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il disco di vasco brondi paesaggio dopo la battaglia

Una generazione diventata adulta per tentativi15 min read

Una generazione diventata adulta per tentativi

Internet, natura, digitale, millennials, discorsi a margine del nuovo disco di Vasco Brondi.

di Alessandro Lolli

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È iniziata con un suicidio commerciale la nuova vita di Vasco Brondi. Il singolo che ha lanciato l’album Paesaggio dopo la Battaglia è uscito a inizio aprile e non è esagerato definirlo tra i singoli meno musicali della storia. “Chitarra Nera” è quanto di più lontano da una hit si possa immaginare nel pop, quanto di più lontano da una canzone. Brondi lo sa e commenta sui social «L’ho registrata su queste armonie come per liberarmene, con la mia voce normale, senza neanche cantare». Una scelta consapevole, tutta cuore e niente marketing: «Chitarra nera è un film a parte dentro questo disco, è la prima canzone che ho scritto dopo parecchio che non scrivevo più niente e ci tenevo fosse la prima ad uscire».

Un altro suicidio aveva preparato il terreno, quello del progetto Le Luci Della Centrale Elettrica, conclusosi a ottobre 2018 dopo oltre dieci anni di carriera. Le Luci Della Centrale Elettrica altri non erano che Vasco Brondi stesso in un «gioco a nascondino che ha funzionato solo fino a un certo punto» come scrive nel messaggio di addio. Morti simboliche che annunciano rinascite artistiche all’interno di un percorso spirituale ancora prima di una carriera. Il nome plurale cede il passo al nome proprio.

Le Luci furono accolte come la voce collettiva dei ragazzi degli Anni Zero ma anche oggi, Vasco Brondi con la sua identità anagrafica, continua a parlare alla generazione, incarnandone uno dei destini possibili.

Proviamo a capirlo con un paragone storico.

il nuovo disco di vasco brondi paesaggio dopo la battaglia

La generazione sconfitta raccontata da Vasco Brondi

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Si racconta che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, la lotta politica fu abbandonata anzi sconfitta, inaugurando un periodo di “riflusso”.  Il racconto del riflusso come tutte le letture storiche di ampio respiro è anche una semplificazione che si comunica sotto forma di storytelling. Lo storytelling va più o meno così: tra il ‘68 e il ‘77 la gioventù ha provato a cambiare il mondo, ragazze e ragazzi, studenti e operai, si sono svegliati e hanno preso a lottare. Poi la controparte ha risposto e, con la repressione da un lato e la messa a punto di un nuovo tipo di capitalismo occidentale chiamato “neoliberismo” dall’altro, ha rotto le fila nemiche. In Italia, l’evento storico che si fece simbolo del cambio di rotta fu la cosiddetta marcia dei quarantamila.

Ma lo storytelling del riflusso è soprattutto uno storytelling personale di ciò che concretamente ciascuno di quei ragazzi ha fatto dopo aver perso la lotta. Si dipanano vari destini: c’è chi si è completamente integrato nel sistema, chi è finito nel giro delle droghe pesanti e chi delle nascenti sottoculture moderne che alla rivoluzione organizzata opponevano una ribellione individuale, spesso nichilistica se non puramente estetica. Ma c’è anche un’altra immagine che descrive il modo particolare eppure così suggestivo che qualcuno ha usato per “rifluire” ed è quella del ritorno alla natura, del casolare in Toscana, l’agriturismo sostenibile, la comune di ridotte dimensioni. Si fuggiva fisicamente dai luoghi del conflitto sociale, dallo spazio urbano con tutto quello che implicava a livello di strutture psichichesocialiarchitettoniche. Se non si poteva instaurare la vita nuova rovesciando il cuore del mondo, andava pur bene costruirla, in scala, ai margini dello stesso.

La parabola artistica di Vasco Brondi presenta delle similitudini profonde con questo riflusso nella natura di una generazione sconfitta, sebbene con importanti differenze. D’altronde Brondi è nato nel 1984, precisamente una generazione dopo, figlio di quelli che rifluendo hanno messo su famiglia.

Partiamo dalle somiglianze.

Paesaggio dopo la battaglia è un titolo sincero perché, questo, come tutti gli altri, è un album paesaggistico. La canzone di Brondi è sempre stata paesaggistica tanto che il suo vecchio nome altro non descriveva che un paesaggio, cioè una porzione di ambiente osservata dall’uomo per il suo diletto «andiamo a vedere le luci della centrale elettrica». Lo straniamento derivava proprio dal sostituire l’ecomostro della società industriale alle vedute naturali tradizionalmente ammirate dagli animi sensibili. Nei primi dischi, l’immaginario di Brondi è quasi completamente urbano, uno sguardo cinematografico che trova la bellezza della città nei suoi aspetti più degradati e ci accompagna con splendidi movimenti di macchina come «sopra netturbini e sopra nottambuli svetta la gigantesca scritta COOP». Quando la natura compare è sempre antropizzata: la spiaggia è deturpata, i cieli sono prodotti in serie.

L’ambiente brondiano era antropizzato anche in un senso più profondo, tendeva infatti a confondersi con le storie d’amore che l’abitavano. «Parleremo delle nostre interiorità come fossero delle metropoli» affermava l’autore in un verso che sa di manifesto.

Le strutture psichiche sociali architettoniche urbane erano anche strutture emotive che costruivano un’amore con la forma di una città, confuso e sovrapposto alla stessa: «E ti ricordi i nostri disperati sogni di via Ripagrande, di viale Krasnodar? Ti ricordi i nostri disperati sogni di viale Monza che si infrangevano contro i soffitti e facevano delle specie di affreschi?».

vasco brondi

De-industrializzazione e ritorno alla natura, una necessità dei millennials

Da un album all’altro, i paesaggi diventano meno antropici in entrambi i sensi, cioè più naturali e più autonomi dagli occasionali amanti che vi compaiono. Costellazioni e Terra avevano allargato i confini del mondo, includendo le realtà extraoccidentali meno industrializzate che vedono la vegetazione riprendersi gli spazi: «Là dove c’era un minareto, un campanile, c’è un albero in fiore tra le rovine, ci siamo noi due accecati dal sole mentre cerchi di spiegare».

In Paesaggio dopo la Battaglia il ritorno alla natura è compiuto. In queste canzoni la presenza umana – sotto forma di persone o artefatti – è rara se non assente. Come in “Adriatico”, un allegro valzer dedicato al mare della sua regione: non c’è una persona in vista, solo la versione moderna di “Romagna Mia”. Tutti i testi, anche quando gli umani compaiono, sono pervasi da un senso di sacro, di comunione con la natura, Elio Germano che esplora i boschi nei pressi di una chiesa abbandonata nel video di “Chitarra Nera”.

Il movimento che Brondi ha portato a termine in quattro dischi – dalla città contraddittoria e illuminata, alla campagna sterminata e serena – ricalca quello di coloro che rifluivano negli anni Ottanta.
Qui però i percorsi si separano. Perché, se il topos del ritorno alla natura ha sempre la medesima meta – l’autenticità perduta di un ambiente che ci precede e ci sopravviverà –, sono diverse le situazioni da cui si fugge.

Per la generazione dei padri la città era lo spazio del conflitto sociale, il luogo di una sconfitta, ma per i figli quella sconfitta è già avvenuta, la politica è morta da un pezzo «e i CCCP non ci sono più». Fa strano oggi che lo vediamo con la barba da santone innamorato di tutte le cose, ma “nichilista” era l’aggettivo che descriveva con più frequenza il Vasco Brondi degli inizi, lui che sentiva l’urgenza di ricomporre narrativamente la sua generazione ma non sapeva cosa raccontare ai figli di questi cazzo di Anni Zero.

Qual è quindi la battaglia che si lascia alle spalle Vasco Brondi?

Senza dubbio il titolo dell’album si riferisce alla pandemia, come approfondito nella canzone omonima, eppure questo virus è stato anche l’acceleratore di una condizione che lo precedeva, una battaglia catatonica che la sua generazione combatteva da tempo, scambiandola per una rivoluzione.

Scriveva bene Wolf Bukowski sul blog di Wu Ming : «le serie TV, il telelavoro, i webinar, le videochiamate… ne sono state la precondizione: senza di essi “non sarebbero mai riusciti a tenerci rinchiusi”. Un lockdown di tale portata è divenuto pensabile dai governi perché quegli strumenti digitali erano già disponibili».

Per chi non ha avuto la sfortuna di affrontare la malattia in prima o seconda persona, il COVID è stato soprattutto questo, la digitalizzazione forzata della vita.

Le generazione di Brondi cresce durante l’informatizzazione del mondo e la sua stessa carriera è figlia dell’esplosione di internet, di un Myspace che è ormai preistoria. E già in quel primo EP autoprodotto veniva tematizzata l’incombenza della vita virtuale con una canzone poi non inserita nell’album, “Arrivava via internet la sera”. Seguendo questa immagine così “brondiana”, internet è un fenomeno atmosferico, la sinestesia delle nostre notti al computer che sanno già di galera.

“Arrivava via internet la sera e ti deludeva
E dicevi di continuare rocciosi come gli uccisori di madri di drago
E dicevi di continuare rocciosi come i consolatori di cuccioli di drago
Come partigiani nelle case di riposo”.

L’iperspazio digitale continua a emergere in varie canzoni, elemento inquietante e commovente che definisce il nostro modo di stare al mondo “luminosa natura morta con ragazza al computer”, “e prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su You tube”.

Il punto di rottura arriva in Terra, un album già pieno di amore che ha una sola nota stonata di frustratissima rabbia nel pezzo dedicato a internet: “Iperconnessi”.

Il testo è violento, la musica concitata. Le altre canzoni del disco riescono a trovare la grazia nelle situazioni più disperate, qui compare al massimo una pietà sospetta, venata di disgusto per le vittime dell’era digitale: “i tuoi vent’anni – pareri agitati, occhi sempre arrossati – alla fine sono passati abbastanza inosservati”.

La canzone si conclude con un’invocazione alle muse e un desiderio

"Cantami dei posti dove il Wi-Fi non arriverà mai/ Mai e poi mai, mai e poi mai"

Eccoli i paesaggi dove il wifi non arriverà mai, lontani dalle luci della centrale elettrica, non tanto dall’edificio in sé ma da ciò che quelle luci alimentano.

L’ultimo album di Vasco Brondi – o il suo primo, a seconda di come vogliamo vederla – è la via millennial al riflusso, la riscoperta di uno “sporchissimo reale” che mai è sembrato tanto lontano, dopo un anno in cui abbiamo dovuto vivere il lavoro, lo svago, le amicizie e gli amori attraverso dei rettangoli luminosi. Ma non c’è la rabbia di “Iperconnessi” nella nuova voce di Brondi, non è il momento di contestare, di polemizzare, di incazzarsi, è quello di disertare. Un’urgenza, quella sì, è presente in un disco che si apre col computo dei giorni che ci mancano da vivere (26000 giorni è la media dell’aspettativa di vita mondiale) e continua esortandoci a non aspettare per amare e fare quello che vogliamo.

Si è detto che non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema. Il cosiddetto “New Normal” che si prospetta sembra solo un’intensificazione parossistica di quanto già ci aveva ingannato quando eravamo tecnoentusiasti. C’è chi ha detto no, regalando a noi e all’algoritmo un singolo incomprensibile e un disco etereo, scritto di getto, meno compiuto di quel capolavoro che era Terra, non per questo meno vero.

“Le leggi dell’universo non sono quelle di questa città. Non confondere le nostre brevi vite con l’eternità”


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È nato nel 1989 e si occupa di filosofia, cultura pop e nuovi media. Collabora con riviste come il Tascabile, Not, Esquire Italia. Ha pubblicato la prima edizione de "La guerra dei meme" nel 2017, curato una sezione di "Guida all’immaginario Nerd" (Odoya, 2019) e il suo saggio “Forme di insubordinazione per sopravvivere al palcoscenico dei Social network” si trova in The game unplugged (Einaudi, 2019).

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