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TikTok oltre il cliché11 min read

Circa un anno fa, incuriosita e divertita da alcuni contenuti visti su Twitter, ho scaricato TikTok, la piattaforma digitale per la creazione di video brevi. Al tempo se ne parlava ancora poco e, se lo si faceva, era per disprezzarla: un’app di ragazzini che ballano e fanno il lip sync, dai racconti esterni sembrava solo questo. A soli dodici mesi di distanza, le potenzialità creative e sociali di TikTok, sono sotto gli occhi di tutti e mettono in luce il rapido sviluppo di una piattaforma viva e dinamica con più di 2 miliardi di utenti iscritti attivi in tutto il mondo e un universo di contenuti, che sarebbe ingiusto e sbagliato ridurre a un’idea dell’app basata solo sulla realizzazione di coreografie amatoriali.

Partiamo dalle basi. TikTok è una piattaforma digitale fondata nel 2016 dalla società cinese ByteDance, fusa poi nel 2017 con il già avviato musical.ly, altra applicazione molto diffusa tra la Gen Z dove si potevano creare brevi video di lip sync e coreografie. Unendosi sotto il nome unico di TikTok, gli utenti delle due applicazioni sono stati raccolti in un unico luogo virtuale. Le possibilità di creazione video di quest’applicazione sono potenzialmente infinite: puoi creare video che vanno da un minimo di 15 a un massimo di 60 secondi, puoi interrompere la ripresa del video per creare dei montaggi creativi ed è presente un corollario di opzioni e strumenti di editing – timer, velocizzazione, filtri, alterazione della voce – per dare libero sfogo alla propria creatività visiva.

Il contagio creativo di un meme che si diffonde sotto formato audio e video sfocia su questa piattaforma non solo nello spazio ludico e ironico, ma anche in quello sociale e politico.

Su questa piattaforma video, però, non si sono riversati solo i giovani che popolavano musical.ly o i nostalgici di Snapchat, praticamente deserto in Europa ma ancora popolatissimo negli Stati Uniti. Le potenzialità e la freschezza della nuova piattaforma digitale hanno accolto alla perfezione anche il bacino di utenti che creava contenuti video su Vine, app esplosa tra il 2013 e il 2016, che ha rimodulato un vera e propria nuova forma di comicità virtuale, creando un bagaglio di materiale memetico e virale che abbiamo assimilato negli anni e che ora, grazie a TikTok, ha ritrovato uno spazio in cui diffondersi, al punto che esistono tag come #bigvineenergy.

TikTok, quindi, è in circolazione già da diversi anni e le sue dinamiche interne sono fatto ormai noto e assimilato dalla Generazione Z. Ma è soprattutto durante i primi mesi del 2020, periodo di lockdown, isolamento e ricerca di nuove forme di intrattenimento, che sempre più persone, anche fuori dalla fascia generazionale di riferimento, sono approdate sul nuovo social network: da un articolo del Guardian si legge ad esempio che, nella settimana prima che il ministro Boris Johnson annunciasse il lockdown nel Regno Unito, 278 mila inglesi hanno aperto un profilo TikTok; una tendenza simile si è verificata in maniera omogenea in tutto il mondo portando anche volti noti e influencer a ritagliarsi una spazio sulla piattaforma e talvolta piegarsi in maniera goffa ai trend e le challenge in voga, forzandosi in uno spazio più piccolo di loro.

tiktok e generazione z

Questo accade perché TikTok è tuttora un’app a misura di Gen Z, che rischia di far apparire fuori luogo chi tenta di scimmiottare un linguaggio che ancora conosce approssimativamente. In più, TikTok al momento non funziona come gli altri social di cui siamo abituati a osservare le dinamiche: ci sono sì tiktoker con seguiti milionari che fanno campagne pubblicitarie e collaborazioni, micro influencer che si riuniscono in gruppi – come l’hype house – per trasformare i loro contenuti in un intreccio di visibilità, fama e monetizzazione. Però la direzione del social è fortemente dettata dagli utenti stessi e dalla loro volontà di trasformazione collettiva dello spazio digitale, che si modifica a loro piacimento. TikTok, come dice anche Jia Tolentino in un suo articolo sul New Yorker, è una vera e propria fabbrica di meme: oltre alle microcelebrità – ma spesso anche con, senza scindere i mondi – questa nuova piattaforma sta portando avanti, più o meno inconsciamente, una riflessione pratica sulla disseminazione creativa digitale, avendo creato con risultati eccelsi uno spazio che senza sosta continua a plasmare e rimodellare un nucleo mutaforma di contenuti audio e video.

Se infatti su ogni altra piattaforma siamo già abituati alle modalità dei contenuti memetici formato immagine e video, su quest’ultima, i trend e quindi la rappresentazione seriale viaggiano su due binari paralleli, che possono essere portati avanti insieme o slegati e formare a loro volta due nuove vie di riproduzione: una legata all’audio e l’altra al video, così da moltiplicare all’infinito la creazione del meme partendo da un singolo video di 15 secondi caricato da un utente a caso.

tiktok e generazione z

Il potenziale di queste duplicità sta nella facilità che TikTok offre di prendere un meme formato video, plasmarlo dentro un nuovo argomento e portare avanti all’infinito questa catena di creatività amatoriale. Il contagio creativo di un meme che si diffonde sotto formato audio e video sfocia su questa piattaforma non solo nello spazio ludico e ironico, ma anche in quello sociale e politico. Se c’è infatti un campo di riflessioni che la Gen Z sta cercando di portare avanti, in diversi spazi digitali e soprattutto in una piazza virtuale come TikTok, è l’attivismo politico e sociale.

Aprendo la propria For You Page, la sezione esplora che, in base a un algoritmo ben calibrato, mostra contenuti nuovi affini ai nostri campi di interesse, è inevitabile notare la quantità di contenuti amatoriali che, utilizzando sempre il linguaggio comune del meme e del trend del momento, sanno parlare di femminismo, di comunità LGBT, tematiche ambientali e molto altro. Un esempio lampante che unisce ludicità e attivismo è il profilo @the.sissofficial, che accompagna balli e challenge del momento a testi che parlano di violenze domestiche, mascolinità tossica o pink tax, scardinando con un video di 15 secondi quel preconcetto che svaluta un contenuto di intrattenimento o che presuppone che non possa coesistere un’attività come la danza a una come l’attivismo politico

tiktok e generazione z

L’unione di ironia e attivismo è la chiave della riflessione sociale e politica su TikTok: la riflessione non passa solo attraverso la teoria o la perentorietà dei concetti, ma molto più frequentemente attraverso la risata, lo sketch che ironizza sul machismo o sull’omofobia, unendo alla condanna una comica derisione degli atteggiamenti razzisti o sessisti. Il potere di questa forma di attivismo estremamente diffusa su TikTok sta dando vita a una nuova modalità di decostruzione politica personale, oltre a riuscire a diffondere con molta più facilità concetti di difficile digestione attraverso un video meme che prova a fornire input su tematiche più complesse. 

TikTok diventa uno spazio prediletto dai giovani per fare sensibilizzazione politica e sociale anche attraverso la condivisione personale: sono tantissimi, ad esempio, gli utenti che decidono di usare questa piattaforma per raccontare o svelare nello stesso istante il proprio coming con parenti e amici, o per raccontare la propria esperienza di transizione ormonale come fa il profilo di @ajclementine, una ragazza transessuale che racconta il suo percorso, le difficoltà e i pregiudizi transfobici che si trova costretta a subire ogni giorno. Oltre all’esposizione dei risvolti negativi,l’intento principale di questo tipo di condivisione è sicuramente di poter creare una rete di aiuto reciproco e di sostegno virtuale, dare spazio e visibilità ad ogni categoria e minoranza, dai nativi americani a comunità queer, da persona con disabilità o comunità nera/non bianca.

TikTok fornisce uno strumento alla portata di tutti, accessibile a chiunque abbia un telefono, che non mette al primo posto l’estetica del video finale ma la condivisione.

L’attivismo della Generazione Z ha il grande merito di essere al tempo stesso profondo e creativo, autoironico ma estremamente propositivo: se le generazioni più datate stanno ancora riflettendo sull’esistenza della cancel culture – la pratica, la cui esistenza è sostenuta da molti, secondo la quale le persone cancellerebbero impropriamente personaggi famosi per comportamenti immorali, legati di solito a episodi sessisti o razzisti – gli utenti più giovani sono già un passo avanti. Per esempio, nella discussione intorno alle dichiarazioni transfobiche della scrittrice inglese J.K. Rowling e il legame però forte che molti giovani hanno con la saga di Harry Potter, la risposta su TikTok è stata non di totale rinnego dell’opera, ma di riscrittura: spulciando tra alcuni tag come #jkrowlingisaterf e #jkrowlingisatransphobe si trovano moltissimi video di ragazzi che cancellano sì fisicamente il nome della scrittrice dalla costa dei libri di Harry Potter, ma per scriverci sopra nomi di fantasia o, molto più spesso, nomi di attiviste e attivisti trans, creando anche qui un vero trend replicabile e replicato da moltissimi.

Il processo che si crea è di fortissima riappropriazione: l’opera e il ricordo della saga fantastica non vengono abbandonati, ma vengono quasi strappati via alla sua stessa autrice, sbeffeggiandola simbolicamente e sostituendola con persone che lei per prima disprezza, creando un’azione innocua ma, al tempo stesso, di un’intelligenza molto acuta.

Lo strumento che TikTok fornisce è alla portata di tutti: uno strumento amatoriale, accessibile a chiunque abbia un telefono, che non mette al primo posto l’estetica del video finale ma la condivisione, la messa in gioco e in discussione senza che nessuna delle due componenti debba essere esclusa. Un luogo che offre e mostra anche una confidenza nuova con l’esposizione del proprio corpo attraverso azioni che, magari i giovani-adulti non più così giovani, definiscono “ridicole” come il ballo, la recitazione e il lip sync. E invece la Gen Z ci mostra non solo tutte le potenzialità creative di questo spazio, ma anche di una generazione capace di far coesistere senza imbarazzo gioco e politica, ballo e femminismo.

di

Vive a Pavia dove sta terminando gli studi di Letteratura moderna e Storia dell’Arte. È un’illustratrice conosciuta con lo pseudonimo Lipsteria e ha co fondato TUTTE Collective, collettivo femminista di illustratrici e grafiche. Scrive e disegna per diversi progetti di comunicazione, arte, e informazione. È autrice della newsletter e podcast Masafuera.