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La crisi climatica sta cambiando la montagna11 min read

La crisi climatica sta cambiando la montagna

Negli ultimi vent’anni il paesaggio montuoso è completamente cambiato davanti ai nostri occhi.

di Marta Manzoni

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La scorsa estate ho attraversato l’Aletsch, il più grande e selvaggio ghiacciaio dell’arco alpino, fino ad arrivare al Konkordiahütte, storico rifugio costruito nel 1877 per essere facilmente accessibile agli alpinisti. Oggi per raggiungere la struttura si devono salire 467 gradini e ogni anno la scala deve essere allungata a causa del restringimento del ghiacciaio.

Per molte persone la montagna ha un significato profondo: luogo di contaminazione e di incontro, in montagna c’è un linguaggio comune al quale non serve traduzione. Lassù tutto è ridotto al minimo indispensabile: “lasciare via il peso inutile” è anche il modo attraverso il quale ogni alpinista si prepara per le sue avventure.

«Nei millenari cicli naturali geologici, c’è sempre un’alternanza di momenti caldi e raffreddamenti, seppure io non sia un catastrofista, mi sembra che in questa fase l’uomo sia diventato un acceleratore di questo processo fisiologico che rischia di andare fuori controllo,. Se penso ai ghiacciai del Karakorum che ho visto nel 1998 posso dire che in trent’anni di spedizioni ho notato un cambiamento incredibile. La neve perenne è arretrata di molti metri, ma quello che più colpisce è l’assottigliamento. A distanza di solo un anno, per esempio, l’ambiente del Broad Peak (uno dei quattordici “Ottomila” della Terra, n.d.r.) era cambiato totalmente: alla base, dove c’era stato il ghiaccio, si trovava la roccia.

Per mezzo chilometro era scomparsa “la coperta di ghiaccio”. Ghiacciai spessi e frastagliati come quello del Gasherbrum ora sono tutti fratturati», è la testimonianza di Simone Moro – uno dei più forti alpinisti italiani – durante un’intervista che ho realizzato per The Pill Magazine, nella quale ha spiegato come nel corso degli anni abbia visto cambiare i ghiacciai himalayani. Oltre a ridisegnare il paesaggio, l’aumento delle temperature sta riscrivendo le pagine di guide e cartine – che devono adattarsi ai mutamenti del territorio – e anche il mestiere della Guida Alpina sta cambiando. In montagna aumentano i rischi e gli imprevisti dovuti allo scongelamento del permafrost. Le pareti rocciose diventano sempre più pericolose: l’aumento delle frane e delle colate detritiche sono alcune delle conseguenze più evidenti. Inoltre è sempre più difficile fare affidamento su previsioni meteo attendibili e sempre più spesso assistiamo a piogge o nevicate intense e improvvise in alcune regioni, mentre altre aree sono caratterizzate da siccità durature. Un interessante articolo pubblicato su Montagna.TV ha evidenziato come in Patagonia si stia verificando un fenomeno particolare: alla perdita di superficie glaciale  – a una velocità tra le più alte registrate a livello mondiale – si associa, infatti, un innalzamento del substrato su cui i ghiacciai poggiano. Un team di ricercatori della Washington University di St. Louis ha cercato di chiarire le cause di tale “anomalia” delle Ande meridionali analizzando le profondità del sottosuolo, a livello del mantello terrestre. La risposta sembrerebbe essere la presenza di una slab window, ovvero una porzione di litosfera in subduzione, un fenomeno geologico che ha un ruolo chiave nella teoria della tettonica delle placche. Con questo termine si intende lo scorrimento di una placca litosferica sotto un’altra placca ed il suo conseguente trascinamento in profondità nel mantenello. Secondo un recente studio condotto dall’Università dell’Insubria, anche l’Antartide, noto come il continente bianco, sta diventando sempre più verde a causa del cambiamento climatico. Più vicino a noi la situazione non è meno drammatica. In base ai dati raccolti dal Comitato Glaciologico Italiano, tra il 1850 e il 1975 i ghiacciai delle Alpi europee hanno perso circa la metà del loro volume. Il 25% della restante quantità si è perso tra il 1975 e il 2000 e il 10-15% nei primi 5 anni del nostro secolo. In tutte le Alpi italiane è evidente il regresso dei settori frontali dei ghiacciai, e la stessa sorte sta toccando anche al Glacionevato del Calderone, sul Gran Sasso, in Abruzzo. Sulle Alpi Orientali il massimo ritiro frontale (83,5 m) si è registrato nel Ghiacciaio di Saldura Meridionale, mentre su quelle centrali si segnala l’arretramento di oltre 48 metri del Ghiacciaio dei Forni. Vanda Bonardo – un* dei President* del Comitato Scientifico Nazionale di Legambiente e Presidentessa CIPRA Italia dal 2020 – mi conferma che nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro area. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. «A causa del riscaldamento climatico i ghiacciai perdono superficie e spessore, “rifugiandosi” sempre più in alta quota, frammentandosi e disgregandosi in corpi glaciali più piccoli. A testimoniarlo in maniera tangibile è lo stato di alcuni ghiacciai alpini come quello dell’Adamello che ha perso oltre il 50% della superficie totale, e quello del Gran Paradiso circa il 65%. In Alto Adige 168 ghiacciai si sono frammentati in 540 unità distinte. In Friuli Venezia Giulia il ghiacciaio orientale del Canin oggi ha uno spessore medio di 11,7 m, mentre circa 150 anni fa superava i 90 m», afferma Bonardo. I dati del comitato glaciologico italiano sono un’ulteriore conferma del quadro dall’allarme lanciato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che ci ricorda che il Pianeta è in codice rosso. Secondo l’IPCC, se riusciremo a limitare il riscaldamento globale sotto la soglia dei 1.5 gradi, come prefissato negli accordi di Parigi, a fine secolo sopravviverà un terzo dei ghiacciai, in caso contrario i ghiacciai alpini scompariranno del tutto. “La carovana dei ghiacciai”: organizzata da Legambiente con la partnership del Comitato Glaciologico Italiano, è un viaggio attraverso le Alpi che racconta gli effetti dei cambiamenti climatici sulle montagne e promuove la tutela delle terre d’alta quota. «Durante la campagna itinerante vengono monitorati tra i dieci e i quindici corpi glaciali e si organizzano anche escursioni e momenti culturali per riflettere insieme su un futuro possibile per le montagne e per il pianeta. Ogni anno pubblichiamo un report con i risultati ottenuti, e sia nel 2020 che nel 2021 abbiamo osservato un consistente arretramento delle masse glaciali. Le Alpi sono sempre più fragili, vulnerabili e instabili a causa della crisi climatica e del riscaldamento globale», continua Vanda Bonardo.

Tra il 1850 e il 1975 i ghiacciai delle Alpi europee hanno perso circa la metà del loro volume. Il 25% della restante quantità si è perso tra il 1975 e il 2000 e il 10-15% nei primi 5 anni del nostro secolo.

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Ormai l’opinione pubblica è al corrente dello stato di (non) salute dei ghiacciai. Quello che conosce meno è il perché di questo fenomeno. Sarebbe da ripensare il modo in cui viene comunicato il tema del cambiamento climatico legato alle montagne: se alcune persone non hanno raggiunto una propria consapevolezza sull’argomento forse dipende dal fatto che a volte alcuni scienziati sbagliano qualcosa nel trasmettere le proprie conoscenze. Un’idea potrebbe essere, per esempio, definire dei target più specifici, come i giovani, ed entrare nel dettaglio delle possibili azioni di mitigazione e adattamento, cercando di trasmettere cosa di pratico si può fare, e mettere in relazione la fusione dei ghiacciai con l’impatto sul turismo e sull’economia. A questo proposito, di recente il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Mario Draghi e del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Mariastella Gelmini, ha approvato il disegno di legge per la montagna, che introduce una serie di misure per le zone montane, con il triplice obiettivo di favorire lo sviluppo, sostenere la ripresa e contrastare lo spopolamento. Gli interventi normativi sono volti alla riduzione delle condizioni di svantaggio dei comuni montani. In particolare, la campagna“Io resto in montagna” ha l’obiettivo di incentivare la residenzialità in montagna attraverso detrazioni sulle imposte. Iniziative come queste potrebbero costituire un nuovo futuro per le aree montane, favorirne lo sviluppo ed essere rappresentative di come la montagna stia cambiando (questa volta in positivo), e con lei la nostra percezione di essa.

Dall’altra parte non mancano i progetti che potrebbero minacciare siti protetti da Rete Natura 2000, per la maggior parte ampliamenti di comprensori sciistici. Diverse proposte prevedono impianti a quote molto basse, in contesti dove la neve sarà sempre più rara e gli inverni sempre più brevi. Inoltre i fondi europei del PNRR, qualora non fossero ben supervisionati, potrebbero trasformarsi in interventi impattanti per l’ambiente. «C’era una volta… il ghiacciaio della Mer de Glace». Potrebbe iniziare così la storia che racconterò un giorno ai miei figli. «Al posto dell’area di servizio che avete visto oggi, c’era un rifugio, dove ho dormito. Invece dell’autostrada sulla quale siamo passati, c’era la neve perenne». Due anni fa sono stata sul più grande ghiacciaio di Francia per raccogliere rifiuti abbandonati. La Vallée Blanche, scavata dal ghiacciaio, toglie il fiato per quanto è bella. All’inizio del diciannovesimo secolo, la Mer de Glace era visibile da Chamonix. Oggi per guardarla bisogna salire fino a Montenvers. Forse i miei figli non la vedranno mai. «Bambini, una volta al posto del casello c’erano delle grandi grotte di ghiaccio. Ma sono cose che purtroppo voi non vedrete mai».


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Giornalista freelance e Consulente di Marketing & Comunicazione nell’outdoor e sport industry.

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