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La saggezza al tempo dei big data9 min read

La saggezza al tempo dei big data

L’imprecisione del trombone contro il rumore dell’algoritmo

di Lorenzo Foffani

Artwork di Tatsuro Kiuchi

Gli ottoni sono strumenti talmente imprecisi che suonano meglio quando sono rovinati. 

Ci devi soffiare dentro una specie di pernacchia che può rimanere uno sputacchio rumoroso oppure diventare una melodia tanto sublime da rivoluzionare la storia del jazz. Tra gli ottoni, il più impreciso è il trombone, che è quello che suono io. Male, ovviamente. 

La teoria musicale è così celestiale e rigorosa da essere matematica gradita ad Euclide, mentre la pratica è così goffa e rumorosa da essere molestia sgradita al tuo vicino di casa. Eppure è soltanto praticando che impari a riconoscere la differenza tra il suono di un ottone autentico e uno sintetizzato, e soprattutto capisci perché è importante. La chiave è principalmente nell’ascolto: invece di sentire un intero brano, inizi ad ascoltare la singola nota, riconoscerla, apprezzarla per poi cercare di raggiungerla e interpretarla. Quando suoni un ottone devi avere in mente quella nota prima di suonarla, se vuoi avere un risultato decente.

Quando suoni un ottone devi avere in mente quella nota prima di suonarla, se vuoi avere un risultato decente.
Lo stesso accade nei big data.

Lo stesso accade nei big data. Visti da fuori sembrano una costellazione precisa e perfetta di informazioni, ma quando ci metti dentro le mani scopri che c’è rumore da tutte le parti, e se non hai una chiara intuizione di quello che vuoi trovare prima di cercarlo, non vai da nessuna parte. Ad esempio, per raccontare una tradizione che risale al 1366, hanno provato a stimare la probabilità che la birra presente nei dipinti antichi fosse Stella Artois, tenendo conto di: colore del liquido, forma del bicchiere, anno di creazione dell’opera e distanza dell’artista dal birrificio. Un altro esercizio simile è stato fatto per mettere a confronto due versioni di Serena Williams, in modo da ipotizzare un incontro tra la Serena del 1999 e quella del 2017. In entrambi i casi, Stella Artois e Nike avevano in mente la storia da raccontare ben prima prima di approcciarsi al dato. 

Per ottenere un risultato sorprendente e memorabile è importante dare il giusto peso al brand che rappresenta la stella polare del percorso. Serve avere la lucidità di isolarsi dal rumore (come è corretto agire secondo i dati?) per concentrarsi sulla prospettiva (cosa è giusto fare per il mio brand?) e metterla in pratica (dove posso migliorare l’efficacia della mia azione?). Il dato è un filtro, una misura: nel momento in cui diventa un paradigma assoluto il rischio di perdersi nel rumore è altissimo. Occorre interpretare il brand per analizzare al meglio i dati almeno tanto quanto è necessario analizzare i dati per esprimere al meglio il brand. 

Più la materia è complessa, maggiore il volume dei dati e più è importante l’intenzione di cosa ricavarne.

Più la materia è complessa, maggiore il volume dei dati e più è importante l’intenzione di cosa ricavarne. Circa cento anni fa un signore con lo stesso nome del protagonista della saga di Breaking Bad (un certo Heisenberg) stabiliva che non è possibile misurare con esattezza le proprietà che definiscono lo stato di una particella elementare: se ne determiniamo la posizione, ci troviamo ad avere massima incertezza sulla sua velocità. Nel big data, come nella fisica quantistica, definire lo stato di qualcosa, il suo contesto, la sua posizione, significa avere limiti sulla possibilità di indicarne il movimento. Ecco che conta l’intenzione. Più aumentano i dati, più la scelta della misura impatta fortemente sulla misura stessa. Più aumenta la conoscenza e più conta ciò che vuoi farne, in altre parole, la saggezza.

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La chiave diventa la ricerca dell’anomalia più che del trend, dello small data rilevante più che del big data generico, del prompt creativo più che dell’output generato dall’intelligenza artificiale. Nel Jazz esiste un elemento strano nella scala, si chiama “blue note” (worried note per i pessimisti) ed è una deviazione dalla scala tradizionale, che consente un’espressione melodica inaspettata e fornisce opportunità di nuove armonie. Esiste fin dalla nascita della musica blues e jazz, e nel 1939 nasce da due ebrei tedeschi la leggendaria etichetta discografica Blue Note, che contribuisce in maniera determinante alla diffusione del Jazz americano, proprio nel periodo in cui invece il nostro Heisenberg si allontanava dalle vedute di Oppenheimer, come brevemente accennato anche nel film di recente uscita. Nel mare delle informazioni è proprio quando trovi il “blue data”, quell’elemento estraneo eppure così istintivamente significativo, che sai di avere in mano qualcosa di importante. 

Nel Jazz esiste un elemento strano nella scala, si chiama “blue note” (worried note per i pessimisti) ed è una deviazione dalla scala tradizionale, che consente un’espressione melodica inaspettata e fornisce opportunità di nuove armonie.

Ma per trovare la blue note o il blue data serve un ascolto umano? Oppure arriverà l’intelligenza artificiale stessa ad avere questa intuizione? Questa è la domanda che viene subito in mente. Ma è irrilevante. Perché la nota deviante non è una, santa, cattolica e apostolica. È diversa per ognuno di noi. La ricerca è quella della tua nota o dato, quella che ti riguarda, ti coinvolge, ti emoziona. 

Nell’era in cui tutta la musica si amalgama su Spotify e Bandcamp lascia a casa metà dei suoi dipendenti diventa importante scegliere le note su cui concentrare la nostra attenzione. Diventa necessario trovare il modo per partecipare dal vivo all’esperienza, per renderla speciale, personale, memorabile. Per il videogioco Diablo IV hanno sfruttato la possibilità di donare il sangue per poter giocare tutto il giorno del lancio, portando una piattaforma digitale in esperienza fisica (e in questo caso anche socialmente utile), mentre per il concerto degli U2 hanno sfruttato l’amplificazione di una struttura tecnologica costruita in 5 anni e con più di due miliardi di dollari, ma è rimasto un concerto live, in cui partecipare in carne ed ossa, non in streaming. E fa tutta la differenza. 

Più che mai conta il corpo, il fiato, l’ascolto, l’impegno l’errore. Sono le note devianti, le ammaccature dello strumento, che rendono ogni ottone diverso, speciale, sbagliato, unico. Quando apro la custodia del trombone e aggancio la campana alla coulisse, sono finalmente libero dall’ansia di ascoltare l’ultimo pezzo suggerito dall’AI tra l’infinita galassia della musica online e posso permettermi una sessione ricca di consapevolezza e stonature. Con il tifo di Euclide e Heisenberg, e buona pace del mio vicino di casa. 


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