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La tragedia dei primi della classe13 min read

La tragedia dei primi della classe

Il gifted kid burnout è molto più di una semplice condizione di stress causata dal crollo delle aspettative dei “primi della classe”, ma è soprattutto un fenomeno che può insegnarci molto sulla visione distorta del merito e dell’eccellenza su cui si fonda la nostra società.

di Irene Doda

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Uno dei ricordi più vividi della mia prima adolescenza è il test di orientamento per la scelta delle scuole superiori. Si trattava di una serie di domande che chiedevano di autovalutare in scala numerica la propria competenza in diversi ambiti.

Quanto sei bravo a disegnare da uno a dieci? Quanto ti senti a tuo agio a risolvere un problema di matematica? I miei risultati indicavano una direzione chiara quanto disorientante per una ragazzina di tredici anni: potevo fare tutto, potevo scegliere la scuola che volevo.

Da allora non so quante volte mi sia stato ripetuto il mantra: sei così intelligente, sei così brava, puoi scegliere di diventare qualsiasi cosa desideri. Il che ha reso ancora più caotico il processo di crescita che mi ha portato ad essere un’adulta, tutto sommato, mediocre in molti ambiti della vita.

Alla soglia dei trent’anni, con un percorso di carriera ancora precario e molto poco definito, nessuna eccellenza accademica alle spalle, mi sembra di sentire la me tredicenne che grida: io ho fatto tutto quello che mi avete detto, ho seguito perfettamente le istruzioni, dov’è adesso il mio premio? Perché non vengo riconosciuta come la persona brillante che per tutta la scuola dell’obbligo mi avete fatto credere di essere?

Poi un giorno, in un attacco di noia, ho aperto TikTok e ho sentito questa canzone e alcune cose hanno fatto click. Che abbia in parte i sintomi del gifted kid burnout, il crollo nervoso tipico dei ragazzini che erano i primi della classe?

Piccole stelle bruciano

La storia del gifted kid burnout non è soltanto uno stupido meme social: o meglio, è diventato una tendenza così popolare perché identifica alcune questioni irrisolte nei giovani adulti. In Italia non abbiamo, come negli Stati Uniti, dove il termine è nato, dei programmi specifici per studenti che vengono ritenuti plus dotati, ma veniamo comunque formati in una scuola sempre più improntata alla competizione.

Quando facevo le medie, all’inizio degli anni Duemila, non esistevano ancora né le prove Invalsi né le certificazioni di competenza, né l’alternanza scuola-lavoro, ma era l’epoca della riforma Moratti e dell’introduzione del portfolio europeo. Iniziavamo collettivamente a recepire l’idea che l’eccellenza fosse la carta da giocare per sopravvivere, e che le nostre qualità individuali sarebbero state il faro che ci avrebbe guidato verso l’età adulta.

Il gifted kid burnout non è però solo continua ansia da prestazione. È quella particolare condizione che accompagna gli studenti etichettati come talentuosi nel periodo della crescita. Sentirsi ripetere di continuo quanto si è bravi, speciali, migliori dei propri pari in età formativa impedisce di darci dei limiti nel lavoro e di fissare aspettative realistiche per noi stessi, nella vita accademica e professionale.

Centriamo la nostra identità attorno al perfezionismo, all’essere sempre al massimo dell’eccellenza e al non deludere mai le aspettative di nessuna figura di autorità. Arriviamo anche al burnout vero, quello che deriva dalla pressione eccessiva sul lavoro.

Il risultato finale del gifted kid burnout è la noia suprema: se nulla ha senso a parte la perfezione, quando la perfezione è irraggiungibile si tende a mollare il colpo e a perdere interesse in qualunque attività.

Un altro aspetto è l’incapacità di adattarsi alla realtà. Se tutto è sempre stato descritto come riconducibile ai talenti del singolo, se ogni cosa può essere letta come il risultato di un test binario – promosso o bocciato, bravo studente o asino – diventa impossibile sia accettare il fallimento che interpretarne le cause.

Insomma: o hai raggiunto il massimo nella verifica, oppure potevi applicarti di più. E il problema sei, invariabilmente, tu stesso. Il monologo interiore che accompagna la vita adulta degli ex primi della classe non lascia né tregua né spazio per le sfumature. È crudelmente individualista.

Il risultato finale del gifted kid burnout è la noia suprema: se nulla ha senso a parte la perfezione, quando la perfezione è irraggiungibile si tende a mollare il colpo e a perdere interesse in qualunque attività. Il giovane adulto ex studente plus dotato vive con un perenne senso di vuoto, e di rimpianto.

Cosa è successo a quella mente brillante che mi faceva leggere libri su libri, imparare a suonare uno strumento nell’arco di pochi mesi, risolvere problemi di algebra e memorizzare poesie?, si chiede. Perché adesso sembra schiantata su sé stessa e ridotta a un cumulo di nozioni vaghe, inapplicabili alla vita pratica o a un lavoro stabile? Ma soprattutto: perché non ha portato i risultati promessi?

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Internet è piena di testimonianze di ex primi della classe bruciati. «Probabilmente conoscete qualcuno (o siete qualcuno) che ha ottenuto buoni risultati accademici nei primi anni di scuola, e magari è stato inserito in uno di quei programmi per ragazzi di talento. Beh, niente di tutto questo ha importanza oggi; in questo momento è molto probabile che siano seduti in una nebbia depressiva a giocare ai videogiochi e a fumare erba, continuando a pensare di essere migliori di tutti gli altri per qualche motivo. Ammetto di far parte di questo gruppo» racconta H. in un post su Medium.

«Per un periodo, l’essere etichettata come “studentessa dotata” ha fatto sì che l’essere intelligente fosse l’unica parte della mia identità, e questo mi ha fatto sentire in colpa perché anche tutti gli altri nella mia scuola erano intelligenti. Ha portato a un costante bisogno di conferme in ambito accademico che, onestamente, era impossibile da soddisfare appieno» dice invece Marlena M. a Girlslife.

Il gifted kid burnout però non è meramente il risultato di una ferita narcisistica mai del tutto guarita. È anche la conseguenza di una visione distorta del merito e dell’eccellenza. Cosa vuol dire, in ultima analisi, essere “bravi a scuola”?

La trappola dell’eccellenza

Formare l’identità dei ragazzini intorno all’idea di “intelligenza” o “talento” rischia di avere effetti opposti a quelli di un rinforzo positivo. Scrive la psicologa Carol Dweck nel suo libro The new mindset of success che etichettare le persone come “eccellenti” durante i loro anni formativi annulla la loro curiosità di «fare qualunque cosa che possa mettere in luce i loro difetti o mettere in discussione il loro talento».

Dweck consiglia di spostarsi da una mentalità che vede intelligenza e talento come qualità fisse a una in cui li si considera parte di un percorso – la studiosa lo definisce growth mindset. Certo, è difficile fare questo scatto quando alcuni meccanismi sono già ben fissati nella mente adulta – sfortunatamente non così manipolabile come quella dei preadolescenti.

Il gifted kid burnout però non è meramente il risultato di una ferita narcisistica mai del tutto guarita. È anche la conseguenza di una visione distorta del merito e dell’eccellenza. Cosa vuol dire, in ultima analisi, essere “bravi a scuola”?

Sappiamo che in Italia la mobilità sociale è bassa, che chi nasce in una famiglia con scarsi mezzi economici, tende a restare ai margini della scala sociale. Questo si riflette anche nelle scelte scolastiche: chi proviene da un ambiente socioeconomico avvantaggiato tende a scegliere i licei, e di conseguenza ha più probabilità di proseguire la propria istruzione all’università.

Nel rapporto Invalsi del 2019, in capitolo intitolato Quanto conta la famiglia si legge “La ricerca nel campo dell’educazione ha più volte dimostrato che l’ambiente di provenienza influisce in modo determinante sulla motivazione a imparare, sulle aspettative future, sui risultati delle prove di apprendimento, sulla scelta degli studi, e, in generale, sul profitto e sulla carriera scolastica e professionale degli studenti”. Risultati simili sono emersi dal rapporto del 2021, che mostra come gli studenti svantaggiati economicamente raggiungano risultati sotto la media.

C’è infatti chi ha inquadrato il fenomeno del gifted kid burnout da un punto di vista ribaltato. Studenti cresciuti in famiglie di classe media, con buone opportunità alle spalle improvvisamente si trovano catapultati nel mondo reale, dove non ci sono i genitori che li aiutano nei compiti e i professori non li portano incessantemente in palmo di mano.

Scrive Tom Whyman su The Outline, in un’interessantissima analisi della questione da un punto di vista di classe: «Per alcune persone, il gifted kid burnout è solo una scusa, un modo per non venire a patti con il fatto che si sta fallendo, non perché si è troppo talentuosi – non lo si è mai stati – ma perché si è troppo pigri per affrontare un mondo che non condivide le buone intenzioni che i genitori, e forse alcuni insegnanti, avevano nei vostri confronti quando stavate crescendo.»

Non è una novità che il discorso meritocratico abbia degli enormi limiti legati al suo intrinseco classismo. E che si scontri in modo plateale con la realtà delle cose. Ci hanno fatto credere di essere intelligenti, invece sapevamo solo adattarci a una serie di regole astratte costruite per un sistema che alla fine ci avrebbe masticato e sputato. Anche quando si è stati abbastanza privilegiati da sapersi adattare alle richieste scolastiche senza troppe difficoltà, la realtà non ha lasciato scampo.

La meritocrazia è poco più di un’ideologia fideistica, che ha tuttavia effetti deleteri non indifferenti sulla salute mentale delle persone. Chi è cresciuto con l’idea che il lavoro duro sia il solo modo di meritarsi qualcosa, il solo veicolo per la realizzazione personale, si trova oggi a dover fare i conti con costrizioni esterne non più ignorabili: precariato diffuso, continue crisi finanziarie, prospettive economiche scarsissime – sicuramente meno rosee di quelle dei nostri genitori –, un mondo al collasso in più di un senso.

Noi siamo ancora lì che speriamo che se azzecchiamo tutte le crocette del test, se seguiamo il tracciato senza sgarrare, andrà tutto bene. Non c’è davvero da stupirsi se la tentazione di mollare il colpo sia così alta: se l’eccellenza non ci porta da nessuna parte, tanto vale che rimaniamo sul divano a fissare il soffitto. O a fare una scorpacciata di video di TikTok.


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Vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Collabora con l'organizzazione sindacale StreetNet International ed è co-fondatrice e speaker del podcast Anticurriculum.

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