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Rane bollite e barche nella tempesta66 min read

Rane bollite e barche nella tempesta

Come raccontare la crisi climatica per convincere gli indecisi

di Fabrizio Luisi

Foto di Luigi Avantaggiato

Sto guardando al telegiornale il servizio su un’alluvione. Un ragazzo, intervistato, conclude il suo commento dicendo: “Perchè io al cambiamento climatico ci credo”. Negli stessi giorni sento rappresentanti della maggioranza di governo parlare di “ecologia del buon senso” e di “realismo ambientale”, per opporsi all’adozione di misure percepite come troppo drastiche. E questo credo rappresenti una buona fotografia della situazione in cui ci troviamo. Da una parte abbiamo una verità scientifica – il cambiamento climatico – che viene inquadrata come qualcosa di così astratto che necessita di un atto di fede per essere compreso. Dall’altra abbiamo scetticismo e negazionismo che si posizionano nel perimetro del buon senso, del realismo e della ragionevolezza.

C’è una buona notizia e una cattiva notizia.

La buona notizia è questa: i sondaggi ci dicono che l’Italia è uno dei paesi con la più alta sensibilità verso il cambiamento climatico, e uno con i più bassi tassi di “disinformazione climatica¹. La cattiva notizia è che questa diffusa consapevolezza non sembra tradursi dove conta di più, e cioè nelle scelte politiche. I partiti e le correnti riconducibili all’area “ambientalista” in Italia sono più irrilevanti che mai. Come è possibile? Questa divergenza ci racconta che quasi tutti gli italiani sanno benissimo cos’è il cambiamento climatico e sanno che è un problema. Ma non ne sono preoccupati a livello viscerale ed emotivo. La notizia è arrivata forte e chiara – la definizione scolastica di cambiamento climatico è facile da capire razionalmente – ma non si è tradotta in un racconto abbastanza convincente da meritarsi alcun coinvolgimento emotivo e quindi alcun senso di urgenza. 

 ¹ Public perceptions on climate change, progetto Peritia, 2022; Pew Research Center Spring 2021 Global Attitudes Survey

Quella climatica è oggi l’unica vera crisi “esistenziale” – cioè che rappresenta una minaccia alla nostra sopravvivenza come specie – e però raramente si guadagna la prima pagina, perché c’è sempre una crisi più urgente e percepita come più minacciosa: la crisi economica, quella pandemica, quella ucraina, quella israelo-palestinese, e così via.

Perchè questo avviene? E come possiamo raccontare la crisi climatica?

Ma prima

UNA PREMESSA: È SEMPRE STATA UNA GUERRA

La narrazione della crisi climatica è un terreno di scontro tra interessi contrapposti. Chi fa profitto da un’economia basata sui combustibili fossili ha speso e spende ingenti quantità di denaro per alimentare il negazionismo climatico, nelle sue diverse forme. Ha funzionato e sta funzionando. Questa premessa è l’occasione anche per una precisazione ovvia ma importante: l’oggetto di reale contesa non è il cambiamento climatico in sé, ma la causa antropica del cambiamento climatico: cioè il fatto che è colpa nostra, di come produciamo beni ed energia, di come consumiamo, e mangiamo, e ci spostiamo, e ci riscaldiamo e ci rinfreschiamo, di come ci facciamo la guerra, e così via. È bene non illudersi: anche se il 99,9 per cento degli scienziati è convinto dell’origine antropica del cambiamento climatico, le convinzioni della comunità scientifica contano veramente poco di fronte alla potenza di fuoco delle grandi compagnie petrolifere e di tutto il sistema industriale e politico che attorno ad esse si organizza.

Le convinzioni della comunità scientifica contano veramente poco di fronte alla potenza di fuoco delle grandi compagnie petrolifere e di tutto il sistema industriale e politico che attorno ad esse si organizza.

Insomma, comprendere l’esistenza della crisi climatica e percepire come necessarie le azioni per contrastarla è difficile anche perchè ci sono soggetti potenti – individui, aziende, settori industriali con i loro rappresentanti politici – che attivamente da decenni fanno tutto ciò che è in loro potere per escludere questa possibilità dall’orizzonte politico, e prima ancora dall’immaginario collettivo. 

Il problema è che – a differenza di altre crisi – con quella climatica hanno buon gioco, poiché la crisi climatica, come dire:

È UN CASINO

Le difficoltà di raccontare la crisi climatica sono almeno due: una riguarda la natura del cambiamento climatico e una la natura di noi esseri umani.

La prima riguarda la natura complessa del cambiamento climatico come fenomeno. Questa complessità si manifesta a sua volta in due modi: da un lato, le cause del cambiamento climatico sono spesso indirette. La causa diretta dell’epidemia di Covid è un virus. Il cambiamento climatico non ha una singola causa, ma un sistema di cause interconnesse. È il risultato dell’interazione tra sistemi che a loro volta sono molto complessi: il sistema oceanico, il sistema atmosferico, il sistema dei diversi tipi di attività umane, e così via. Dall’altro lato, le conseguenze del cambiamento climatico sono non lineari e possono variare in base a fattori geografici, temporali e socio-economici. Conseguenze non lineari significa che gli effetti del cambiamento climatico non procedono in modo graduale, proporzionale e quindi prevedibile, ma con variazioni improvvise, sproporzionate e imprevedibili. Un esempio tipico è quello della pioggia in città. I primi centimetri di pioggia di solito non causano danni poiché le infrastrutture esistenti, come i sistemi di drenaggio, sono progettate per gestire tale quantità di pioggia. Tuttavia, man mano che la quantità di pioggia aumenta si arriva ad un punto in cui una piccola quantità di pioggia in più supera la capacità delle infrastrutture di drenaggio e causa inondazioni. Si passa da nessun danno se l’acqua si ferma a un centimetro sotto la porta d’ingresso di casa tua, a decine di migliaia di euro di danni se l’acqua sale di un altro centimetro e ti allaga la casa. Insomma il cambiamento climatico è un sistema dinamico complesso e non lineare.

Per capire perché questo è un problema, arriviamo al secondo motivo per cui abbiamo difficoltà a raccontare la crisi climatica, che riguarda la nostra natura come esseri umani.

Ci sono almeno tre limiti con cui dobbiamo fare i conti.

Il primo è che ragioniamo per causalità dirette. Siamo abituati a leggere il mondo in termini di: qualcuno fa qualcosa e produce una conseguenza. Organizzare la realtà in una rete di relazioni causa-effetto ci permette di raccontarci come agenti del cambiamento: la mia azione produce un effetto. La sensazione di agency individuale – cioè la capacità di poter produrre un effetto sul nostro mondo attraverso le nostre azioni –  è un fondamento del nostro benessere psichico e della nostra nostra capacità di agire. Specularmente, l’altra conseguenza di leggere la realtà come relazione diretta di causa-effetto è che, se accade qualcosa, è sempre colpa o merito di qualcuno o qualcosa di specifico. Ancora una volta, la possibilità di “prendercela” con qualcuno di ben definito ci offre la possibilità di agire contro questo qualcuno. 

Il secondo limite cognitivo insito nella nostra natura è che ragioniamo localmente e a breve termine ². È il ragionamento a breve termine che ci garantisce la sopravvivenza. Causalità diretta e ragionamento a breve termine hanno un fondamento che è prima di tutto il corpo, che è l’origine della cognizione. In altre parole: il nostro corpo è in grado di produrre e di osservare solo effetti diretti, vicini e a breve termine: ho sete, allungo il braccio, prendo un bicchiere, lo riempio di acqua, porto il bicchiere alla bocca, bevo l’acqua, non ho più sete. 

² Si veda il famoso esperimento dei marshmellow del socio-cognitivista Walter Mischel

Questo è il nostro mondo cognitivo. Certo, siamo in grado di fare molto di più. Ma come hanno dimostrato tra gli altri Kahnemann e Lakoff, ogni astrazione di cui siamo capaci non è altro che una riproposizione e una rielaborazione di questi semplici meccanismi.

È il ragionamento a breve termine che ci garantisce la sopravvivenza. Causalità diretta e ragionamento a breve termine hanno un fondamento che è prima di tutto il corpo, che è l’origine della cognizione.

E sì, abbiamo anche la capacità di ragionare a lungo termine ma – come avrà sperimentato chiunque di noi si sia cimentato con diete, abbonamenti alla palestra o piani di risparmio –  è una facoltà che usiamo solo quando strettamente necessario e che ci costa molta energia. E quindi: cos’è che consideriamo come strettamente necessario alla nostra sopravvivenza?  

Ci arriviamo introducendo il terzo limite. E cioè che il nostro sistema cognitivo, il nostro pensiero razionale, non si è evoluto per cercare la verità, ma per assicurarci un posto nel mondo. Dove per mondo intendiamo prima di tutto una rete di relazioni. Una lunga serie di studiosi che vanno da Darwin a Dunbar, da Blaffer Hrdy a Tomasello, a Hare, fino al recente “The Enigma of Reason” di Mercier e Sperber, hanno dimostrato che prima di ogni altra qualità, noi umani siamo creature sociali. E il ragionamento è prima di tutto un’abilità sociale, uno strumento che abbiamo sviluppato per ottimizzare la nostra interazione sociale: per esempio nel persuadere gli altri, per interpretarne le reazioni, per capire cosa dire a chi, quando e come.  Non abbiamo evoluto la “razionalità” per conquistare una visione “obiettiva” del mondo, ma per sviluppare una socialità efficace. Questo ci ha reso gli animali socialmente più complessi del Pianeta. Sembra inoltre che siano state proprio le superiori capacità sociali dell’Homo sapiens a decretarne la superiorità sull’uomo di Neanderthal (si veda il lavoro di Boehm, Henrich e Dunbar) 

Insomma siamo progettati per perseguire ciò che offre una ricompensa sociale elevata. Il requisito più importante per la nostra sopravvivenza è sentirci parte di un’affidabile rete di relazioni. Questo significa che un racconto convincente è prima di tutto un racconto che offre un vantaggio sociale, cioè che aiuta gli individui a posizionarsi in modo vantaggioso nella loro rete sociale. Il fatto che sia inoppugnabile e basato sui fatti e sulla scienza è secondario. E però le due cose non sono in contraddizione: in molte comunità l’atto di fondare le proprie affermazioni su dati e ricerche scientifiche offre una credibilità sociale superiore ad altri racconti. Ma è bene capire cosa viene prima e cosa dopo: l’esibizione di dati e “fatti” è funzionale e subordinata al posizionamento sociale e non viceversa. 

Ricapitolando: per sopravvivere abbiamo bisogno di essere in relazione, con il mondo e con gli altri esseri umani.

Per essere in relazione con il mondo ho bisogno di pensarmi come agente attivo, in grado di influenzare il mondo, e questo è possibile solo se agisco all’interno di causalità dirette e ragionamenti a breve termine.

Inoltre, per essere in relazione con gli altri esseri umani ho bisogno di posizionarmi il più possibile al centro e al vertice di questa rete di relazioni, in modo da assicurarmi contro l’isolamento che coinciderebbe molto probabilmente con la morte.

E infatti, intendiamoci, questi che ho elencato li chiamo limiti perché lo sono da questo specifico punto di vista, ma in realtà sono stati vantaggi evolutivi che ci hanno permesso di prosperare come specie negli ultimi trecentomila anni. 

Detto questo, proviamo a capire 

COME AGGIRARE QUESTI LIMITI

Per inquadrare la crisi climatica in una relazione diretta causa-effetto sto osservando almeno due azioni che trovo efficaci. Da anni, c’è stato uno sforzo concertato tra attivisti e giornalisti specializzati per far sì che i media mainstream menzionino il “cambiamento climatico” nella loro copertura delle catastrofi meteorologiche estreme: non è mal tempo, è cambiamento climatico. Un primo passo importante è stato quindi veder affiorare nel giornalismo generalista la formula del tipo “alluvione effetto anche del cambiamento climatico”. Quindi il cambiamento climatico come causa di eventi catastrofici i cui effetti sono per noi molto visibili e diretti. Purtroppo questo non è minimamente abbastanza. Perché non produce un racconto comprensibile, e questo perché il cambiamento climatico non è un soggetto comprensibile. 

Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors.
Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors.

Per completare il racconto è necessario che giornalisti e meteorologi facciano un passo in più: quando scrivono di fenomeni meteorologici disastrosi che sono “collegati al cambiamento climatico”, sarebbe molto più efficace includere anche le cause principali del cambiamento climatico: per esempio i combustibili fossili, la deforestazione e l’agricoltura industriale. Alcune testate già adottano questa pratica ³. Facciamone una pratica diffusa: ogni volta che citiamo il cambiamento climatico, aggiungiamo per esempio “causato dall’uso di combustibili fossili”.

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³ Reuters ha citato i combustibili fossili come causa principale del cambiamento climatico nella sua copertura sugli incendi nelle Hawaii nell’agosto 2023.

È importante rimanere semplici, e scegliere solo le cause principali: non solo per rimanere leggibili, ma anche per trasmettere un senso di proporzione e di priorità. Dire che il cambiamento climatico “ha tante cause”, purtroppo a livello cognitivo è come dire che non ha nessuna causa. Cominciamo a citare quelle principali per farle esistere, e lasciamo le altre ad approfondimenti successivi.

Ogni volta che citiamo il cambiamento climatico, aggiungiamo per esempio “causato dall’uso di combustibili fossili”. È importante rimanere semplici, e scegliere solo le cause principali: non solo per rimanere leggibili, ma anche per trasmettere un senso di proporzione e di priorità.

Una pratica come questa è una piccola cosa, ma cognitivamente ha un certo impatto. Perché quando le storie sulle catastrofi meteorologiche alimentate dal clima non menzionano le cause effettive del cambiamento climatico, finiscono per lasciarci con pochissime informazioni su cosa si può effettivamente fare per risolvere il problema. È uno dei motivi per cui tanti di noi provano un senso di impotenza che poi – per nostra sanità mentale – sublimiamo in indifferenza.

Quando invece un problema viene attribuito a cause dirette, la preoccupazione diventa rabbia, speranza, progettualità, azione. 

È quello che stanno facendo alcuni gruppi di attivisti quando manifestano mostrando su  cartelli i volti e i nomi degli amministratori delegati di Exxon, Shell, Chevron, British Petroleum ecc… In questo modo stanno personalizzando lo scontro: offrono cause dirette incarnate da singoli individui, che io posso ritenere direttamente responsabili. In questo modo il cambiamento climatico mi si offre in un racconto comprensibile: la distruzione del mio raccolto è stato causato da quelle persone lì.

Insomma, enunciare sistematicamente le cause principali e personalizzare il conflitto sono due strategie efficaci per inquadrare la crisi climatica in una relazione di causalità diretta.

Ma c’è un altro aspetto da considerare: a nessuno piace sentirsi dire cosa fare. Limitarci semplicemente a obbedire ci fa sentire, ancora una volta, impotenti, insignificanti, privi di agency. Per questo è fondamentale includere le persone nei processi decisionali. È una dinamica che sono sicuro tutti abbiamo sperimentato almeno una volta – che sia in una coppia, in un gruppo di amici o sul posto di lavoro: siamo naturalmente inclini a opporci a un progetto che ci riguarda ma dalla cui decisione siamo stati esclusi. Se invece sento di aver preso parte alla decisione – o anche solo mi è stato chiesto un consiglio – ecco che mi sento anche io responsabile di quel processo, e lo difenderò in ogni sede. 

L’altro limite è il nostro ragionare in un tempo breve e in uno spazio vicino.

Il nostro immaginario è ormai densamente popolato di scenari apocalittici e post-apocalittici: da Matrix ad Armageddon, da 2012 a Independence Day, e poi Hunger Games, The Walking Dead, e tutti i derivati… Siamo ormai pronti per un apocalisse rapida, visibile, diretta. Il problema è che la crisi climatica è sì una crisi esistenziale, ma non è un meteorite, non sono gli alieni, non è un virus che ci trasforma in zombi. E un’apocalisse lenta, invisibile, indiretta, vaga, lontana, dissolta e frammentata nel tempo e nello spazio. È un’apocalisse a lungo termine. Il problema è che la nostra percezione è ottimizzata per rilevare cambiamenti veloci nell’ambiente circostante, piuttosto che cambiamenti lenti che si verificano nel corso di decenni o secoli. Ma non è solo il tempo il problema, ogni scala con cui misuriamo il cambiamento climatico è poco familiare. Pensiamo allo sforzo immane che ci è richiesto nell’immaginare che l’innalzamento di uno o due gradi della temperatura globale possa rappresentare un problema. Non è solo un concetto poco familiare, è totalmente contro intuitivo, cioè va contro la nostra esperienza diretta del mondo: se la temperatura dell’aria quando sono all’aperto o dell’acqua quando mi faccio una doccia si alzasse di due gradi, non mi farebbe letteralmente nè caldo nè freddo. Perchè per il pianeta dovrebbe essere diverso?  Lakoff ci insegna che non importa quanto è astratto un concetto, noi lo leggeremo sempre attraverso analogie e metafore a noi familiari: a partire dal nostro corpo e dai suoi bisogni, per arrivare alla nostra famiglia e al massimo alla nostra tribù. E quindi per esempio nelle nostre narrazioni interpretiamo lo Stato come un corpo (è sano, è malato) come un cibo (è marcio, è corrotto), come una famiglia (un padre o una madre che ci detta le regole e a cui chiedere aiuto) o una tribù (contro altre tribù percepite come diverse).

Qui sono almeno due le strategie che possiamo adottare.

Primo: raccontare la crisi climatica come qualcosa che sta accadendo ora, adesso. Non solo. Disegnare attorno all’oggi una finestra d’azione dirimente. Quello che facciamo in questi anni, mesi, giorni fa la differenza. Questo conferisce agency alle persone. Per provocare un cambiamento serve il coinvolgimento delle persone, e il primo passo per sentirmi coinvolto è sentire che ho potuto partecipare, che la mia azione può produrre una conseguenza qui e ora. Ribaltiamo in senso positivo la non linearità del cambiamento climatico: quando inquiniamo non possiamo prevedere del tutto la gravità degli effetti che stiamo innescando, ma allo stesso modo quando compiamo azioni di contrasto al cambiamento climatico, magari stiamo generando effetti molto più positivi di quello che possiamo immaginare.

E poi è necessario collegare il cambiamento climatico alle altre crisi, che saranno per loro natura sempre più visibili e più urgenti. Ed è necessario farlo sia in quanto problema che in quanto soluzioni. Prima di tutto, non dobbiamo farci prendere da una frustrazione del tipo “ecco qua, e anche oggi di crisi climatica si parla domani”, non dobbiamo vivere le altre crisi come un ostacolo ma come un’opportunità. Per esempio inquadrando il cambiamento climatico come un “moltiplicatore di crisi”. Scoppia una guerra? Ecco come il cambiamento climatico causato dall’industria fossile la renderà infinitamente peggiore. C’è una crisi economica? Ecco come il cambiamento climatico causato dall’industria fossile la renderà infinitamente peggiore. E così via. Ma questo vale anche quando – con un po’ di furbizia – parliamo di soluzioni. Nel senso che possiamo contribuire a risolvere la crisi climatica proprio risolvendo le altre crisi. C’è una pandemia globale, dobbiamo chiuderci in casa, scopriamo il lavoro da remoto, la rendiamo una pratica diffusa da cui non si torna più indietro e che contribuisce ad abbattere le emissioni. C’è una crisi economica, lo Stato fa un piano di investimenti per creare nuovi posti di lavoro ma lo fa creando infrastrutture e investendo in ricerca finalizzata all’adozione di energie rinnovabili, all’efficientamento energetico degli edifici, e così via.

Per quanto riguarda il terzo limite, si tratta di rendere socialmente desiderabile l’adozione di soluzioni sostenibili. Hai detto niente. Qui c’è un intero immaginario da trasformare, ma da qualche parte dobbiamo pur iniziare. Sì, perché l’immaginario inquinante e climalterante è figo, l’immaginario “green” e sostenibile è da sfigati. Per dirne una: l’auto grossa è assertiva, mascolina, proietta potere, offre un senso di protezione; mentre la bici è fragile, precaria, non può portare nessun altro, è un mezzo da poveri. Fa impressione osservare l’assoluta arbitrarietà di queste correlazioni: auto e bici sono semplicemente due oggetti, che però incarnano dei racconti estremamente radicati nel nostro immaginario, costruito a colpi di romanzi, film, serie, pubblicità, telegiornali, celebrità e influencer. Ma una trasformazione è possibile. Per esempio Tesla, l’azienda di auto elettriche, ci è riuscita: ha trasformato un oggetto percepito come da geek o da perdenti – l’auto elettrica –  in uno status symbol: un oggetto che conferisce un vantaggio sociale. Accertato che le auto elettriche difficilmente rappresentano una soluzione, dovremmo però imparare dall’impresa che ha compiuto Tesla in termini di trasformazione dell’immaginario.

Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors
Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors

Alla fine di questa prima carrellata qualcuno obietterà: “Ma così stiamo semplificando la complessità della crisi climatica!” Sì, stiamo semplificando la complessità della crisi climatica. Come se potessi decidere di non farlo! Noi semplifichiamo la realtà in ogni istante della nostra esperienza. 

Il punto è: come scegliamo di semplificare? Che tipo di racconto vogliamo che prevalga? E quindi

COME VIENE RACCONTATA OGGI LA CRISI CLIMATICA?

Cominciamo dalle parole usate per chiamare questo fenomeno. Dagli anni Ottanta in avanti il termine più diffuso era “riscaldamento globale”.  L’Organizzazione mondiale delle meteorologia (OMM) e il Pannello Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) hanno preferito usare il termine “cambiamento climatico” per riflettere meglio l’ampia gamma di cambiamenti osservati nei modelli climatici. Ma “riscaldamente globale” continuava ad essere la formula più diffusa perché più efficace ed evocativa. E questo, per qualcuno, era un problema. Nei primi anni 2000 Frank Luntz, consulente di Bush, suggerì di adottare in ogni comunicazione il più innocuo e meno minaccioso “cambiamento climatico”. Obiettivo: non disturbare lo stile di vita della “classe media americana” e il modello industriale sottostante. Operazione riuscita. 

Successivamente alcuni scienziati hanno provato ad evolvere il termine in “cambiamento climatico globale” per recuperare la dimensione globale del fenomeno, ma senza grande successo. Oggi molti scienziati adottano una formula precedentemente riservata agli attivisti, riferendosi alla “crisi” o “emergenza climatica”. 

Questi cambiamenti lessicali riflettono una doppia consapevolezza: da una parte quella delle lobby industriali consapevoli che le parole fanno la differenza e influenzano le politiche (i conservatori americani sono sempre stati avanti anni luce su questo terreno) e dall’altra la consapevolezza di una sempre maggiore urgenza del problema tra scienziati, attivisti e giornalisti specializzati. Ma questi tentativi riflettono un senso di disperazione nel registrare il fatto che questa urgenza non venga davvero capita. Sappiamo quanto le parole siano importanti, perché evocano analogie, metafore, frame, racconti, che si attivano in modo automatico in modo inconscio, informano la nostra lettura del mondo e orientano le nostre azioni. Purtroppo questi termini sono molto opachi, non richiamano alcun racconto familiare, e quindi si rivelano inefficaci.

Ecco che allora ci affidiamo ad analogie e metafore. Vediamone alcune tra quelle più diffuse.

Il Pianeta Malato:

in questa metafora corporea la Terra è raccontata come un paziente malato e sofferente, e il cambiamento climatico come una malattia che necessita di una cura urgente e radicale. Come tutte le metafore corporee (“primarie” direbbe Lakoff) è molto comprensibile, ma esprime un racconto che ottiene l’effetto contrario di quanto auspicato: a rischiare la “vita” è il pianeta, mica io. Sì, certo, dovremmo salvare i panda, ma se il panda si estingue la mia vita va avanti lo stesso come prima. E quindi non faccio nulla. Per questo si tende ora a mettere l’accento sul fatto che ad essere a rischio non è certo il pianeta – che sta benissimo anche con un’atmosfera priva di ossigeno – ma la specie umana.

Il Pianeta come casa che lasciamo in eredità:

questo frame sottolinea la responsabilità che abbiamo verso le generazioni future di lasciare loro un pianeta abitabile, di cui siamo ospiti e non proprietari. Il problema di questa metafora è che, come abbiamo già visto, non siamo molto in grado di ragionare a lungo termine. Inoltre presuppone un senso diffuso di cura verso un bene collettivo che usiamo temporaneamente. A ricordarci che non è così bastano i disperati cartelli appesi in ogni bagno pubblico del tipo “Trovare pulito è un piacere, lasciare pulito è un dovere”.

La Bomba ad orologeria:

questa metafora è usata per enfatizzare l’urgenza e l’inevitabilità degli impatti del cambiamento climatico se non si agisce tempestivamente. il problema di questo frame è che promette un evento letteralmente esplosivo che sappiamo non potrà mai verificarsi: ci saranno disastri asincroni e sparsi in diverse parti del mondo, ma senza l’istantanea efficacia drammatica di un’esplosione.

La Rana nella Pentola:

In senso opposto alla Bomba, la Rana nella Pentola racconta il cambiamento climatico come lento e impercettibile, e si riferisce all’idea che, come una rana non percepisce l’aumento graduale della temperatura dell’acqua fino a quando non è troppo tardi, anche gli esseri umani potrebbero non notare i cambiamenti climatici fino a quando non si manifestano in modo catastrofico e irreversibile.

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La Nave che affonda o Barca nella tempesta:

usata per illustrare il destino condiviso dell’umanità di fronte al cambiamento climatico – “siamo tutti sulla stessa barca” – suggerendo che tutti sono a bordo della stessa nave (la Terra) che sta affrontando una tempesta (il cambiamento climatico).

La Giustizia Climatica:

in opposizione alla metafora della “nave che affonda”, questo racconto pone l’accento su come il cambiamento climatico impatti in modo molto diverso e sproporzionato su Nord e Sud del mondo. La barca non è una ma sono tante, e spesso chi ha inquinato meno ora subisce le conseguenze più devastanti: da qui il senso di ingiustizia e l’invito a far sì che l’azione climatica debba includere considerazioni di equità e giustizia sociale.

Il Dado che viene lanciato:

una variante della metafora dell’Apprendista Stregone, usata per raccontare l’incertezza e i rischi crescenti associati alle attività dannose per il clima, suggerendo che stiamo innescando processi che non possiamo prevedere, stiamo giocando a dadi con il futuro della nostra specie sul Pianeta.

L’Edificio in Fiamme:

questa metafora enfatizza l’urgenza che richiede azioni rapide e decisive. Analogamente a un incendio, la crisi climatica presenta danni più visibili e altri meno evidenti e più strutturali, e richiede un impegno collettivo per il suo contrasto. Come un incendio espone le disuguaglianze: chi è più ricco è assicurato, magari ha un’altra casa, ha soldi per ricostruirla, chi è più povero si trova senza casa. Come un incendio la crisi climatica può raggiungere un punto di non ritorno se non affrontata in tempo, e allo stesso tempo sottolineando l’importanza di strategie a lungo termine per costruire edifici che possano resistere agli incendi.

Queste metafore vengono usate per descrivere il problema, ma anche per descrivere le soluzioni l’esigenza è la stessa. Vediamo alcuni esempi.

La Guerra contro il Cambiamento Climatico:

questo frame utilizza il linguaggio e le immagini della guerra per descrivere la lotta contro il cambiamento climatico, suggerendo un’azione collettiva e coordinata.

I Salvatori:

opposto al frame bellico che invita a una mobilitazione collettiva, questo frame affida la risoluzione del problema e la salvezza dell’umanità a un élite di superuomini, un gruppo di geniali miliardari che ci salveranno con le loro tecnologie, con le loro aziende, con il loro patrimonio.

L’Opportunità Economica:

concentrandosi sui benefici economici dell’azione climatica, come la creazione di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, questo approccio inquadra le azioni di contrasto al cambiamento climatico non come come azioni etiche, ma come azioni utilitaristiche: lo faccio perché è nel mio personale interesse trovare lavoro e guadagnare dei soldi.

L’Edificio in Costruzione:

la metafora dell’edificio in costruzione simboleggia un approccio speranzoso e proattivo nella lotta alla crisi climatica, enfatizzando la pianificazione strategica, la collaborazione, l’innovazione e l’adattabilità. Come la costruzione di un edificio richiede un lavoro di squadra tra vari professionisti, la crisi climatica necessita di un’azione coordinata tra governi, aziende, comunità e individui. La costruzione di un edificio è un processo graduale e cumulativo, che riflette come ogni piccolo passo nella lotta alla crisi climatica contribuisca a cambiamenti più ampi e significativi. La solidità e la sostenibilità di un edificio ben costruito simboleggiano la necessità di creare sistemi resilienti per affrontare le sfide future, inclusi gli impatti climatici. Inoltre, la costruzione di un edificio implica una gerarchia di interventi: gettare fondamenta solide ha un peso maggiore che imbiancare le pareti. Allo stesso modo smettere di usare combustibili fossili incide di più che smettere di mangiare avocado. Mi sbilancio: è una delle mie metafore preferite. Magari pensare a un edificio in costruzione risulterà sgradito a chi è preoccupato da cementificazione e consumo di suolo, ma risulterà piacevolmente “poco ambientalista” per le persone che alla fine sono quelle ancora da convincere. Il problema di questa metafora? La costruzione di un edificio mette molta poca urgenza, e in Italia non lascia ben sperare.

Insomma siamo tutti rane in pentole di diverse dimensioni e a vari gradi di ebollizione dentro edifici in fiamme a loro volta dentro tempeste a volte di fuoco a volte di acqua e questi incendi non basta spegnerli ma bisogna anche ricostruire gli edifici in modo che resistano agli incendi ma l’intensità e la frequenza di queste tempeste sono sempre meno prevedibili ed è anche sempre meno prevedibile quello che possiamo fare noi per abbassare la temperatura dell’acqua e nel frattempo c’è qualcuno che non pensa agli incendi ma prova ad uscire dalla pentola per andare su Marte ma di solito è molto ricco e pensa solo a se stesso e ai suoi amici. Facile no?

Luigi Avantaggiato, da VANISHING GLACIERS: THE FORNI VALLEY
Luigi Avantaggiato, da VANISHING GLACIERS: THE FORNI VALLEY

Ora, tutti questi racconti sono attraversati da due approcci opposti, che possiamo sintetizzare così: da una parte chi considera come unica via sostenibile per l’umanità il vivere in armonia con i limiti naturali del pianeta, adottando stili di vita più sobri e rispettosi dell’ambiente. Dall’altra chi crede nella capacità dell’umanità di risolvere i problemi ambientali attraverso l’innovazione tecnologica. C’è chi fa terrorismo sul problema perchè altrimenti nessuno si muove, e chi ogni giorno condivide l’ultima invenzione in grado di vaporizzare la plastica, risucchiare la CO2, ricavare energia dalle persone che ballano in discoteca. Li possiamo chiamare Apocalittici contro Soluzionisti, o Profeti contro Maghi, come li chiama Charles C. Mann ⁴. E poi ci sono le persone rispettabili – cioè chiunque abbia una minima contezza del problema – che dicono che bisogna fare entrambe le cose. E qui sta il problema. 

⁴ The Wizard and the Prophet: Two Remarkable Scientists and Their Dueling Visions to Shape Tomorrow's World (2018)o 2023.

Il problema è che tutti questi racconti parlano sempre a queste persone: a quelli che riconoscono l’esistenza del cambiamento climatico, e che sono già convinti che qualcosa vada fatto. E tutti gli altri? 

Che poi questi “altri”: chi sono? In altre parole

COS'È LO SCETTICISMO CLIMATICO?

Lo scetticismo climatico è un atteggiamento che varia dal dubbio alla negazione completa riguardo all’esistenza, alle cause e alla gravità del cambiamento climatico. Ci sono quindi i negazionisti, cioè chi nega l’esistenza del cambiamento climatico nonostante l’abbondante evidenza scientifica. Ci sono gli pseudo-climatologi, che riconoscono che il clima sta cambiando ma contestano il ruolo predominante dell’attività umana nel causarlo e attribuiscono i cambiamenti a fattori naturali come l’attività solare o i cicli climatici. Ci sono i minimizzatori, che ammettono sia l’esistenza del cambiamento climatico sia un certo grado di impatto umano, ma minimizzano la gravità delle sue conseguenze o l’urgenza di interventi per contrastarlo, sostenendo che gli effetti potrebbero essere meno severi di quanto previsto o che l’adattamento sia una risposta più fattibile rispetto alla mitigazione. Ci sono poi i benaltristi, che, per quanto possano riconoscere l’esistenza del problema e delle sue cause, sono convinti che gli sforzi dell’umanità debbano essere impiegati per risolvere ben altri problemi, molto più gravi e molto più urgenti. Nell’intersezione tra negazionisti e pseudo-climatologi possiamo trovare i complottisti, secondo i quali le azioni per il contrasto al cambiamento climatico sono un’operazione di distrazione di massa o l’attuazione di un piano segreto portato avanti dall’elite globale che può avere di volta in volta gli obiettivi più diversi: sterilizzare la maggioranza dell’umanità, privare le persone delle loro libertà personali, distruggere la classe media e lo stile di vita occidentale, asservire l’umanità al sistema bancario, demascolinizzare l’uomo contemporaneo ecc… Merita menzione una particolare categoria di complottismo che è stata definita “cospiritualismo”, cioè quella saldatura fra seguaci di discipline spirituali (dallo Yoga agli esoterismi di diversa origine) e il cospirazionismo. 

C’è inoltre un particolare tipo di benaltrismo che è ampiamente diffuso: il neomalthusianesimo o antinatalismo, che si rifà all’economista inglese Thomas Malthus, o all’Agente Smith di Matrix, o a Thanos del Marvel Cinematic Universe – ognuno si scelga i riferimenti che vuole –  ma la sostanza è: l’umanità è un virus, siamo troppi sulla Terra, il vero problema è questo e soltanto questo, e quindi l’unica soluzione è smettere di fare figli. Ricordo che i presupposti di questa ideologia sono stati ampiamente smentiti: cito per esempio “Il pianeta vuoto” (2019) in cui Bricker e Ibbitson raccontano come il mondo stia in realtà affrontando un calo demografico potenzialmente molto problematico per l’economia globale, l’ambiente e gli equilibri geopolitici.  Inoltre, il fatto che i posti dove si fanno più figli si trovino nel cosiddetto “Sud del mondo”, implica che questa posizione abbia spesso un retrogusto nel migliore dei casi paternalista, nel peggiore dei casi razzista e coloniale, sfociando in una forma di eco-fascismo, o, se vogliamo essere più scientifici, eco-autoritarismo. Che significa affrontare i problemi ecologici attraverso soluzioni autoritarie, passando sopra ai problemi sociali (tipicamente i bisogni dei più deboli).

Lo scetticismo climatico può essere influenzato da diversi fattori: ideologie politiche che ne fanno un tratto identitario, interessi economici (soprattutto quelli legati all’industria dei combustibili fossili) e percezioni pubbliche della scienza e dei suoi metodi. 

Bene. Cioè, male. Il punto è: tutte queste persone 

COME LE CONVINCIAMO?

Non per gettare subito la spugna ma: cambiare idea è difficile. Per minimizzare il dispendio di energia, il nostro cervello tende a massimizzare la coerenza cognitivo-emozionale: la nostra mente spesso rifiuta o esclude dalla coscienza idee che sono in contrasto con la nostra visione del mondo. 

Come spiega David McRaney nel suo libro “Come si cambia idea”, dobbiamo tenere conto di diversi fattori, tra i quali: 

I pregiudizi di conferma (confirmation bias): cerchiamo, troviamo e selezioniamo le informazioni che confermano le nostre credenze, ignorando quelle che le contraddicono.

L’effetto ritorno di fiamma (backfire effect): quando ci vengono sbattute in faccia informazioni contrarie alle nostre convinzioni, non solo le respingiamo, ma ci aggrappiamo ancora di più alle nostre credenze originali.

L’influenza del gruppo: le reti di relazioni sono governate da norme sociali che modellano e cambiano le nostre opinioni. A cosa mi serve sapere la verità se poi vengo cacciato dalla tribù e muoio di fame?

La narrazione personale: le nostre convinzioni sono organiche al racconto che è espressione della mia identità. Non rinuncerò mai a un’idea, e non ne adotterò una nuova, se questo implica mettere in discussione la mia identità. Per questo siamo molto più inclini a cambiare idea se possiamo inserire le nuove informazioni in una storia coerente con la nostra attuale identità.

Insomma pensare di far cambiare idea alle persone tirandogli addosso dati e report come fossero pugni in faccia vuol dire non sapere come funziona la mente umana. E questa è la sfida. Quali racconti possiamo dispiegare in grado di convincere gli scettici ma senza mettere in discussione la loro identità?

A questo proposito, mi sembra corretto partire da una domanda che penso nessuno al mondo si sia mai posto, che è

Cosa suggeriscono le Nazioni Unite?

Perché sì, gli esperti delle Nazioni Unite sono ben consapevoli del problema che a quasi nessuna frega nulla di COP, di IPCC, e di tutti gli altri incomprensibili acronimi che popolano il lessico climatico. 

“Racconta una storia – rendila concreta”, suggeriscono, e aggiungono: “Presentare solo dati può intorpidire il pubblico. Rendi la comunicazione accessibile, locale e personale” E poi danno un consiglio che fa tenerezza: “Non è nemmeno necessario iniziare con la parola ‘clima’, ma comincia con un tema riconoscibile e importante per il tuo pubblico”

Le altre indicazioni sono molto lucide, e in esse ritroviamo alcune delle cose che ci siamo detti fin qui. Riassumendo, nel comunicare il cambiamento climatico le Nazioni Unite consigliano di dare potere all’azione individuale, quindi dare alle persone un senso di agency; di parlarne non solo in termini di scienza ma soprattutto di giustizia; di non relegare al ruolo di vittime i Paesi e le fasce di popolazione più colpite, ma di raccontarli anche come soggetti attivi del cambiamento; di trasmettere un senso di urgenza; di concentrarsi sulle opportunità positive, sui vantaggi concreti e personali nella vita quotidiana.

Sono ottimi suggerimenti, che però spesso sono più utili a creare un racconto corretto piuttosto che un racconto davvero convincente.

C’è però un’ultima indicazione che ho trovato interessante perché si avvicina più di altri all’obiettivo che ci siamo dati poco sopra: convincere gli scettici senza comprometterne l’identità. Gli esperti delle Nazioni Uniti dicono di “legare il tema del cambiamento climatico a valori condivisi come famiglia, natura, comunità e religione”, specificando che “Sicurezza e stabilità – cioè proteggere ciò che abbiamo – sono stati anche ritenuti frames altamente efficaci per creare un senso di urgenza”. Stanno parlando di un ambientalismo conservatore.

Uno dei problemi centrali è che le forze che vogliono mantenere lo status quo sono riuscite nei decenni a posizionare lo scetticismo climatico come il racconto dominante non solo dell’estrema destra, ma di tutta l’area conservatrice: dalla destra liberale e libertaria, alla destra autoritaria. E quindi lo scetticismo climatico è diventato una parte fondamentale dell’identità politica di tutte le persone che non si riconoscono in valori progressisti o “di sinistra”. Per questo è così difficile convincerli. Ed è su questa saldatura che bisogna intervenire. Come abbiamo visto è poco utile immaginare di sradicare completamente l’identità politica di una persona. Quindi, come facciamo a convincere molte persone di mentalità conservatrice che contrastare la crisi climatica non mette in discussione la loro identità politica?

Come ci insegnano semiotica e neuroscienze: noi leggiamo la realtà in modo conflittuale, quindi non possiamo trasformare l’immaginario ricomponendo i conflitti, ma riorganizzandoli. Per esempio, per escludere lo scetticismo dalla discussione e dall’immaginario, dobbiamo spostare il perimetro del conflitto. La lotta contro la crisi climatica dovrebbe essere resa inevitabile e ovvia, al di là delle posizioni politiche tradizionali. Questo può avvenire solo se riusciamo a spostare il conflitto da un livello di ambientalismo contro scetticismo a un livello di ambientalismo di sinistra contro ambientalismo di destra. Inoltre, all’interno di queste categorie, è possibile aprire uno spazio per conflitti ancora più specifici: l’ambientalismo conservatore, liberale, progressista, radicale, e così via. Moltiplicare e dare spazio a queste conflittualità non indebolirebbe affatto la causa ambientalista, anzi: uno scontro anche duro rispetto a quali azioni sono da compiere per contrastare la crisi climatica avrebbe la capacità di riempire tutto lo spazio del dibattito e quindi di escludere dal perimetro dell’accettabile le posizioni scettiche e negazioniste.

Ora, l’ambientalismo progressista e quello radicale sono abbastanza visibili nel discorso pubblico. Di ambientalismo di destra invece non c’è traccia. Ma poi: 

COS'È QUESTO AMBIENTALISMO DI DESTRA?

Lasciamo perdere per un attimo Hitler animalista e (forse) vegetariano. Okay, l’estrema destra europea ha una sua storia ambientalista: pensiamo per l’Italia ai Gruppi di Ricerca Ecologica e Fare Verde, due emanazioni del Movimento Sociale Italiano e in particolare di Pino Rauti. Ma è anche vero che storicamente per l’estrema destra ogni istanza ecologista è stata subordinata ad altri valori: etno-nazionalismo, militarismo, anticomunismo, securitarismo, ecc…

Vediamo invece più in dettaglio due tra i più grandi assenti: l’ambientalismo conservatore e quello liberale.

L’ambientalismo conservatore si rifà a una visione nostalgica e tradizionalista di un passato in cui le persone erano più in sintonia con la natura e le loro comunità locali. Questa nostalgia guida l’interesse per la protezione dell’ambiente.  Nel racconto ambientalista conservatore il legame con il territorio è vitale, e si dà più valore alle iniziative locali e alle soluzioni decentralizzate in opposizione a soluzioni “stataliste” o “globaliste”. L’opposizione al globalismo rientra in questa identità politica: un globalismo accusato di cancellare le radici, le differenze culturali e gli ecosistemi locali per servire gli interessi dello Stato o delle grandi multinazionali. 

Un esempio di ambientalismo di destra è stato l’Environmental Protection Agency (EPA) creata sotto la presidenza di Richard Nixon negli Stati Uniti nel 1970. L’EPA è stata istituita per affrontare le crescenti preoccupazioni ambientali, dimostrando come l’ambientalismo conservatore abbia potuto trovare una forma di espressione nell’azione di un governo di destra. 

L’ambientalismo liberale, individualista, o anarco-capitalista non esprime alcuna nostalgia ma ha un approccio che potremmo riassumere in due punti: 

Il primo: un’economia prospera crea ricchezza, e la ricchezza crea innovazione tecnologica grazie alla quale possiamo sanare i problemi ambientali.

Il secondo: la proprietà privata è l’unico mezzo efficace per prevenire l’abuso delle risorse naturali. Perché i proprietari hanno interesse a preservare il valore delle loro risorse nel lungo periodo, mentre il potere pubblico si concentra sulla ricerca di consenso immediato, e quindi sacrifica la gestione sostenibile delle risorse a favore di obiettivi a breve termine.

Salta all’occhio come, anche in questo spazio politico, campioni dell’anarco-capitalismo – come può essere un Elon Musk – si dimostrino anarco-capitalisti in tutto tranne che in senso ambientale, sposando invece posizioni scettiche.

Al contrario, Arnold Schwarzenegger, governatore della California, rappresenta una buona incarnazione contemporanea di ambientalista di destra. Per esempio già nel lontano 2013 dichiarava: “Dobbiamo dimenticare il vecchio modo di parlare di cambiamenti climatici, che schiaccia le persone, le inonda di dati, c’è un nuovo stile, più sexy, più trendy. Invece di vedere tutto nero e di dire alle persone che cosa non possono fare, dovremmo farle partecipare al nostro movimento e dire loro cosa possono fare. Io guido ancora le mie Hummer, ma ora sono tutte a idrogeno e a biocarburanti. Dobbiamo far arrivare il messaggio che possiamo condurre lo stesso stile di vita, ma con tecnologie più pulite”. Ma è indicativo il fatto che, nonostante la dimensione pubblica del personaggio, anche la sua voce non trovi particolare risalto nella conversazione pubblica.

Perchè ormai ci siamo abituati al fatto che persone tendenzialmente di destra siano scettiche o negazioniste. Ma non è affatto ovvio che sia così. È frutto di un lavoro politico e narrativo che è stato portato avanti in modo deliberato, e che con altrettanto impegno può essere contrastato, invertito e trasformato. 

I diversi tipi di ambientalismi esprimono un altro tipico dilemma che riguarda le soluzioni e quindi anche i racconti della crisi climatica, ed è quello tra il grande e il piccolo, il collettivo e l’individuale. Ovviamente servono entrambi, ma che forma dovrebbero avere questi racconti? Mi limito a due brevi riflessioni. Cominciamo con i “grandi racconti” e con una domanda. La crisi climatica è un evento senza precedenti nella storia umana ma sono esistiti in passato grandi racconti paragonabili per scala e per urgenza all’impresa del contrasto alla crisi climatica? 

Me ne vengono in mente solo due nel recente passato: la corsa agli armamenti nucleari e soprattutto il suo virtuoso equivalente:

LA CORSA ALLO SPAZIO

Sulla carta, la corsa allo spazio e il contrasto alla crisi climatica potrebbero avere molto in comune, o meglio: la prima può offrire qualche spunto utile per raccontare il secondo.

In entrambi i casi, l’oggetto “da conquistare” è astratto, poco familiare, poco comprensibile, con un impatto sulla quotidianità percepito come scarso o nullo. E allora in che modo, nella seconda metà del Novecento, per vent’anni gran parte del mondo si è appassionato a questa impresa? Prima di tutto, al centro c’era ancora una volta un conflitto, una competizione. Dire a qualcuno che è molto importante raggiungere un traguardo non serve granchè a convincerlo. Ma digli che chi raggiungerà per primo il traguardo sarà il vincitore e lo vedrai scattare. In altre parole: capire in che misura sia importante esplorare lo spazio è molto difficile, mentre sapete qual è una cosa che tutti ma proprio tutti capiscono? Che vincere è meglio di perdere. E quindi la competizione fra le due superpotenze ha sì diviso il mondo in tifoserie, ma in questo modo ha anche coinvolto milioni di persone, la cui passione ha reso la corsa allo spazio una priorità nell’agenda politica. E certo, anche nella corsa allo spazio c’erano scettici, benaltristi e negazionisti, ma erano relegati ai margini della conversazione proprio perché tutta l’arena del conflitto era occupata dalla competizione tra le due squadre. Questo conflitto ha saputo generare un’epica, fatta di grandi personaggi, citazioni memorabili, vittorie, sconfitte, sorpassi improvvisi, ribaltamenti e colpi di scena. E alla fine della partita una stretta di mano tra avversari, con la missione Apollo-Soyuz del 1975.

Come è avvenuto con la corsa alla spazio, anche nel contrasto alla crisi climatica serve un un conflitto, una competizione, servono i Gagarin, gli Armstrong e gli Aldrin, servono gli Sputnik e servono i discorsi di Kennedy che dicono “Scegliamo di andare sulla Luna”, servono “Un piccolo passo per l’uomo…” e “Houston abbiamo un problema”. Insomma serve un’epica che ci faccia sentire coinvolti in una grande impresa collettiva.

Andiamo ora all’altro capo della scala per chiederci: come possiamo raccontare

LE PICCOLE AZIONI INDIVIDUALI?

Oggi, la maggior parte dei racconti che inquadrano le nostre azioni individuali sono racconti di sacrificio. Che siano piccoli (differenziare i rifiuti, usare meno l’auto, mangiare meno carne…) o grandi (diventare vegani, usare solo energia da fonti rinnovabili…) il frame è sempre lo stesso. Attraverso l’uso di incentivi economici, le istituzioni cercano di minimizzare il sacrificio, o addirittura di renderlo proficuo: per esempio offrendo sconti fiscali per l’installazione di pompe di calore o di pannelli solari. Eppure anche in questo caso il racconto di fondo non cambia: a fronte di uno sforzo, ottengo una ricompensa. Con l’incentivo statale mi sforzo di cambiare le mie abitudini e in cambio ricevo soldi in varie forme. Con il sacrificio individuale mi sforzo di cambiare le mie abitudini e in cambio ricevo prestigio sociale e senso di superiorità morale. Entrambi i racconti stimolano la motivazione estrinseca delle persone. 

Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors.
Luigi Avantaggiato, da Ecowarriors.

Si dice “estrinseca” quel tipo di motivazione che proviene da fattori esterni, come ricevere un premio o evitare una punizione. 

Quello che secondo me manca nel racconto delle piccole azioni individuali sono le motivazioni intrinseche. Quando siamo mossi da una motivazione intrinseca facciamo qualcosa non per un premio o un elogio, ma perché quell’azione ci soddisfa in se stessa, ci dà piacere.

E questa secondo me è la parola chiave: piacere. Sia quando enfatizziamo le prospettive catastrofiche del problema nel tentativo di mettere paura, sia quando enfatizziamo le possibilità salvifiche della tecnologia per dare speranza, attingiamo principalmente a due dimensioni dell’essere umano: quella istintiva (ho paura per la mia sopravvivenza) e quella razionale (ho fiducia nella scienza e nella tecnica), e ce ne dimentichiamo un’altra: quella libidinale. Il piacere, il godimento, la passione per l’azione in se stessa.

Luigi Avantaggiato, da VANISHING GLACIERS: THE FORNI VALLEY
Luigi Avantaggiato, da VANISHING GLACIERS: THE FORNI VALLEY

Per concludere, non c’è nessuna conclusione. La sfida è di quelle storiche: siamo molto in ritardo e allo stesso tempo siamo ancora all’inizio. Le forze che vogliono mantenere lo status quo per proteggere i propri interessi agiscono contro l’interesse dell’umanità, ma hanno risorse infinite. Per questo dobbiamo concentrare le energie dove è più efficace: non per dimostrare di avere ragione, ma per agire con competenza e furbizia nel creare il consenso più ampio possibile. Come disse qualcuno in qualunque film: mettiamoci al lavoro.

Luigi Avantaggiato è un fotografo documentarista il cui lavoro esplora temi legati alle trasformazioni socio-antropologiche e ambientali.

Attraverso la sua lente fotografica, Avantaggiato ci offre uno sguardo penetrante sugli impatti del cambiamento climatico sul territorio, evidenziando fenomeni come lo scioglimento del Ghiacciaio dei Forni, un tempo uno dei più imponenti ghiacciai italiani, e le comunità che stanno attuando azioni concrete per contrastare la crisi climatica.

Il suo progetto fotografico “Ecowarriors” si focalizza sulla popolazione delle isole Orcadi, un piccolo arcipelago scozzese. Qui, Avantaggiato ci presenta una comunità che non solo ha immaginato un futuro energetico alternativo, ma ha anche iniziato a tradurlo in realtà.

Le immagini narrano in modo suggestivo e coinvolgente un nuovo modo di affrontare e comunicare la crisi climatica e i cambiamenti ambientali.


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