Close
Type at least 1 character to search
Torna su

zoom fatigue

Che cos’è la Zoom Fatigue9 min read

Negli ultimi due mesi la maggior parte delle interazioni sociali che solitamente si svolgono in una realtà fisica, sono avvenute per via telematica. La scuola e l’università, le chiacchiere con gli amici, le conferenze, i concerti o la presentazione di un libro, l’attività fisica come qualsiasi tipo di corso o lezione e, naturalmente, il lavoro.
Durante il lockdown dovuto all’emergenza COVID-19, circa due milioni di persone in Italia sono passate a svolgere il proprio lavoro da casa, con un aumento che, a seconda delle stime, oscilla tra il 400% e il 500% rispetto ai numeri pre-pandemia. Inevitabilmente, di pari passo a questa impennata, tutte le app che consentono di avviare delle videochiamate hanno registrato una crescita vertiginosa dei download e del tempo medio di utilizzo. In particolare si è parlato molto di Zoom, sia per ragioni di sicurezza e privacy, che per essere quella più scaricata. Anche per via di questo primato, si deve il neologismo nato in questi giorni: “Zoom Fatigue”, che si riferisce al senso di stanchezza e disagio causati dall’eccessiva interazione in video alla quale si è particolarmente esposti in questi giorni.

Naturalmente la comunicazione digitale è presente già da parecchio tempo nelle nostre vite e siamo normalmente abituati a considerarci parte di una società digitalizzata, eppure l’utilizzo così frequente delle videochiamate è a tutti gli effetti una novità assoluta per la grandissima maggioranza della popolazione, tanto che il dibattito attorno a questo fenomeno è sostanzialmente appena iniziato, così come l’interesse nelle ricerche su Google.

Per quanto sia indubbiamente importante avere la possibilità di mantenere un legame con le proprie abitudini sociali, soprattutto in una situazione di emergenza sanitaria e di pressione psicologica, dietro a una interazione in video si cela un problema principale: paradossalmente, ci sono troppe similitudini con una conversazione fisica e questo crea delle aspettative sbagliate che costano energia al nostro cervello.

La prosopagnosia è un deficit percettivo del sistema nervoso centrale, chi ne è affetto non riesce a riconoscere i volti delle persone, poiché non è in grado di distinguere i tratti fisionomici e dunque a memorizzarli per associarli nuovamente a un individuo. Si tratta di un disturbo che può essere congenito o causato da un trauma e si manifesta con un margine di intensità molto ampio e variabile. Anche se suona parecchio sconvolgente, le persone che ne sono affette in una forma poco invalidante (tra quelle celebri Brad Pitt o Oliver Sacks, che ha scritto un saggio di successo sul tema) utilizzano più frequentemente forme di compensazione come il contesto, il tono della voce e un numero infinito di piccoli dettagli come, per esempio, i tatuaggi, gli accessori o gli indumenti che indossa una persona, per riconoscerla. In realtà queste forme di compensazione vengono usate in continuazione dal cervello umano in maniera automatica e hanno un ruolo molto più centrale di quello che si possa immaginare e questo è valido anche per quello che avviene per facilitare lo svolgimento di una conversazione. Durante un qualsiasi dialogo, il nostro cervello è abituato a fare affidamento su una quantità parecchio rilevante di agenti non-verbali per supportare la comprensione: il movimento delle mani, la postura, le espressioni facciali, il body language e persino la modulazione del respiro dell’interlocutore, che molto spesso ci indica quando ha intenzione di inserirsi nel dialogo o di portare a termine un’espressione.

Durante un dialogo, facciamo affidamento su molti agenti non-verbali per facilitare la comprensione. Con l’interazione virtuale, tutti questi elementi sono eliminati, ma il nostro cervello non è in grado di recepirlo facilmente e quindi consuma una grossa quantità di energia per trovarli.

Con l’interazione virtuale, tutti questi elementi sono eliminati, fortemente limitati o alterati, ma il nostro cervello non è in grado di recepirlo facilmente e quindi consuma una grossa quantità di energia nel tentativo di mediare e recepire qualcosa che non può trovare. Uno dei più banali consigli per non far consumare facilmente la batteria del proprio smartphone, è quello di disattivare la ricerca automatica di una connessione Wi-Fi nelle vicinanze, perché questa stessa ricerca comporta un consumo di batteria. Allo stesso modo il nostro cervello disperde molta energia nella ricerca di un supporto non-verbale, mentre deve contemporaneamente fare i conti con una conversazione nella quale gli agenti non-verbali sono parecchio limitati. In altre parole, una videochiamata ci induce a interagire come se fossimo di fronte a una persona in carne e ossa e ad attivare tutta una serie di ricettori invano, cosa che invece non avviene durante una normale telefonata audio dalla quale abbiamo aspettative e schemi totalmente diversi.

Un altro fattore che accelera il processo di affaticamento è causato dalle numerose distrazioni alle quali si è esposti stando di fronte a uno schermo, finestre aperte, chat che si sovrappongono, link e allegati ovunque. Portare avanti una conversazione mentre si è esposti a una prolungata attenzione frammentata è asfissiante per il sistema nervoso che è in qualche modo costretto a perdere il filo del discorso per non andare in sovraccarico.

Tutto questo si acuisce quando l’ambito della conversazione è lavorativo, sia per una questione di formalità e di elevata richiesta di un certo tipo di prestazioni mentali, che per un aspetto pratico: molto spesso le riunioni di lavoro coinvolgono più persone contemporaneamente e questo non fa che gettare benzina sul fuoco su quanto abbiamo visto finora. Un esempio: molte delle applicazione che si utilizzano per le videochat, rendono visibile una persona solo nel momento in cui parla e questo è un inferno per il nostro cervello, che non fa in tempo a processare le espressioni facciali di chi interviene e non ha modo di osservare le reazioni di chi è in ascolto o sta per intervenire, fermo restando che anche tentare di captare con la vista periferica le intenzioni degli interlocutori ridotti a minuscoli riquadri è altrettanto complicato comprendere e essere compresi dagli altri.

Un aspetto da non sottovalutare affatto in una conversazione è il ruolo del silenzio, che detta i tempi e aiuta le parti coinvolte a individuare la natura del dialogo in questione. Durante una videochiamata il silenzio invece diventa più che altro una fonte di ansia: si teme di non essere stati sentiti, aumenta la percezione della negatività nel tono di voce di chi fornisce una risposta con un ritardo anche di un secondo, con conseguenze facilmente immaginabili.

Questo ci porta a un altro aspetto non meno rilevante degli altri, che ha a che fare con una sfera emotiva e intima dell’individuo. Non tutte le persone sono a proprio agio nel rivedersi in uno schermo o sentendosi osservate da colleghi o sconosciuti, percezione che aumenta durante una videochiamata collettiva, ci si sente più esposti, soprattutto se inseriti in un contesto domestico, anche a causa di una maggiore frequenza dell’eye-contact, rispetto a quanto avviene in una conversazione fisica, nella quale una serie di consuetudini come abbassare o distogliere lo sguardo, spostarsi o interagire con lo spazio, risultano meno fuori luogo. Non solo: in questo periodo si tornati a parlare di digital divide, termine che riguarda sia le persone che non hanno accesso a internet (in Italia circa 11 milioni di persone non possono utilizzare) e sono dunque brutalmente tagliate fuori da tutto questo discorso, sia quelle che dispongono di una connessione lenta e che quindi sono esposte a delle difficoltà maggiori nell’interazione, banalmente la definizione del video è bassa, il segnale audio disturbato – con ricadute ancora più elevate sulla percezione dell’empatia – e la capacità di inserirsi nel discorso ridotta. Il risultato è una ingiustificata sensazione di sentirsi isolati, angosciati, incapaci e inadeguati a svolgere il proprio lavoro.

Al di là del lockdown, il telelavoro e lo smart working – che sono due cose un po’ diverse tra loro – continueranno senza dubbio a far parte del nostro futuro, il che è per molti versi auspicabile, anche solo per una questione di riduzione delle emissioni di Co2, tanto per dirne una non poco rilevante. Visto che è la strada che ci ritroveremo a percorrere, sarebbe bene non trascurare sin da ora le insidie e le problematiche che pone di fronte, che sono parecchie e non riguardano solo la Zoom Fatigue, che è una faccenda innocua rispetto a ciò che rischia di abbattersi su quella che è già stata rinominata Burnout generation.