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La felicità è una truffa?4 min read

Questo articolo è estratto da Dylarama, la newsletter settimanale a cura di Siamomine su tecnologia, scienza, comunicazione, lavoro creativo e culturale.
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Negli ultimi giorni, ha fatto molto discutere questa ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience sui meccanismi cerebrali alla base del nostro modo di compiere decisioni irrazionali. Come spiega questo approfondimento uscito su Wired, siamo letteralmente programmati per considerare positive solo le esperienze che finiscono bene, a prescindere se abbiano avuto un inizio o uno svolgimento negativo. Di converso, giudichiamo negative le esperienze che finiscono male, senza considerarne gli aspetti positivi iniziali, come un’ottima cena al ristorante terminata con l’assaggio di un dolce mediocre o una vacanza al mare caratterizzata da bel tempo tranne che negli ultimi giorni del nostro soggiorno.

Si chiama “Happy ending effect” e, come spiega un articolo pubblicato sul sito dell’Università di Cambridge, è causato dall’attivazione di due diverse parti del nostro cervello, l’amigdala e l’insula anteriore, che competono tra loro quando prendiamo decisioni basate sull’esperienza passata. Il risultato è che tendiamo a sopravvalutare o sottovalutare un’esperienza giudicandone solo il lieto fine ed è il motivo per cui dovremmo stare molto attenti quando succede perché, come spiegano gli esperti, questo meccanismo non influenza solo la scelta del ristorante in cui mangiare, ma anche il modo in cui valutiamo le campagne elettorali in prossimità delle elezioni.

Parlando di felicità, invece, questo articolo pubblicato su The Conversation spiega come non esista niente di simile nel nostro cervello. Si tratterebbe, infatti, di un costrutto sociale privo di fondamenti neurologici e di un obiettivo irrealistico e controproducente, oltre che di un vero e proprio prodotto da vendere insieme a oggetti, corsi e stili di vita con promesse irrealizzabili. La realtà emotiva degli esseri umani, sarebbe meglio rappresentata da un modello basato sulla coesistenza di emozioni concorrenti, in cui il dolore non rappresenta un fallimento personale, ma una parte integrante della nostra natura.

Una cosa molto interessante spiegata nell’articolo è questa: «L’incapacità della natura di eliminare la depressione nel processo evolutivo è dovuta proprio al fatto che la depressione come adattamento svolge un ruolo utile in tempi di avversità, aiutando l’individuo depresso a disimpegnarsi da situazioni rischiose e senza speranza in cui non può vincere. La ruminazione depressiva può anche avere una funzione di risoluzione dei problemi in tempi difficili».

Questa illustrazione di @yimeisgreat spiega perfettamente il concetto.

Sugli effetti della cosiddetta industria della felicità sul nostro benessere psicologico, questo approfondimento di The Vision sulla positività tossica e la capitalizzazione della felicità spiega proprio come “la falsa positività è una forma di gaslighting, che invalida emozioni che tutti proviamo, con l’aggravante di farlo spesso nel nome del profitto.”

Per concludere, vi consiglio di leggere questo articolo del New Yorker che racconta la storia di Jo Cameron, una signora scozzese che non hai mai sperimentato dolore, ansia o stress in tutta la sua vita a causa di due rare mutazioni genetiche nel suo DNA. Come si sperimenta la vita senza dolore e cosa succederebbe se gli scienziati riuscissero a replicare la sua neurochimica per sviluppare nuovi trattamenti e terapie? Wow.

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Nata a Roma nel 1989, ma con il cuore tra le montagne. Lavora come content editor freelance, gestisce un archivio fotografico nostalgico su Instagram e collabora con diverse riviste online, tra cui Cosmopolitan e Vanity Fair.