’algoritmo dell’applicazione ha mostrato loro, in varie occasioni, video in cui si offrivano “passaggi” a poco prezzo verso il Regno Unito. TikTok e il feed diventavano uno specchio delle distribuzioni ineguali di potere e risorse: tra centro e periferia dell’Europa, tra paesi di emigrazione e paesi di destinazione, tra luoghi immaginati come Occidente e luoghi immaginati come Oriente. 

Divari digitali

La questione spaziale è intrinsecamente legata a qualunque dibattito sul digitale. La cesura tra fisico e digitale riguarda la geografia, nel senso del nostro rapporto con il mondo, con lo spazio. Anche se la risposta a queste domande non è sempre univoca, possiamo adottare una prospettiva critica, analizzando l’impatto delle tecnologie digitali sulle geografie umane. Il modo in cui influenzano le diseguaglianze globali, le diaspore, le migrazioni e le concezioni di appartenenza e di alterità. Le modalità di approccio al mondo digitale cambiano in funzione dei posizionamenti degli attori, dei livelli di privilegio, delle identità. Nonostante sia sempre stato raccontato come un’infrastruttura che tende a includere, a facilitare le comunicazioni, il paesaggio digitale è in realtà un dispositivo di esclusione. 

La cesura tra fisico e digitale riguarda la geografia, nel senso del nostro rapporto con il mondo, con lo spazio.

Lo vediamo dai dati sul cosiddetto digital divide a livello globale. Le infrastrutture di connettività, soprattutto quelle veloci e a banda larga, non raggiungono una grandissima fetta delle persone presenti sul pianeta. Secondo i dati della International Telecommunication Union, circa un terzo dei cittadini resta non connesso a Internet. Il digital divide è un problema estremamente discusso, quasi inflazionato: contemporaneamente però viene tenuto poco in considerazione. Innanzitutto c’è un problema di diseguaglianze tra macro-regioni del mondo: la penetrazione di Internet in Europa sfiora il 90%, mentre in Africa si arriva a malapena al 40%. Le differenze sono anche di genere, le donne hanno il 16% di probabilità in meno di avere accesso alla rete tramite smartphone. Ci sono poi differenze all’interno delle regioni e dei continenti. Spiega Andry Signé, ricercatore di Brookings: “Il divario digitale non è solo interstatale ma anche intra-statale: anche quando le regioni o i Paesi in via di sviluppo acquisiscono e adottano le tecnologie della quarta rivoluzione industriale rischiano di esacerbare le disuguaglianze interne, a causa del costo della tecnologia e del divario tra infrastrutture rurali e urbane. Ridurre questa disuguaglianza intra-nazionale è fondamentale per lo sviluppo, poiché i Paesi più equi tendono ad avere una maggiore stabilità e resilienza politica e hanno meno probabilità di essere fragili o a rischiare l’esplosione di violenza civile”. La popolarizzazione della connettività mobile sta, in parte, chiudendo la forbice. Anche se secondo molti osservatori non basta. Resta una differenza nella qualità della connessione; coloro che hanno la possibilità di utilizzare Internet fisso lo usano per studio, per lavoro in modo più consistente rispetto a chi ha solo a disposizione una connessione mobile. 

Il divario digitale non è solo interstatale ma anche intra-statale: anche quando le regioni o i Paesi in via di sviluppo acquisiscono e adottano le tecnologie della quarta rivoluzione industriale rischiano di esacerbare le disuguaglianze interne, a causa del costo della tecnologia e del divario tra infrastrutture rurali e urbane.

Migrazioni ed esclusione digitale

L’esclusione digitale stringe gli individui, la loro libertà di informazione ed espressione – diritti umani e politici che dovrebbero essere universali – all’interno di maglie molto strette. Lo abbiamo visto in rapporto allo spazio fisico. Ma l’esclusione digitale si lega anche al razzismo. Vediamo la retorica della digitalizzazione inclusiva perdere di sostanza quando si parla di popolazione migrante. In Italia, secondo uno studio condotto dal Centro Hermes per i diritti digitali, la digitalizzazione della pubblica amministrazione del nostro paese esclude in modo sistematico le persone straniere non di madrelingua italiana. Non esistono purtroppo dati pubblici sull’alfabetizzazione digitale dei cittadini stranieri, ma il report di Hermes cita gli indicatori dell’utilizzo del computer durante il periodo della didattica a distanza: nell’anno scolastico 2020/2021 “il 72,1% di alunni stranieri ha usato il pc, rispetto all’85,3% degli italiani”. La digitalizzazione della pubblica amministrazione richiede procedure come l’attivazione dello SPID, l’uso di applicazioni per smartphone che a loro volta si basano in primis una connessione a internet stabile. “Mentre l’uso dello smartphone è diffuso nella popolazione migrante, gli utilizzi sono principalmente orientati alla comunicazione e alla socialità: le associazioni intervistate riportano come le persone migranti siano in grado di utilizzare app come WhatsApp e piattaforma social come Facebook e Instagram. Le capacità di utilizzo della posta elettronica sembrano essere inferiori, tanto che le app di messaggistica sembrano essere il mezzo preferito anche per inoltrare documenti ufficiali”, si legge nel report. 

Internet mobile come strumento della diaspora

Le persone migranti e in transito usano la connessione internet mobile come strumento di socialità e di resistenza all’architettura escludente dei nodi della rete globale. Al confine con gli Stati Uniti, i migranti che attendono di essere presi in carico dalle autorità di confine si informano sui cambiamenti di policy nel paese di arrivo attraverso TikTok, oppure raccolgono informazioni sulle condizioni del viaggio. Anche la comunicazione con i luoghi e le famiglie di origine è cambiata con la digitalizzazione. “Per decenni, le famiglie dei migranti hanno dovuto aspettare a lungo, a volte settimane o mesi, prima di sapere se i loro cari erano arrivati negli Stati Uniti sani e salvi. Ora, molti migranti viaggiano con batterie esterne per caricare i loro telefoni senza accesso all’elettricità e acquistano schede SIM a basso costo per poter inviare ogni giorno aggiornamenti alle loro famiglie su WhatsApp”, ha scritto Marisa Gerber sul Los Angeles Times. 

Le persone migranti e in transito usano la connessione internet mobile come strumento di socialità e di resistenza all’architettura escludente dei nodi della rete globale.

Gli strumenti nativi dell’internet mobile sono anche strumenti nativi delle diaspore, che ridefiniscono l’appartenenza allo spazio fisico e alle comunità. Alcuni studiosi parlano di diaspore digitali. Con l’espressione “diaspora” intendiamo generalmente una dispersione delle persone dal loro luogo di origine, un movimento migratorio su larga scala, che influenza anche il modo con cui le persone si relazionano alla propria cultura di provenienza, al contesto in cui vivono, alla lingua e ad altri elementi identitari. Se si parla, ad esempio, di diaspore di popoli colonizzati dobbiamo anche tenere conto della relazione oppresso / oppressore. Le tecnologie fanno sì che anche le diaspore si digitalizzino. E trovino il loro modo di tessere una resistenza all’imperialismo tecnologico. Ha scritto Sandra Ponzanesi in un articolo intitolato proprio Digital Diasporas: Postcoloniality, Media and Affect: “Come i precedenti media che hanno avuto effetti rivoluzionari, come il telefono e la televisione, Internet non è un mezzo per l’imperialismo culturale a senso unico, ma anche un facilitatore di nuovi flussi, che rafforza i sensi di identità nazionale e locale e aumenta e dà una piattaforma alle interazioni globali e al cosmopolitismo”. I media digitali permettono la creazione di comunità, il mantenimento di legami, e il ritorno alle proprie radici e la costruzione discorsiva di una propria identità, non legata a un territorio fisico, quanto piuttosto a una storia comune. Il digitale è sempre più centrale nell’identità diasporica. Di nuovo Ponzanesi: “Gruppi oppressi, minoritari o in pericolo, spesso organizzati in diaspore, utilizzano Internet per tenersi in contatto con la loro patria e la loro cultura d’origine, rafforzando così i loro legami etnici e riducendo il loro isolamento. Alcune diaspore digitali mirano a rappresentare gruppi soppressi o emarginati, per preservare la loro etnia minacciata. Ne sono un esempio gli eritrei che vivono in esilio e sono attivi online o gli slavi che hanno formato la prima nazione online, Cyber Jugoslavia, (…) o i Trinis che vivono fuori del territorio caraibico trinidadiano ma che mantengono forti legami online”. 

Il caso delle diaspore digitali, del modo in cui Internet è entrato all’interno delle rotte migratorie contiene in sé una delle grandi contraddizioni delle culture digitali.

Siamo partiti da un caso in cui l’algoritmo sfrutta le differenze di classe e di provenienza per alimentare la visibilità di alcuni contenuti. Abbiamo tracciato un percorso che approda, infine, a storie di resistenza. Il caso delle diaspore digitali, del modo in cui Internet è entrato all’interno delle rotte migratorie contiene in sé una delle grandi contraddizioni delle culture digitali. Esse si muovono nelle maglie di infrastrutture escludenti, con alcune zone del mondo tagliate fuori dai circuiti di comunicazione. Crescono in un contesto di profonda disuguaglianza economica e sociale, sia intra-statale che globale. Si propagano attraverso reti che sono progettate e gestite nel Nord Globale. Tuttavia restano, nella loro essenza, culture marginali, mobili, migranti. 


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Vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Collabora con l'organizzazione sindacale StreetNet International ed è co-fondatrice e speaker del podcast Anticurriculum.

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