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L’Eco-ansia come sentimento generazionale16 min read

L’Eco-ansia come sentimento generazionale

«Il tema dell’eco-ansia corre due rischi principali. Il primo è quello di subire una normalizzazione. Il secondo è specularmente opposto: l’eco-ansia può essere rivendicato come patologia da chi intende medicalizzare un tema politico.»

di Anita Fallani

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«Credo che l’eco-ansia sia il sentimento che ci accomuna a tutti quanti noi attivisti e attiviste di Fridays for Future. Questo sentimento è stato il motore che ha scatenato l’azione. Questo è valso per me, ma penso di poterlo dire a nome di tutti. Greta lo diceva nei suoi primissimi discorsi: ‘I want you to panic’. Voglio che andiate in panico proprio come lo sono io».

Michela ha 25 anni e milita attivamente nel collettivo Fridays for Future Italia. Il prossimo  23 Settembre si terrà lo Sciopero Globale per il Clima e gli attivisti e attiviste hanno annunciato che saranno presenti in tutte le regioni italiane. Uno degli strumenti comunicativi di maggior successo sui social di FFF sono i video che uniscono foto estetizzate di alcuni luoghi caratteristici con immagini di come appaiono invece oggi gli stessi luoghi a causa della siccità.

La sensazione che si prova nel vedere una simile waste land, un aggettivo che riprende contemporaneamente l’idea di desolazione e scarto, produce un profondo senso di angoscia. «Alla fine l’eco ansia è questo, ti senti minuscolo rispetto a quello che sta succedendo. Ti rendi conto che ci vuole una visione collettiva delle cose per cambiare qualcosa. L’eco-ansia ti rende a modo suo anche ambivalente. Alcune volte ti svegli e pensi che non valga più la pena impegnarsi, altre volte invece ti da una carica per lottare per il tuo futuro, per le nuove generazioni. La preoccupazione che provi non viene mai presa in considerazione. Il risvolto psicologico dei grandi eventi globali non ha l’attenzione che merita. Non è mai stato fatto con la pandemia, figurati se qualcuno crede che possa accadere con il cambiamento climatico che a livello politico è stato preso in considerazione molto meno rispetto al Covid».

Quando Michela mi racconta come vive il futuro e le sue scelte su questo pianeta le descrive come tutte profondamente influenzate dalla paura del disastro. La colonizzazione dell’immaginario sul futuro per una generazione che è nata dovendosi confrontare con il parametro della fine, è un problema serio. Per questo motivo si parla molto di Eco-Ansia ovvero il senso di angoscia che si prova nell’assistere alla distruzione di un territorio a causa del cambiamento climatico. 

La scelta di utilizzare la parola ansia non è però senza risvolti. Il termine fa riferimento a una condizione di sofferenza psichica molto precisa e in una società che tende sempre di più ad appiattire la risonanza delle parole per poterle neutralizzare è doveroso tentare di restituire la loro consistenza originaria.

Il tema dell’eco-ansia corre due rischi principali. Il primo è quello di subire una normalizzazione. Il secondo è specularmente opposto: l’eco-ansia può essere rivendicato come patologia da chi intende medicalizzare un tema politico.

«Non so quando per la prima volta ho incontrato la parola Eco-ansia ma so che quel sentimento lo provavo già prima che Greta divenisse un’attivista famosa. Ho addosso la memoria percettiva di quella sensazione fisica di impotenza. All’inizio me la prendevo con tutti, poi ho capito grazie a FFF che il problema non era l’agire quotidiano anche se la scuola continuavano a raccomandarsi di chiudere il rubinetto quando ti lavi i denti. Prima stavo semplicemente male per l’indifferenza generale dell’ambiente, adesso scendo in piazza. Ma il problema della normalizzazione di questo stato d’essere c’è, e talvolta assomiglia alla rassegnazione» conclude Michela. 

Il tema dell’eco-ansia corre due rischi principali. Il primo è quello di subire una normalizzazione, come dice la giovane attivista di FFF, ovvero di diventare una prassi accettata e assorbita dal senso comune. Il rischio principale di questo risvolto è che si perda l’incrinatura problematica del tema e per questo non susciti più l’interesse e l’attenzione che merita. 

 Il secondo è specularmente opposto: l’eco-ansia può essere rivendicato come patologia da chi intende medicalizzare un tema politico. È molto difficile riuscire a restituire la conformità sociale di un’emozione che forse, tra tutte, si distingue per la sua accentuata intimità.

C’è un’immagine molto bella che Dino Buzzati usa nel suo racconto 3 Ottobre 1961 per descrivere la sensazione che provoca: il dolore assomiglia a un cane che morde le costole e rimane appeso. Così lo descrive: ‘Giorno e notte non mi lascia. E non riposa mai. (…) é un molosso, un rinoceronte, un toro, un bulldozer, un battaglione corazzato, a vedersi dev’essere, come dev’essere? (…) Ma chi lo vede? Sta qui dentro con la sua corporatura immensa, fra il nono e il trentunesimo spazio intercostale. Io cammino, salto, ballo, e lui dentro. Mi ha addentrato e non molla. I quattro denti conflitti nella profonda cavità dell’apparato cardiopatoneurovascolare, più dentro ancora, nelle ultime viscere ardenti dell’anima. Stringono, stringono. Ma ogni tanto stringono di più. Non ha pedigree, né nome né razza. Unico al mondo. E spaventosamente mio’. 

La sofferenza è quindi una materia con un peso specifico unico e personale, scardina le regole del linguaggio e, per questo, ne fallisce la comunicabilità. Eppure, rispetto a sofferenze psichiche di altro tipo per cui sembra più difficile spiegarne le cause sociali, nel caso dell’eco-ansia la matrice politica sembra essere autoevidente. 

Roberto Beneduce è professore di Antropologia del Corpo e della Violenza e Antropologia Medica e Psicologica all’Università degli Studi di Torino dove ha fondato e dirige il Centro Franz Fanon, un realtà che offre psicoterapia e supporto psicosociale agli immigrati, rifugiati e vittime di torture.

Beneduce nella sua vita professionale e intellettuale ha largamente approfondito la dimensione politica della sofferenza nella sua manifestazione privata intraprendendo così un’antropologia del trauma. «La sofferenza psichica deve essere concepita, in generale, come un’arricciatura della superficie: visibile, pubblica (e per questo politica) ma al contempo privata, dolorosamente privata, talvolta indicibile e per questo anche enigmatica» risponde Beneduce durante l’intervista.

«L’eco ansia non è un mero sintomo nel senso solitamente attribuito a questo termine, né è legittimo sentirsi rassicurati dal fatto di aver coniato una nuova etichetta diagnostica. Preferisco applicare la nozione di struttura di sentimento: coniato da Raymond Williams, celebre sociologo e scrittore inglese, permette di riflettere su ciò che nella società si manifesta in forma ‘sciolta’, senza essere nettamente distinto, e che indica il magma delle dimensioni affettive che caratterizzano le relazioni sociali e la coscienza comune. Lo uso perché è un concetto fecondo che mi serve per ripensare criticamente molte condizioni che si cercano spesso di imprigionare dentro nuove categorie diagnostiche. Di fatto resistono a tale banalizzazione facendo sì, per esempio, che le etichette proposte perdano di senso nel giro di qualche anno» argomenta Beneduce.

Curare la paura della devastazione, la nostalgia di un futuro irrimediabilmente sottratto e minacciato significa anche sposare l’attivismo come forma di cura. 

L’eco-ansia, allora, apre inevitabilmente a considerare il significato del Sé spaziale, ovvero l’implicazione del rapporto del soggetto con il territorio e con la memoria incorporata dei luoghi. Affermare quindi che l’eco-ansia rivela una matrice politica significa dover considerare una serie di conseguenze.

La prima, ci avverte Beneduce, è quella di pensarla, interpretarla e curarla attraverso degli atti sociali; la seconda è che tali atti sociali sono inestricabilmente collegati al modo di sentire e raccontare la sofferenza perché, come diceva Bordieu, la rappresentazione della realtà è essa stessa parte della realtà.

Curare la paura della devastazione, la nostalgia di un futuro irrimediabilmente sottratto e minacciato significa anche sposare l’attivismo come forma di cura. Pensare di curare l’eco-ansia con un nuovo farmaco o con altri esempi di medicalizzazione privatizzante e individualizzante delega la materia a dei presunti esperti e ne banalizza l’espressione collettiva.

Anche Michela ha affermato proprio che ‘il sentimento dell’eco ansia è dettato dall’inazione politica. Se vedessimo i programmi elettorali stilare una serie di obiettivi per combattere il cambiamento climatico, allora già molti di noi si rasserenerebbero. Basterebbe che fosse affrontata la crisi climatica come una crisi’. L’atteggiamento di creare nuove etichette per giustificare metodi talvolta coercitivi nell’ambito della sofferenza psichica è stato ampiamente trattato ma, spesso, non è sufficientemente ricordato come questo abbia già in passato incluso le malattie mentali dovute al clima.

«E’ già molto tempo che assistiamo ad un ecocidio. Non si può eludere il legittimo bisogno di riconoscimento delle propria condizione individuale quando parliamo di sofferenza mentale. Occorre però farlo con cautela, evitando i paradossi grotteschi del diagnosticismo. Il riconoscimento da parte delle società scientifiche di questo dolore climatico come è accaduto qualche anno fa da parte della dell’American Psychological Association è importante. Al contempo, però, quando si parla dell’accresciuto rischio di idee suicidarie o di PTSD (disordine da stress post traumatico) dopo l’uragano Katrina o di un accresciuto consumo di alcolici e di depressione sembra affiorare una fenomenologia piatta. Infatti, quello che non viene detto è che le vittime dell’uragano sono state nella stragrande maggioranza le minoranze di colore, i poveri costretti ad abitare le aree più a rischio e dimenticate. Consiglio sempre, in proposito, il film Beasts of Southern Wild, delucida bene questi aspetti». 

Trovare un equilibrio per parlare di eco-ansia, e quindi di sofferenza psichica, senza sminuire la pesantezza del dolore personale e mantenendo una visione sociale del problema non è facile. Un libro che ha aperto una riflessione sui risvolti psichici dell’attuale modello economico e culturale capitalista sulla persona è certamente Realismo Capitalista di Mark Fisher.

Uno dei grandi meriti del libro è proprio l’aver sdoganato termini come depressione e ansia all’interno della critica del sistema vigente. Certamente non è possibile curare l’ansia e la depressione con l’analisi politica e Fisher, infatti, non propone un manuale di terapia. Si tratta, piuttosto, della sua testimonianza lucida e analitica dalla quale è possibile toccare la ferita inferta da un certo modello di sviluppo e da cui si può apprendere molto se si intende abbracciare il tema della cura.

Al contempo, il rischio di chi vuole trattare della sofferenza solo tramite le macrocause strutturali del sistema rischia di portare al cinismo e al catastrofismo. Spesso, durante questa estate che ci ha reso testimoni di catastrofi e di un caldo insopportabile, le bacheche dei social network si sono riempite di frasi come: Questa è l’estate più afosa degli ultimi cinquant’anni, ma anche la più mite dei prossimi venti. Matteo de Giuli e Nicolò Porcelluzzi nel loro libro Medusa, storie dalla fine del mondo (per come le conosciamo) redarguiscono chi ha scelto il catastrofismo come via di fuga. «Il catastrofismo non parla a nessuno, e non declina le differenze. Stanca e deprime, ipersemplifica, fallisce. Lascia la voce a due soluzioni inadeguate: quella moralista (insufficiente), e quella tecnocratica (ipocrita). Credere di dover vivere la perdita come un lutto pone dei problemi. L’invito a gestire attivamente l’afflizione porta ad accantonare la preoccupazione e si può cedere al rischio della resa. Infatti, il rischio è di feticizzare la catastrofe e finire in una collassosofia: una sorta di evoluzione del principio di inevitabilità» spiegano gli autori. Essere catastrofici e comportarsi da asceti distaccati che sentenziano che la fine del mondo è vicina non è solo fine a se stesso ma è in qualche misura eloquente di un privilegio tutto occidentale. Questa postura intellettuale, infatti, è possibile solo per chi non vive quotidianamente il disastro. Le bacheche Instagram degli europei hanno riportato gli incendi in Spagna, quelli di Pantelleria, e gli acquazzoni dei litorali nel mese di agosto dopo una siccità e un caldo torrido unico. Ma non hanno testimoniato situazioni ben più estreme come, per esempio, le inondazioni in Pakistan. Chi quelle condizioni le vive non può di certo permettersi il lusso di un composto distacco catastrofista.

C’è bisogno di rivalutare il sintomo in una luce nuova: non è l’effetto di quello che è accaduto ma il segno di qualcosa che sta per accadere.

Un ultimo contributo all’analisi dell’eco-ansia ci può, forse, permette di fare un passo ulteriore che ci distanzia dalla medicalizzazione e dal catastrofismo. Per quanto possa sembrare paradossale l’eco ansia è soprattutto anticipazione e profezia.

C’è bisogno di rivalutare il sintomo in una luce nuova: non è l’effetto di quello che è accaduto ma il segno di qualcosa che sta per accadere. Il paragone, ci dice Beneduce, è con gli animali: la paura che proviamo per la catastrofe annunciata è come il comportamento bizzarro degli animali prima di un terremoto o di un uragano.

Ecco quindi che la sofferenza diventa uno strumento di sovversione: non è solo politica in quanto frutto di un fenomeno sociale ma lo è nella misura in cui contiene in nuce l’istinto di contrasto. Quale cura per un male simile? Se rispondiamo all’appello delle femministe britanniche di ri-semantizzare l’idea di cura non rimane che prendere atto del bisogno di sovversione che il malessere ci rende noto.

Avere cura significa quindi scegliere di vivere il problema e lottare per un’alternativa e non, come spesso accade nei Centri di salute mentale, imbastire delle soluzioni (spesso unicamente farmacologiche) perché l’individuo si adatti al compromesso che la società gli richiede. Curare, inoltre, ci richiede di confrontarsi con le nostre storie. È noto ai più che le psicoterapie coeve si incentrano sul dialogo e sulla parola. Invece di lavorare nello scambio 1:1 (psicologo/a- paziente) c’è bisogno di reinventare la storia del mondo collettiva: l’inevitabile è una parola di cui la società capitalista si è resa egemone fino a saturare l’orizzonte del pensabile. Come un canto corale contro la paura, c’è una generazione di attiviste e attivisti pronte a inverare l’altrimenti. 


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Cresciuta nel mondo del sindacato studentesco durante gli anni del liceo, studia letterature Comparate all'Università di Torino in magistrale. Scrive articoli collaborando per il Corriere della Sera, TheSubmarine, Flanerì e Jacobin Italia. Si occupa anche di podcast.

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