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TikTok Burnout9 min read

TikTok Burnout

Parliamo di TikTok, burnout, job squeeze, workaolismo atletico, #QuitTok e innovazione deterministica.

di Priscilla De Pace

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Questo articolo è estratto da Dylarama, la newsletter settimanale a cura di Siamomine su tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.
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C’è una citazione di Elon Musk particolarmente abusata dalle tech companies multinazionali che recita: «Nobody ever changed the world on 40 hours a week». Si tratta di una delle tante massime rimasticate negli anni sui blog e sui profili LinkedIn di imprenditori e proprietari d’impresa e che si somma alla vasta costellazione di slogan motivazionali che troneggiano negli uffici come onnipresenti memento mori per i dipendenti, ma con la produttività come ultimo fine al posto del meno proficuo eterno riposo.

Come racconta questa inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal, la frase di Musk non è presente negli uffici di TikTok ma ce ne sono molte altre, come “Aim for the highest”“Be grounded & courageous” o “Be open and humble”, che – come rivela il lungo approfondimento della testata americana – a quanto pare nasconderebbero dietro la loro superficie propositiva una cultura insensibile alle condizioni dei propri lavoratori e delle proprie lavoratrici.

Il “posto più felice su internet” a quanto pare non lo è affatto: diversi ex dipendenti dell’app hanno infatti iniziato a raccontare la propria esperienza di lavoro negli uffici americani e cinesi, sfruttando canali come Medium e Twitter per rivelare i meccanismi che alimentano il funzionamento della piattaforma.

«TikTok executives regularly tell employees “It’s always day one,” repeating a line popularized by Amazon’s Jeff Bezos to encourage innovation and avoid complacency. Other maxims, such as “Be candid & clear,” are splashed across TikTok office walls, and employees are judged in part based on their adherence to the concepts.»

Deprivazione del sonno, paranoia, frustrazione, esaurimento nervoso e fisico: sono solo alcune dei sintomi da burnout descritti dagli ex impiegati di TikTok e che si inseriscono (purtroppo) in perfetta continuità con il malessere denunciato dai dipendenti di altri celebri colossi tech, da Amazon a Facebook (ehm Meta).

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Si parla, tra le tante cose, di 85 ore di meeting a settimana, di riunioni obbligatorie tra i comparti americani e quelli cinesi nonostante il pesante fuso orario che intercorre tra le sedi, di lavoro nei weekend, di pasti consumati di fronte al computer, della totale mancanza di trasparenza da parte del management su informazioni utili e rilevanti per i propri dipendenti, dalla composizione dell’organico aziendale ai numeri prodotti dall’app.

Un altro aspetto brutale che emerge dall’inchiesta è che i sintomi dell’hustle culture non si manifestano solo attraverso il disagio psico-fisico, ma anche assumendo una malsana forma di soddisfazione, una disperata speranza di un premio finale alla fine del tunnel, una compensazione in termini di competenze acquisite, crescita personale o posizionamento competitivo in un mercato che chiede sempre di più ai lavoratori.

D’altronde quando parliamo di cultura parliamo proprio di questo, ovvero della capacità di creare una mentalità condivisa, che superi l’unidirezionalità del management aziendale per diventare un lifestyle a cui ambire, una dipendenza dal sacrificio.

«If I knew that working at TikTok would cost me this much, I would never have taken the job” in June 2020, she wrote. Yet on reflection she didn’t regret having joined, she added, because by doing so she proved to herself that she has what it takes to succeed.»

È una dinamica molto simile a quella raccontata in un articolo su Inc. Magazine, dove lo strategy consultant Peter Cohan svela alcuni dei meccanismi alla base di questa cultura, citando – oltre al caso di TikTok – anche quello di Netflix e del cosiddetto job squeeze dei talenti più giovani.

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«(…) the consulting firms demand near-constant travel to clients and 80-hour workweeks. After a few years, most of the new recruits burn out and do not make the cut to the partner track. However, the prestige of having worked at such firms and the skills they develop make them valuable to other employers. So recent graduates continue to flock there.»

Non è particolarmente chiaro se Cohan adotti uno sguardo critico o deterministico su queste dinamiche (sembrerebbe la seconda opzione), ma qui torniamo al motto di Musk e a un aspetto fondamentale che contraddistingue la mentalità di queste aziende (e anche di Cohan apparentemente), una mentalità che tradisce la convinzione che l’innovazione sia indissolubilmente legata al sacrificio personale e al workaolismo performativo, o atletico come direbbe Netflix.

Uno dei paradossi è che gli utenti che fruiscono di queste piattaforme, lo fanno anche per condividere valori diametralmente opposti a quelli su cui si fondano i sopracitati contenitori digitali.

Come racconta questo articolo su Vox, infatti, TikTok è la stessa piattaforma dove i giovani utenti realizzano contenuti di tendenza sul #QuitTok, raccontando le loro storie di dimissioni, condividendo aneddoti di sfruttamento e messaggi anti-capitalisti all’urlo del motto: «I don’t have a dream job. I don’t dream of labor».

Una riflessione importante che accompagna l’articolo riguarda proprio la capacità di questi contenuti virali di trasformarsi in un movimento lavorativo, laddove la condivisione di esperienze e di sguardi critici non genera una nuova o amplificata coscienza di classe, ma – il più delle volte – alimenta solamente una rinnovata ambizione professionale.

«Carson doesn’t think that most zoomers are actually anti-work, at least from a political perspective. In fact, she said, she thinks it’s the opposite: She has noticed more young people publicly committing to quit an undesirable job so that they can devote more time to learning new skills, in the hopes of entering a field like tech, which boasts high salaries and good benefits. Many have also left behind corporate roles to work as full-time content creators or freelancers.»

L’ombra del truismo di Musk sembra perseguitare anche le forme apparentemente più ingenue di critica alla cultura tossica del lavoro. Fortunatamente, però, non è sempre così.

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Lo spirito deterministico che trasforma l’innovazione in una profezia autoavverante sta trovando resistenze e risposte anche da chi cerca di coniugare strumenti tradizionali di organizzazione dei lavoratori, come i sindacati, con le possibilità virali di piattaforme come TikTok.

Ne è un esempio la TikTok Army che, come racconta questo lungo e interessante approfondimento su Politico, rappresenta un importante tentativo dei nativi digitali di sfruttare la tecnologia per costruire un movimento di cambiamento socio-politico-culturale.

Se è vero che questo non elimina la contraddizione in termini di un attivismo che germina in un contenitore il cui funzionamento (e successo) sembrerebbe dipendere – almeno fino a prova contraria – dalla cultura lavorativa su cui si fonda, è altrettanto vero che una società digitalizzata non può prescindere dall’accompagnare le sue lotte politiche e sociali a un lavoro di profonda trasformazione dei valori che alimentano questa benamata passione per l’innovazione.


Dylarama è una newsletter settimanale gratuita, che esce ogni sabato e raccoglie una selezione di link, storie e notizie su un tema che ha a che fare con tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.



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Nata a Roma nel 1989, ma con il cuore tra le montagne. Lavora come content editor freelance, gestisce un archivio fotografico nostalgico su Instagram e collabora con diverse riviste online, tra cui Cosmopolitan e Vanity Fair.

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